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I meme sono arte?

Se il 2016 è considerato unanimemente come “l’anno dei meme” secondo gli influenti astrologi di Internet, allora il 2017 è indubbiamente il momento ufficiale della loro consacrazione intellettuale. Parlare in maniera troppo semplicistica di meme si sta ormai rivelando come uno tra i più recenti e capitali peccati accademici. Liquidare ‘Distracted boyfriend’ ed i suoi sconfinati derivati come delle “immagini simpatiche” non è più culturalmente praticabile.

L’inesorabile accusa di riduzionismo grava sui tentativi di riportare il fenomeno memetico alla seppur ricca dimensione di un esperimento linguistico in umorismo contemporaneo. La secolarizzazione dei cultural studies e la promiscuità intellettuale dell’equazione “internet=innovativo/il futuro in generale” hanno innescato un’eruzione di studi accademici incentrati sullo svisceramento della natura dei meme. Su gruppi Facebook memeticamente orientati, si sta costruendo una vera e propria teoria memetica, una disciplina eclettica che unisce trasversalmente semiotica, filosofia e studi sociologici dei fenomeni dell’era digitale, attivamente impegnata nella definizione delle caratteristiche del meme come linguaggio contemporaneo. Sufficientemente mainstream da poter essere approcciati con distaccata ironia, ma ancora passabilmente geek per essere vissuti come potenzialmente d’avanguardia, i meme sono diventati l’oggetto chic di un particolare tipo di gentrificazione intellettuale, orientata a svincolarli dallo statuto di ironie digitali e trasformarli in strumenti di riflessione sulla creatività contemporanea. E più i meme vengono inclusi legittimamente nel pantheon dei prodotti culturali, più la parola arte comincia ad affiorare nelle key word degli interventi eruditi con la stessa baluginante evidenza delle carni di Moby Dick nell’Oceano Pacifico.

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Know Your Meme

Debiti artistici

La forza propulsiva dell’analisi accademica ha catapultato i meme nell’orbita dei prodotti artistici. Mentre nelle gallerie cominciano a comparire esposizioni meme-tematiche ed intraprendenti frequentatori di Instagram si improvvisano curatori di opere memetiche, zelanti accademici si impegnano ad applicare ai meme il marchio legittimante dell’arte per inserirli degnamente all’interno dell’estetica contemporanea. L’associazione meme/arte, inizialmente genericamente basata sul riconoscimento di assonanze formali, si è progressivamente specializzata in una ricostruzione storica del valore estetico dei fenomeni memetici. Gli sforzi filologici dei cataloghi di meme, archivi visuali che ricostruiscono storicamente le progressive mutazioni memetiche, hanno fondato in principio un’iconologia spicciola dei meme, orientata a spiegare meticolosamente i loro ammiccanti sottintesi esoterici ai normie non iniziati. Successivamente sono emerse vere e proprie analisi degli stili memetici, evolutesi in indagini approfondite dei loro meccanismi di comunicazione visuale. Al culmine dell’estetica comparativa, più o meno deliberate similitudini tra meme e opere d’arte hanno ispirato la ricerca degli antecedenti artistici dei meme, un’operazione tesa ad evidenziare la longevità del concetto di meme all’interno del più ampio universo della storia dell’arte. Si costruisce una filiazione creativa che connette i meme con i dissacranti movimenti delle Avanguardie Storiche e si associano le goliardiche provocazioni memetiche alla riflessione sull’assurdità dell’esistenza dei Dadaisti e alle sovversive operazioni del movimento dei Situazionisti. I meme si esteticizzano ed hanno diritto ad una propria storia dell’arte, che ne categorizza gli stili in epoche evoluzioniste, con un dogmatismo tutto metafisico e vasariano che ricalca brutalmente teorie che sembrano basate sulla lettura estensiva di alcune voci di Wikipedia.

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The Philosopher’s Meme

Estetica meme

Descritti come un medium artistico dall’innato potere democraticizzante nato dall’utopicamente anarchica collettività della collaborazione digitale, i meme sono ascritti in un torbido territorio estetico che li accomuna concettualmente alle opere d’arte partecipate, in cui la connessione fra creatori e consumatori dei prodotti artistici è altamente promiscua. Capaci di coinvolgere il loro pubblico dotato di fibra e di una basilare conoscenza di Paint all’interno del loro processo generativo, i meme scaturiscono il loro appeal artistico dall’accessibilità indifferenziata alla modificazione dei loro contenuti. L’interattività e l’hackerabilità dei prodotti memetici li identificherebbero come gli ideali eredi delle radicali sperimentazioni artistiche degli anni ‘60, impegnate nella riscrizione del concetto di arte verso il fondamento di una sua accessibilità sempre più inclusiva.

