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“The Harvest”: il grido dei Sikh dell’Agro Pontino

Trovare una definizione di genere precisa per un film come The Harvest è molto difficile. Il regista, Andrea Paco Mariani, all’inizio della prima ufficiale (andata in scena venerdì 19 gennaio alla Cineteca di Bologna, in due proiezioni finite rapidamente sold out) lo definisce un documentario. All’idea tradizionale di non-fiction movie si aggiungono però elementi tipici del musical e la recitazione di alcuni attori non professionisti – i membri della band “Slick Steve and the Gangsters” che interpretano i caporali italiani. The Harvest è dunque tutto questo, si potrebbe definire quindi un docu-musical. Ma è soprattutto un grido potente lanciato in mezzo a una cortina di indifferenza e di ignoranza rispetto alle condizioni di sfruttamento dei duemila braccianti Sikh che lavorano nell’Agro Pontino.

Nato da un crowdfunding, su impulso di SMK Videofactory – casa di produzione indipendente di Bologna – il progetto ruota attorno alla storia di Gurwinder, bracciante punjabi, e Hardeep, mediatrice culturale, nata e cresciuta in Italia da genitori indiani. Il primo è una sorta di narratore muto, a parlare per lui sono infatti gli occhi bassi, le vessazioni sbraitate del caporale, i gesti meccanici e ripetitivi con cui zappa i campi o con cui ingoia metanfetamine e altre sostanze dopanti che lo aiutino a restare in piedi. Già, perché i braccianti indiani nell’Agro Pontino lavorano tanto, troppo. Fino a quattordici ore al giorno per paghe miserabili che vanno dai 2 ai 4 euro l’ora.

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Fonte: @theharvestdocumentary

Frutta, verdura, piante, fiori: le mani abili e veloci dei tanti Gurwinder si muovono sulla terra scura strappata alle paludi. Le mani dei padroni si muovono invece a ritmo variabile. A volte lento, quando si tratta di pagare. A volte veloce, quando si tratta di incitare i Sikh al lavoro, o di passare loro un po’ di quelle sostanze che sembrano alleviare le fatiche e permettono di restare svegli più a lungo. Le stesse sostanze che alimentano un lacerante senso di colpa nel lavoratore, sul quale incombe la necessità di spedire in India, alla propria famiglia, buona parte dello stipendio. Non è azzardato il nesso che lega l’abuso di queste droghe al suicidio di molti migranti.

Gli occhi di Hardeep invece sono vivaci e decisi al tempo stesso. Davanti alla telecamera racconta
l’indigenza del padre che per tanto tempo, arrivato nel nostro paese, ha avuto solo le panchine di Roma ad accoglierlo. Racconta del suo impegno con la Flai Cgil (Federazione lavoratori agro industria) per la tutela dei braccianti. È determinata nell’affrontare il problema della lingua, il primo vero ostacolo con cui ogni migrante si scontra nel momento in cui deve rivendicare i propri diritti: “È bruttissimo dover dire loro che il datore di lavoro non gli sta versando i contributi, o gli assegni familiari. O magari che hanno già firmato le dimissioni in bianco”.

Si oppone nettamente alle regole che il caporalato ingiunge nei campi, che diventano così luoghi di sfruttamento e brutalità. Regole diametralmente opposte a quelle che vigono nel tempio Sikh, luogo di socializzazione, di unione, dove non esistono ruoli prestabiliti. Nella comunità straniera ognuno si mette a disposizione a titolo volontario, portando il proprio contributo sulla base delle capacità e delle conoscenze personali. Sembrano quasi incredibili la compostezza e la calma che pervadono i gesti e gli sguardi delle famiglie indiane, colti dalla cinepresa durante i pasti collettivi. La brutalità del bracciantato, l’incertezza economica, le angherie dei padroni non hanno effetti su questo grande rito comunitario, in cui invece prevalgono l’attaccamento ad antiche tradizioni e un forte senso di uguaglianza che uniscono i Sikh di Latina e provincia.

Non è un caso che il regista Mariani faccia risalire allo sciopero del 18 aprile 2016 la genesi del suo lavoro. Quel giorno, tutti insieme, duemila braccianti si riunirono sotto il palazzo della prefettura di Latina, uscendo finalmente allo scoperto, chiedendo maggiori tutele e condizioni di lavoro dignitose e rendendo così inequivocabile la loro esistenza agli occhi del paese.

Marco Colombo

Fonte immagine di copertina: @theharvestdocumentary

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