La Russia di Putin: il ritorno dello Zar o la minaccia fantasma?

Le violazioni del diritto internazionale in Ucraina, i rapporti con l’Europa e le sanguinose vicende della guerra in Sira, Vladimir Putin sembra aver risvegliato l’orso russo da un letargo ventennale che aveva estromesso la Russia dal concerto internazionale. Adesso Russia is back…oppure no? Ne parliamo con il Professor Massimo De Leonardis, ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e docente di Politica Internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professor De Leonardis, quanto crede che le scelte in materia di politica estera di Vladimir Putin siano in continuità con i governi comunisti successivi alla WWII?
Questa è una domanda che va estesa a tutti i regimi della Russia perchè la stessa domanda può essere riformulata in “se i regimi sovietici siano in continuità con la Russia Zarista”. Esistono piuttosto alcune costanti geopolitiche di tensione in certe aree del Caucaso sempre coinvolte da conflitti come Nagorno Karabakh e Armenia, le quali sono sempre state soggette a potenze diverse dalla Russia alla Turchia. Ci sono poi zone di tradizionale interesse nel mar Baltico e naturalmente nuovi scenari poiché ad esempio all’epoca dei regimi zaristi non esistevano NATO e UE e all’epoca dei comunisti vi erano due blocchi ben distinti in mancanza della frammentazione di stati dell’est. Possiamo dunque dire nulla cambia ma certamente Putin è colui che storicamente si dirà un giorno “cercava di restaurare  l’interesse imperiale della Russia dopo la fase di massima decadenza con El’cin”.

Quali potrebbero essere secondo lei le finalità dietro l’intervento russo in Ucraina?
Le finalità sono quelle sempre tradizionali di Mosca. Vi è evidentemente una opportunità poiché  fin dagli anni 50 la preoccupazione del regime sovietico alle conferenze di Ginevra e di Helsinki fu quella di essere riconosciuto come attore sullo stesso piano degli USA, Putin vuole che si ritorni a riconoscere la Russia come grande potenza o se preferisce super potenza.

Si potrebbe considerare, come è stato sostenuto, il coinvolgimento russo  l’ennesimo capitolo di una guerra fredda mai realmente  terminata?
Questa storia di ritirare la guerra fredda è una follia. Non esistono i presupposti della guerra fredda. Manca l’aspetto ideologico, anche se Putin incarna un modello pragmatico di democrazia sovrana. Non c’è l’equilibrio del terrore perché non può esserci tra Russia e Washington l’apocalisse nucleare. Manca infine l’elemento partiti comunisti anche se si ironizza sull’amicizie di Putin con i vari paesi e movimenti simpatizzanti vedi la Le Pen, Salvini. E non dimentichiamo l’aspetto più importante di tutti: durante la guerra fredda la Russia rappresentava un avversario globale che influiva dappertutto, adesso escluse le zone limitrofe non è più così.

Sebbene sia un argomento difficile da concludere con una sola risposta, secondo lei come potrebbe essere risolta questa situazione d’impasse creatasi dopo gli accordi di Minsk?
Certamente discorso lungo e complesso, da storico sostengo che nessuno in occidente neghi la realtà del fatto che la Crimea sia più russa che ucraina e che ci sia un problema nelle regioni orientali dell’Ucraina, quello che viene criticato a Putin sono le modalità con cui ha agito, il segretario di stato Kerry ha detto: “Non ci si comporta nel ventunesimo secolo come ci si comportava nel diciannovesimo”, ragionando in astratto dunque servirebbe una soluzione che sanasse una questione mai affrontata dopo la guerra fredda, se è veramente stata una guerra allora serve un trattato di pace. Nei primi ani 90 l’occidente ha potuto fare quello che voleva, la Russia era in una condizione di  debolezza . Ma adesso “Russia is back”. Se vogliamo creare una situazione di pace, stabilità duratura e avere un partner affidabile in medio oriente bisogna sedersi ad un tavolo e discuterne. Ci sono inoltre una serie di stati di fatto come Kosovo e Transnistria di cui bisogna decidere cosa fare, la situazione non è stata mai realmente risolta ed è necessario convocare una seduta e trovare un accordo anche per queste realtà autonome.

Analizzando il coinvolgimento russo nella guerra civile siriana, lei ritiene che Mosca intenda più salvaguardare lo status del suo alleato Bashar al Assad o affermare la sua influenza sulla regione?
In politica estera io non credo alle amicizie , non vedo a Assad e Putin come due amiconi legati da sentimenti personali. Ci sono solo degli interessi in Siria come basi e sbocchi in mediterraneo che Putin ritiene potrebbero essergli garantiti da Assad, questo è quanto.

Da Professore Ordinario dell’Università  Cattolica di Milano ed esperto di relazioni internazionali, secondo lei che ruolo potrebbe avere l’attività diplomatica della Santa Sede in entrambe le crisi? È possibile una mediazione altrettanto efficace come è avvenuto per il riallacciamento delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba?
Per quanto riguarda poi la Siria proprio non se ne può parlare, il Papa invece con una mossa discutibile sul piano pastorale ha buttato a mare gli uniati che da adesso non sono più considerati una forma adatta di espressione della chiesa  e dirò di più, in Armenia egli ha ribadito come il proselitismo non vada applicato nei confronti degli ortodossi, dunque non bisogna evangelizzare gli ebrei, non bisogna evangelizzare i musulmani, non bisogna neanche più evangelizzare gli ortodossi, a questo punto evangelizzeremo gli aborigeni! Il Papa ha fatto di tutto per rimediare alla rottura con Mosca dopo Papa Giovanni Paolo II, un Papa polacco era troppo sgradito e certo ha riconosciuto il ruolo della Russia riuscendo a riavvicinarsi al governo. Paradossalmente il Papa è più apprezzato proprio dal governo russo che dalla chiesa russa, la chiesa ortodossa è estremamente chiusa e riluttante al dialogo, la Santa Sede adesso sta cercando di rimediare all’errore di inizio del cammino ecumenico, rivolgersi alle chiese protestanti è stato un errore, ma finche il patriarca vorrà mantenere l’indipendenza, non potrà esistere un ruolo politico del Papa.

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La ferita  dottrinale quindi è più difficile da sanare della ferita politica.
Non vorrei essere dissacrante, può darsi che agli ortodossi più informati la storia del filioque bruci ancora, ma è un problema di marketing religioso. Gli ortodossi In Russia vogliono affermarsi come rappresentanti unici della cristianità, tutto legato alla nazione e Mosca viene considerata la terza Roma, quindi non vedo molte prospettive di riavvicinamento, almeno per ora.

Infine come vede le relazioni tra Turchia e Santa Sede in relazione alla questione armena? Quanto l’appoggio diretto e indiretto mostrato alla popolazione può aver inasprito i rapporti tra Erdogan e Papa Francesco?
È vero che sono sul fronte opposto ma ad Erdogan da più fastidio la questione curda nonostante siano loro stessi sunniti, è un problema etnico in quanto i curdi sono malvisti in ogni stato dove vi è una loro presenza. Il problema sta nell’eventuale nascita di uno stato curdo autonomo ad esempio in Iraq, dove già praticamente gestiscono un territorio dotato di riserve petrolifere, questo rischio diventa sempre più concreto ed Erdogan, senza minimizzare il rapporto difficile con gli armeni, ha altro a cui pensare in questo momento.

Tommaso Ceccarelli

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