Per la gioia dei post-strutturalsiti, i meme realizzerebbero definitivamente la morte dell’autore nell’epoca della riproducibilità digitale dell’opera d’arte, annullando definitivamente le trivialità romantiche dell’autenticità e dell’originalità come canoni estetici. I meme smitizzerebbero l’arte tradizionale, fondando un nuovo tipo di creatività 2.0 che accomunerebbe finalmente in maniera indissolubile l’arte al suo pubblico, in una sorta di ciclico onanismo di produzione e riciclo, creata e consumata dalle stesse categorie di utenti. Per l’estetica digitale, i meme sono un’arte di cui tutti potranno appropriarsi, opere capaci di rendere chiunque un po’ artista e nei cui reinventabili contenuti ognuno potrebbe arrivare a proiettarsi, ricostruendo finalmente un legame empatico a lungo minato fra opere d’arte contemporanee e i loro pubblici.

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Millions of Dead Philosophers

Memers e avanguardia

Fomentati dall’assioma che vede nell’essere virali un automatico riconoscimento del proprio statuto artistico, ormai i non più troppo anonimi memers ricercano una carriera virtuale come i prossimi artisti d’avanguardia del XXI secolo. In un momento storico in cui la dicitura “artista” accompagna profili Instagram di rampanti e benintenzionanti influencer il cui apporto artistico alla categoria resta ancora di dubbia valutazione, nei meandri della rete le menti creative alla base dei meme cominciano a proclamarsi come gli iniziatori di un originale ed innovativo movimento artistico digitale. Auto-investitisi della missione per l’emancipazione dell’arte dai gravami censori del passato, i memers scrivono manifesti di derivazione futurista in html, rivendicando in maniera altisonante l’inaugurazione di un’arte totale, troll e disimpegnata. Per promulgare la genuinità estetica dei meme si creano thread di critica d’arte su Reddit, in cui gli users discutono più o meno dogmaticamente Kant e Adorno, e in cui la definizione di arte utilizzata in contrapposazione alla nuova avanguardia memetica è talmente reazionaria da far sembrare Benedetto Croce un benevolo rivoluzionario. Gioiosamente dimentichi di circa un secolo di produzione artistica, i memers costruiscono una mitografia personale in cui si identificano come i leggendari eredi delle sovversioni di Duchamp, paladini di un’estetica sovversiva e drammaticamente in anticipo sui tempi.

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Know Your Meme

L’arte memetica e le masse

Questo autoritratto romanzato dei memers come democratizzanti artisti ancora incompresi è compromesso dalla ferocia reazionaria del loro atteggiamento di fronte alla “massificazione popolare” dei meme: il processo di normificazione che espande l’utenza ed i contenuti dei meme verso i non nerd/non addetti ai lavori. Teoricamente paladini del pro-plagiarismo più sfrenato, i memers sono in realtà impegnati in battaglia etica ed intellettuale contro gli interventi troppo espansivi di appropriazione delle loro creazioni da parte dei normies: sono i custodi indiscutibili di un canone memetico di originalità e autenticità da cui deriva automaticamente la valutazione sulll’artisticità del meme. I memers, più che come gli originali creatori dell’opera memetica, si comportano come i suoi censori, interessati a salvaguardarne l’integrità contro l’eccessiva corruzione della cultura mainstream.

Il passaggio dei meme dai forum alle pagine tematiche di Facebook è vissuto dai memers come un processo di alienazione dei meme dalla loro origine, una museificazione populista alla Pietro Minto dei loro capolavori che ne compromette insanabilmente l’artisticità. È la contraddizione forse più lacerante di un linguaggio che si proclama universalmente aperto pur essendo così profondamente refrattario alla condivisione. L’obiettivo dei meme-esteti come comunità elitaria e snobista è quello di far riconoscere i meme come appartenenti esclusivamente alla loro cultura, alla loro classe d’origine. La presunta democratità di una simile arte è una seducente chimera: i meme restano un’arte di classe.

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Pablo Helguera

Il quoziente artistico dei meme

Anche prescindendo dalla mancata realizzazione dei meme come “l’arte per tutti”, non si può affermare che la cosiddetta arte memetica stia realizzando un percorso remotamente strabiliante. Le supposte originalità dei meme sviluppano ricerche artistiche non tanto già esplorate, ma forse ormai non più pienamente attuali. In un mondo in cui il citazionismo e l’eclettismo sono ormai la base di qualsiasi fenomeno anche solo remotamente culturale, i meme sembrano, più che parassitare l’arte e reinventarla in termini originali, aderire sterilmente ai suoi meccanismi in maniera funzionale. In un certo senso, sembra che sia la dichiarata ostinazione dei meme a voler essere considerati come arte a soffocarne le potenzialità espressive più interessanti, a renderli principalmente una parodia creativa dell’ultimo secolo artistico.

Arianna Casarini

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