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Caporalato: l’altro volto dell’accoglienza Made in Italy

Quando si parla di caporalato, ci si riferisce a una sorta di vassallaggio moderno, diffuso in svariate campagne della penisola italiana. Ciò che caratterizza questo fenomeno è la recluta, da parte del cosiddetto “caporale”, di lavoratori che divengono veri e propri braccianti, ingaggiati principalmente per la raccolta di frutta e verdura di stagione, presso le aziende agricole del territorio, in condizioni lavorative e salariali che nulla hanno a che vedere con temi fondamentali come sicurezza, tutele, garanzie e legalità. Spesso, troppo spesso, queste condizioni hanno condotto addirittura alla morte dei lavoratori stessi.

Per dare un’idea più concreta, il fenomeno coinvolge mezzo milione di persone (di cui l’80% sono stranieri) che si ritrova costretto a lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno, e in alcuni casi anche più a lungo. Parlando di salari, ci stiamo riferendo a retribuzioni orarie che raramente superano i due euro, con costi di trasporto da e per il luogo di lavoro ovviamente a carico dei lavoratori, come quelli per cibo, acqua e alloggi, che, come si può facilmente immaginare, sono spesso costituiti da baracche totalmente prive delle condizioni igieniche necessarie. Tutto questo per svolgere prestazioni lavorative in condizioni veramente estreme: i lavoratori non hanno nessun accesso all’acqua corrente e nessuna pausa. Sono invece costantemente obbligati a sovraccarico di lavoro e all’esposizione a qualsiasi tipo di condizione climatica, senza nessun accesso a servizi igienici o a medicinali in caso di necessità.

migranti al lavoro caporalato
Un gruppo di migranti al lavoro | Fonte: dirittiglobali.it

Negli ultimi tempi, quindi, a dare nuova spinta al fenomeno del caporalato sono stati i flussi migratori: molti sono i migranti che, una volta giunti sulle nostre coste, accettano le disumane condizioni di lavoro e di salario pur di racimolare qualche soldo. È questo il caso dei rifugiati provenienti dal campo di accoglienza di Cara di Mineo, che quotidianamente si spostano dalla sede alla ricerca di un lavoro per la giornata nei diversi agrumeti del circondario. Altro esempio è quello del “Gran Ghetto” o “Ghetto di Rignano”, situato in provincia di Foggia, una vera e propria baraccopoli abitata da immigrati lavoratori nelle piantagioni di pomodori del territorio, occupata fino allo scorso marzo da quasi 250 persone e condivisa anche con gli stessi caporali, presenti sul posto per evitare possibili fughe. Questo “Gran Ghetto” non è che uno dei tanti presenti nella provincia di Foggia (ma non solo), una delle tante baraccopoli abitate da persone che per necessità non possono dire di no nemmeno a un lavoro svolto in simili condizioni, e che, paradossalmente, finiscono per attirare le attenzioni di chi è determinato a trarre lucro dalle loro situazioni disperate di richiedenti asilo.

Proprio in questi mesi è stata proposta una nuova legge contro il caporalato, fonte di nuove speranze: lo scorso agosto ha ottenuto l’ampia approvazione del Senato, ed è ora in attesa dell’approvazione definitiva da parte della Camera, promessa entro il mese di ottobre. Il contenuto del disegno di legge prevede l’inasprimento delle pene per intermediari e “datori di lavoro” con il rischio di reclusioni fino a sei anni, e fino a otto se in presenza di minacce e violenze. È previsto inoltre un piano che prevede una rete di supporto per i lavoratori che svolgono attività agricole stagionali. In caso di approvazione è previsto anche il rafforzamento di strumenti di contrasto come la confisca e la Rete del lavoro agricolo di qualità.

La proposta di legge è stata il frutto di pressioni esercitate da diversi enti nazionali e locali, organizzazioni e sindacati, dovute ai dati preoccupanti che testimoniano come le irregolarità lavorative all’interno del settore agricolo siano consolidate e raggiungano, in alcune zone, anche il 70% dei casi, come nella provincia di Latina. Proprio in queste zone, nel 2014, a due passi dal Parco nazionale del Circeo, si ebbe addirittura un caso di braccianti dopati al fine di farli resistere a fatica e dolore, ossia i prodotti delle loro 12 ordinarie ore lavorative, raccontate in un dossier che divenne anche tema di interrogazione parlamentare. 

Jerry Masslo
Jerry Masslo

Alla luce dei fatti, la situazione non sembra essere cambiata di molto dal lontano 1989, anno in cui morì Jerry Masslo, la cui storia è conosciuta e ricordata ormai da pochi. A Jerry, al tempo in fuga dall’apartheid, venne negato il diritto di asilo in Italia, ma, ostinato e disperato, decise di rimanere nella penisola e finì per lavorare come raccoglitore di pomodori a Villa Literno, nel Casertano. Morì nel corso di una rapina da parte di balordi del posto, che tentarono di derubare Masslo e i compagni dei pochi spiccioli lasciati loro dai caporali. Al tempo la morte di Jerry non fu vana per la lotta allo sfruttamento: venne organizzato infatti il primo sciopero della storia italiana contro il caporalato e la camorra. Ancora oggi esiste un’associazione che porta il suo nome, molto attiva sul territorio di Castel Volturno, impegnata in diversi progetti di integrazione culturale e assistenza socio-sanitaria. Le sue parole, rilasciate nel corso di un’intervista del tutto casuale, riecheggiano ancora attuali:

Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo.

Sarebbe bello se la storia di Jerry Masslo venisse ricordata un’altra volta e se la sua morte continuasse a non essere avvenuta invano. Magari aiuterebbe chi di dovere a ritrovare la bussola delle proprie priorità, e a puntarla verso la dignità e i diritti di tutti, anziché sul lucro privo di scrupoli.

Elena Baro

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