Fallimento TTIP

Il TTIP è morto: tutte le ragioni per festeggiare

Tempesta nel mondo del commercio internazionale: le negoziazioni per il tanto paventato TTIP sono fallite, almeno dal lato europeo. Il Ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel, seguito a ruota dal Presidente francese Hollande, ha annunciato che Unione Europea e Stati Uniti non sono stati in grado di trovare un accordo su nessuno dei punti oggetto del trattato. Bene, dopo questo lancio di agenzia noi del Bottonomics abbiamo tirato tutti un bel sospiro di sollievo. Per noi, il risultato è, socio-economicamente, tanto insperato, quanto positivo.

Insperato perché in cuor nostro nessuno avrebbe mai potuto prevedere una deriva così netta, specialmente dopo le dichiarazioni di Obama che aveva l’ambizione di chiudere entro fine mandato, per lasciare un segno indelebile nella storia economica dei due continenti.

Positivo per molti motivi, che elenchiamo di seguito. Inoltre, ci teniamo a sottolineare il gaudium magnum della redazione del Bottonomics anche perché, sorprendentemente, il Direttore se n’è uscito (qui) con un articolo del genere “c’è poco da stare allegri”, paventando l’indebolimento dell’asse transatlantico sotto i cui auspici l’Unione Europea stessa è nata.

Noi preferiamo abbracciare in toto l’altra narrativa dell’evento. Il fallimento delle trattative è da ascriversi tra le vittorie dell’Unione. Potrebbe non essere un caso che l’annuncio sia arrivato poco dopo la Brexit: senza il peso politico britannico, naturale punto di raccordo tra le due sponde dell’Atlantico, troviamo normale che le posizioni di Francia e Germania si siano allontanate da quelle americane, anche in virtù di un accorto calcolo politico. Dopotutto, le elezioni sono vicine e l’accordo piace poco alla gente. Ci sono molte ragioni perché il cittadino comune (ma anche molte aziende europee) possa festeggiare.

Partiamo dalla più facile, la politica. Sinceramente non vediamo perché appiattirsi sulle condizioni statunitensi in un accordo commerciale significhi acquisire peso economico e politico a livello internazionale. Crediamo piuttosto il contrario: firmare un accordo del genere, dove gli attori hanno delle enormi asimmetrie dal punto di vista della loro struttura interna, sarebbe risultato utile solo agli USA, a questo punto commercialmente dominanti su entrambi gli oceani. Ci vuole ben altro che un mancato TTIP per rompere o anche solo indebolire le relazioni euro-americane. A livello militare e strategico cambierà dunque ben poco. Per quanto riguarda le nuove potenze emergenti, il mercato europeo è comunque un punto di riferimento per tutti, e tutti avranno interesse nel commerciare con l’Europa. In questo senso, avere le mani libere da un accordo con gli USA può aprire dei margini di manovra (economici e politici) insospettabili.

Altro punto che ci preme sottolineare è quello inerente alla democrazia. Se si vuole mettere la questione sul piano del confronto tra un’Europa debole ma democratica e stati emergenti rampanti ma antidemocratici, troviamo forzato dire che un accordo commerciale, negoziato in segreto e senza concertazione alcuna con la sfera civile della società, avrebbe potuto rafforzare il modello occidentale di democrazia pluralista e rappresentativa. I movimenti contro il TTIP sono stati imponenti e riteniamo che abbiano fatto entrare il calcolo elettorale nella testa dei governi europei. Abbiamo poi anche la vana speranza che in fase di negoziazione si sia tenuto conto del fatto che dopotutto il punto centrale è l’interesse del cittadino, e non quello di non perdere le elezioni.

