“Neruda”, il fuggitivo vizioso di Pablo Larraín

Il penultimo film di Pablo Larraín, Neruda, non è un racconto biografico. Non fatevi ingannare dal premio ricevuto alla dodicesima edizione del Biografilm Festival di quest’anno, è stato il regista stesso a definirlo un “falso biopic”. Soprattutto il protagonista di Neruda non è il poeta romantico, bensì il Neruda vate dell’impegno politico e civile, comunista convinto e senatore irriverente del Partito Comunista del Cile. Del quale, fin dal primo fotogramma, verrà delineato un ritratto di uomo antipatico e borioso.

Il processo di decostruzione e smitizzazione della sua figura si innesca fin dalla prima sequenza: siamo in un bagno pubblico, è il 1948, Neruda (interpretato da Luis Gnecco) si difende dalle accuse di tradimento rivolte da alcuni politici lì presenti, concludendo la sua invettiva con un bell’invito ad andare al diavolo. La premessa storica viene omessa nel film, ma l’errore del senatore fu quello di sostenere il candidato elettorale del Partito Radicale, Gabriel González Videla. Divenuto Presidente, le scelte politiche autoritarie del politico si rivelarono molto distanti da quanto promesso in campagna elettorale: la violenta repressione contro i minatori in sciopero e la messa al bando del PCCh costrinse i comunisti a prendere pubblicamente le distanze. Per questo motivo Neruda fu accusato di tradimento per offesa al prestigio della patria. Di tutto questo, Larraín ci mostra solo la celebre seduta del senato cileno del 6 gennaio del 1948, durante la quale il senatore comunista pronunciò il celebre Yo acuso, contro l’insinuazione di  lanciatagli dal Presidente, e nella quale elencò i minatori tenuti prigionieri dallo Stato.

È qui che la Corte Suprema del Cile lo accusò di tradimento per aver incitato la rivolta sindacale, e Videla emanò quel mandato di arresto che rese Neruda un fuggitivo ed esule in patria. Questo stesso avvenimento diventa il motore dell’intreccio, fino ad ora raccontato dalla fastidiosa voce di un narratore interno non riconoscibile, che sembra spiare il poeta dal buco della serratura di ogni porta nella quale si infila. Dal registro storico si passa a quello del noir e del poliziesco, perché ha inizio una vera e propria caccia all’uomo: scopriamo che il narratore è il capo Prefetto Oscar Peluchonneau (interpretato da Gael García Bernal), l’uomo incaricato di trovare e arrestare il senatore, il suo aguzzino. Risuonano in questa scelta non troppo originale gli echi di numerose altre pellicole (recenti e molto diverse tra loro, Catch me if you can e Old Boy), dove persecutore e perseguitato si corteggiano senza mai toccarsi, fintanto che le loro identità non si mescolano, in un reciproco rapporto di dipendenza.

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Questo gioco fatto di inseguimenti in macchina con finti fondali e travestimenti immersi in un’atmosfera flou dai colori insaturi, disvela un po’ alla volta l’evidenza; persecutore e perseguitato, Peluchonneau e Neruda, inseguono in realtà lo stesso sogno: fare di se stessi un mito collettivo e lasciare una traccia nella storia, poco importa con quali mezzi. L’uno vorrebbe diventare eroe catturando il grande traditore, e servendo lo Stato fascista, mentre l’altro trasformandosi nel più celebre ricercato del Cile, a tratti accarezzando l’idea del martirio. Due personaggi alquanto controversi. Larraín mostra quelli che – a suo parere – sarebbero i due  volti del comunista Neruda, pubblicamente capace di interpretare le lotte e la rabbia del proletariato cileno, ma privatamente nient’altro che un borghese abituato a una vita fatta di lussi e privilegi. Come si definisce lui stesso “il fuggitivo vizioso”, che può permettersi di rendere questa fuga avventurosa come nei romanzi gialli che tanto ama, perché circondato da compagni e amici disposti a coprirlo, mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Mentre il Prefetto, che rientra nel tipico stereotipo dello statale ottuso e vanaglorioso, dimostra d’altra parte di essere un attento lettore delle odi, citandole nel dettaglio (“la cipolla disgustosa”).

Pablo Larraín ha voluto omaggiare quindi i gusti letterari del poeta, amante appunto del poliziesco, ma la scelta non tiene: i due personaggi sono pedine di un bel gioco meta-cinematografico privo di contenuti, dove a contare sono forse più i personaggi secondari (la moglie, i compagni che lo coprono). Esattamente la parte che il Prefetto non vuole ricoprire. La poesia è relegata al montaggio, in una lunga sequenza di enjambement visivi, che scandiscono il tempo della narrazione con falsi raccordi e stacchi netti da un’inquadratura all’altra, legati tra loro dalla continuità del discorso. Un film pretenzioso e forse sopravvalutato dalla critica, che sminuisce il potente valore politico e storico della parola, ridotta a semplice significante recitato a memoria, mai sincero motore dell’azione sociale.

Roberta Cristofori
@billybobatorton

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