La E-Corp è (quasi) tra noi

Il fenomeno televisivo dell’ultimo anno è, a mio parere, Mr. Robot di Sam Esmail che è riuscito a portare nel patinato e tutto sommato disimpegnato mondo delle serie televisive americane un prodotto di qualità, girato e recitato magistralmente e, soprattutto, con una caratura sociale e politica non indifferente.

Cercando di evitare gli spoiler, si può riassumere che il Nemico di questa serie non è una persona in carne ed ossa, ma l’E-Corp, enorme conglomerato commerciale che produce e vende di tutto, da PC a prodotti finanziari, fino a risultare centrale per la stabilità globale.
Una sorta di Sauron in giacca e cravatta.

Ma come per il grande Occhio, anche il lato più terribile di questa impresa è la sua totalità, la sua mole, che la porta a coprire qualsiasi aspetto della vita umana fino a diventare una sorta di Grande Fratello distopico e orientato al profitto.
Se, fortunatamente, non esiste ancora un’impresa così pontente al mondo, la tendenza pare preoccupante.

Dall’inizio degli anni 2000 si è assistito ad un progressivo concentramento dell’economia attorno a (relativamente) poche aziende: il livelllo di Fusioni ed Acqusizioni (M&A) è cresciuto progressivamente negli ultimi 15 anni ad eccezione del rallentamento dovuto alla crisi del 2007 e la tendenza sembra confermarsi anche per i prossimi anni.

Se la bolla del dot-com alla fine degli anni novanta aveva portato ad acqusizioni per cifre spropositate di aziende relativamente poco solide, oggi la pratica è più focalizzata alle fusioni di colossi con un importante capitale materiale e orientato al consumo di massa.
Uno splendido esempio di ciò è la fusione tra AB InBev e SAB Miller, dato che la nuova compagnia ora possiede circa il 35% del mercato della birra andando a polarizzare ancora di più il mercato alimentare di massa, la cui concentrazione è riassunta perfettamente in questa immagine.

Il fenomeno tuttavia coinvolge quasi ogni settore: ad esempio quello automobilistico dove la Volkswagen possiede ormai 12 marchi, dalla Lamborghini alla Skoda, per un fatturato di oltre 200 miliardi di Euro, la Toyota conta “529 sussidiarie e 226 affiliate” per un totale di 160 miliardi e la nostrana e bistrattata Fiat sta intraprendendo un percorso affine, di cui la fusione con Chrysler (FCA Group) è solo il primo passo.

Ma se gli esempi precedenti si riferiscono sostanzialmente a beni di consumo e non strettamente indispensabili, in quello chimico farmaceutico si ha una situazione ancora più preoccupante, dove la ricerca e lo sviluppo tecnologico sono predominanti e i brevetti rappresentano un grosso limite per la concorrenza.
L’accordo Bayer-Monsanto per 66 miliardi di dollari è solo l’ultimo atto di una storia che procede inesorabile dall’inizio degli anni 2000: non serve spiegare, perché una forte concentrazione economica – e qundi anche di potere – in un settore così impattante nella vita umana, sia allarmante (ricordo che queste aziende non producono solo farmaci ma anche la maggioranza delle semenze mondiali).
Da Dupont-Dow a Basf, la quasi totalità di questo settore è gestito solamente da 6 grandi aziende.

Se, come detto, le aziende produttrici in senso stretto la fanno da padrone, anche il mercato High-Tech non sta a guardare: la Apple ha acquisito, solamente, nel corso del 2015 10 aziende di diverse dimensioni; e insieme ad Amazon, Google, Microsoft e Facebook, da anni seguono la stessa politica di spartizione del mercato tecnologico mondiale.
Una concentrazione in questo settore, pur risultando meno pericolosa ai più, solleva tematiche relative alla privacy non indifferenti.

Su tutte queste operazioni dovrebbe vigilare l’Antitrust, ma le sue armi paiono abbastanza spuntate, ad esempio: la legislazione Europea è piuttosto fumosa su questi temi e in particolare si tende a condannare la pratica di “abuso di posizione dominante”,  non l’avere una posizione dominante in sé.
In sostanza non è un problema se sei grande, ma: se sei grande E ti comporti in modo da tagliar fuori i piccoli. Ma il tutto dipende se ci sono, i piccoli.
Su questo tema tra l’altro c’è un grosso problema con le nuove pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa (CSR) che fanno si bene all’ambiente e agli stakeholders ma permettono di concentrare ancora maggiormente il mercato senza incorrere in sanzioni e, di fatto, limitano l’ingresso a nuove aziende.

Un altro grosso limite della vigilanza delle autorità è dovuta dal fatto che stabilire la giurisdizione può molte volte risultare difficile, soprattutto in presenza di imprese multinazionali (Qualcuno ha detto TTIP?).
Ma al di là della tematica di sorveglianza, si ha una legittima preoccupazione sull’effettivo potere informale esercitabile da questi conglomerati a livello sociale.
Se da una parte c’è l’aggravarsi della disuguaglianza sociale, con il famigerato 1% che guadagna come il restante 99%, dall’altra esiste una vera e propria delegittimazione degli stati nazionali e non solo di quelli in via di sviluppo.
Ad esempio, nel 2015 il 12% dell’intera economia USA è stata generata dalle sole prime 10 aziende ed è facile immaginare come l’attività di lobbying, benché legittima, regolamentata e esercitata da attori simili sia enormemente più influente; e forse, concordabile tra questi, rispetto a quella portata avanti da “infinite imprese puntiformi”.

E quindi, forse, l’E-Corp è quasi tra noi.

Andrea Armani

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