Oltre a tutte le considerazioni di carattere politico che il fallimento delle trattative porta con sé, ci sono le implicazioni sociali da tenere a mente. L’accordo mirava probabilmente all’integrazione dei due mercati per cercare di dare nuovo stimolo a investimenti ed occupazione (forse ci sarebbe anche riuscito, ndr), ma a che prezzo? Quello americano è un mercato estremamente deregolato e differenziato orizzontalmente, in un modo che noi non concepiamo. Qualitativamente però sono più indietro di noi, proprio in virtù dell’essere un mercato deregolamentato. A nostro avviso la nostra società fa molto affidamento sul discorso della qualità. Le nostre pubblicità si concentrano sulla qualità, si investe in qualità e, se questa è effettivamente riscontrabile, vengono giustificati dei prezzi più alti in nome suo. Non esiste, per ora, almeno nelle società che considereremmo rappresentative dello standard europeo, come Francia e Italia, una possibilità di compromesso tra quantità e qualità. Questa condizione, in virtù dell’abbattimento delle regolamentazioni europee, sarebbe venuta a mancare portando con sé una rivoluzione di usi e costumi nel vecchio continente. Sul tema qualità, ricordiamo che il pezzo del Direttore lascia intendere che il fallimento del TTIP è un rischio per la competitività europea nei confronti dei paesi emergenti. La cosa, dalle parti del Bottonomics, ci fa storcere la bocca: davvero vogliamo competere sulla quantità con gli emergenti? Bersanianamente diciamo: siam pazzi?

Altro punto: le barriere doganali. L’accordo mirava a creare la più grande area di libero scambio al mondo, intesa come numero di agenti economici e volumi di affari coinvolti, ma affinché ciò accada sarebbe necessario un abbattimento coatto di tutte le barriere doganali presenti tra le due zone. Con “barriere doganali” di solito si intende soltanto una specifica tassazione sui prodotti importati, ma anche la legislazione in materia di qualità costituisce, ipso facto, una barriera. Un prodotto alimentare americano può verosimilmente non rispettare i parametri europei sull’utilizzo di sostanze dannose e sulla qualità in generale. Ecco che la normativa europea va allora ad interferire con il libero scambio, secondo la norma mai fuori moda, ma mai attuale, che il consumatore sceglie la qualità e non dovrebbe essere impedito alle aziende di offrirgliene di pessima. Perché il mercato, si sa, si autoregola….

La retorica del TTIP è che un mercato grande e deregolato faccia il bene di tutti. Se vi fischiano le orecchie e avete meno di quarant’anni, è perché avete sentito questa teoria per tutta la vostra vita. È ovvio che facilitare gli scambi porti degli indubbi vantaggi, ma la deriva neoliberista ha dimostrato in ormai troppe occasioni di avere risultati piuttosto contrastati. E quando si parla di economia reale i dubbi aumentano ancora. È infatti difficile dire se con questo accordo l’economia e l’occupazione europee si sarebbero riprese, anche perché esistono poche possibilità di confronto: il trattato Transpacifico, “gemello” del TTIP, è in atto da troppo poco tempo per mostrare dei risultati evidenti. Se si guarda però ad altri trattati commerciali, come il NAFTA e l’accordo di Cotonou tra Unione Europea e stati africani, è chiaro che in termini reali il miracolo, soprattutto per le “parti deboli”, non c’è stato. Anzi, se qualcosa si può dire sugli effetti del NAFTA, è che gli unici ad avere beneficiato in qualche modo dall’accordo non sono gli statunitensi, più solidi dei mesoamericani ma questi ultimi che hanno attirato capitali e creato lavoro senza migliorare sensibilmente la situazione salariale. Alla luce di ciò, un accordo di questo genere è economicamente insostenibile per le nostre imprese. Siamo una realtà fiscalmente molto meno agevolata di quella americana e questo, logicamente, farebbe pensare ad investimenti europei in America molto più del contrario. Perché si sa, il capitale ha bisogno di spazi da aggredire, e (anche per questo l’Unione Europea è una cosa utile) noi non siamo aggredibili, perché siamo un mercato regolamentato. Per cui: o riduciamo le regole, o vediamo i nostri investimenti andare dove preferiscono. Oppure, continuiamo a rifiutare accordi commerciali al ribasso e va davvero bene così.

Alla fine, e con buona pace del Direttore, il sospiro di sollievo della redazione del Bottonomics è decisamente più che giustificato.

La redazione del Bottonomics

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