siria la rivoluzione confiscata recensione

Siria, “La rivoluzione confiscata”

“Mi hanno minacciato. Hanno detto che avrebbero portato via mia madre, la mia bellissima sorella, mia moglie.

Hanno picchiato mia moglie, colpito mia madre e mia sorella.

Hanno soffocato il mio popolo, hanno confiscato la rivoluzione”.

Con queste parole si apre Siria, La rivoluzione confiscata, il documentario di Paul Moreira, punta del giornalismo investigativo francese e autore di In The Jungle of Baghdad, 2003. Il documentario, presentato al Terra di Tutti Film Festival, di cui The Bottom Up è orgoglioso partner, dipinge senza mezzi termini una Siria schiacciata fra angherie di Stato e angherie targate fondamentalismo religioso. La libera rivoluzione siriana sembra ormai destinata a fallire, per buona parte a causa di Jabhat al-Nusra, Al-Qaeda in Siria o al-Qaeda nel Levante, un’organizzazione terroristica jihadista salafista che combatte le forze governative siriane nella guerra civile siriana, allo scopo dichiarato di istituire uno “stato islamico” nel paese.

Teaser Arte reportage “Syrie : la révolution confisquée ?” un film de Paul Moreira from PREMIERES LIGNES on Vimeo.

Il quadro che emerge dal documentario non potrebbe essere più chiaro. L’Occidente si fa vuoto spettatore: la democrazia di mercato non aspira a raggiungere un nuovo obiettivo, né a costruire un nuovo orizzonte di significato, tenta solo di confermare, conservandola, la sostenibilità della realtà esistente. La divisione politica della guerra fredda cede il passo ad antagonismi culturali diversi, per alcuni, come Huntington, più profondi, come quello fra la cristianità occidentale e l’Islam. L’inferno siriano, variegato e schiacciante da entrambi i fronti, fornisce all’Occidente un’immagine di sé preconfezionata, che prevede un unico cattivo da romanzo: lo Stato Islamico. Mentre il regime di Assad tenta di celare le atrocità compiute contro i civili, lo Stato Islamico ha fatto del terrore e della violenza organizzata il suo brand. Di fatto, l’analisi sembra limitarsi ad una descrizione binaria: l’ISIS ha ucciso centinaia di persone in Europa da un lato, mentre, dall’altro, Assad continua a presentarsi come un freno nei confronti del terrorismo, nonostante diversi studi e inchieste giornalistiche abbiano dimostrato il contrario.

Il Presidente siriano si presenta all’Occidente come il prezzo da pagare per sconfiggere lo Stato Islamico, come una sorta di male minore, capace di violazioni e  angherie, alla fine dei conti, “sopportabili”. Inoltre, la speranza dell’esercito libero siriano di compattarsi in un movimento più massiccio e di ottenere solidarietà dai paesi vicini è ancora più flebile da quando Assad ha assicurato al presidente turco Erdoğan che non avrebbe più supportato i curdi siriani, poco graditi dal governo di Ankara.

La guerra al terrorismo, dunque, è narcisistica nel suo tentativo di creare un’immagine di determinatezza, di assoluti, quando spesso è tutto talmente banale, quotidiano, da essere mostruoso in maniera noiosa. In La rivoluzione confiscata conosciamo Ghazi, ex militante nell’esercito libero siriano. Infatuato di potere e denaro, non è un estremista, si diverte a raccontare barzellette su Dio, è amichevole e leggero, forse nemmeno ama particolarmente l’arancione. Perché decide allora di entrare nell’IS? Per acquisire più potere, più denaro. Perché nell’esercito siriano, in fondo, non era nessuno, e nell’IS è un emiro milionario. Un po’ come quelli che passano dalla militanza nel Partito al lato oscuro, inseguendo il mito del posto fisso.

E nella nella paura e povertà estrema, molti siriani ancora oggi sono costretti ad abbandonare le loro case, ad andare in Turchia, dove però, fra baraccopoli e lavoro minorile, non sono poi così ben accetti, e a disperdersi nel Medio Oriente. 5,5 milioni di persone hanno lasciato il paese – solo nel 2016 sono state 200mila – e altri 6,3 milioni hanno abbandonato le proprie case e le proprie città, pur restando entro i confini siriani.

Dal 2015 sono stati circa 260mila i profughi che sono tornati in Siria dai paesi vicini, prevalentemente dalla Turchia. I siriani morti a causa della guerra sono invece più di 300mila. Schiacciati fra le atrocità delle milizie di Assad e le atrocità dello Stato Islamico, i siriani sono protagonisti di un disastro umanitario. “I miei fratelli sono stati massacrati a morte dai fedeli di Assad. L’altra sera, invece, ho visto in televisione un uomo inginocchiato e circondato da uomini vestiti di nero che si autoproclamavo Stato Islamico. Uno di loro si è inginocchiato verso l’uomo piangente e implorante e l’ha decapitato come una pecora. Che razza di Islam è questo?” si chiede uno dei protagonisti di Siria, La rivoluzione confiscata. Lo spostamento all’enfasi dai diritti umani al terrorismo è evidente nella giustificazione tutta occidentale del regime di Assad.

In fondo, la sua repressione è istituzionale e lui non porta un mantellone nero o un barbone sospetto.

 

Sofia Torre

[L’immagine in copertina è tratta da Programmes TV]

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