In Europa l’aria è viziata: come Dublino nega i diritti dei migranti

Quando hanno lasciato Peshawar, in Pakistan, Khan e sua moglie non avevano idea che sarebbero arrivati in Italia. Dell’Italia non sapevano nulla. Ma sapevano bene dove stavano andando: in Europa. Era per questo che avevano messo da parte i soldi, che avevano supplicato gli amici di fargli qualche prestito, che si erano messi in contatto con il loro “agente di viaggio”: perché volevano andare in Europa. In Europa dove la loro fede religiosa non sarebbe stata un problema, e neanche il loro matrimonio scelto contro il volere delle loro famiglie.

Dalle periferie delle grandi città nell’Africa Occidentale fino ai villaggi del Bangladesh, migliaia di persone sognano l’Europa. Per molti di loro è un posto vago, una direzione geografica incerta ma potente, dove non c’è la guerra e si trova lavoro, e se ci si ammala si viene curati. Alcuni migranti hanno una meta precisa, quando partono per il loro viaggio: la Germania, la Francia, il Regno Unito. Laggiù hanno famiglia o amici. Molti altri stanno solo scappando verso un’Europa qualsiasi. Non sanno nulla dei paesi che incontreranno. Non hanno nessuno che li aspetti.

Se l’Europa è percepita come un altrove vago ed uniforme da chi arriva da fuori, la sensazione che si ha a viverci dentro è completamente diversa. Da dentro, l’Europa è una cartina in cui i confini sono ancora ben segnati e dove non è affatto uguale trovarsi in Francia o in Grecia. Se è vero che l’Unione Europea non voleva frontiere interne per i suoi cittadini, lo stesso non è mai valso per i suoi stranieri. Fin dal 1990, gli immigrati irregolari sono stati un fastidioso dilemma per l’Unione Europea. Per via del diritto di asilo, non potevano essere respinti senza appello. Ma come controllare l’afflusso di cittadini stranieri in uno spazio in cui merci, capitali e persone sono liberi di circolare? Tra le tante materie che andavano gestite in modo nuovo e più comune, anche l’asilo andava regolamentato a livello europeo. Così è iniziato il processo della creazione di una politica di asilo comune che, tra le altre cose, ha visto la nascita del cosiddetto Sistema Dublino.

Quando si parla di Sistema Dublino vengono subito in mente i migranti accampati sugli scogli a Ventimiglia, che supplicano di aprire la via, o i tendoni fangosi della “giungla” di Calais, dove migliaia di persone aspettano di ottenere un passaggio oltre la Manica. In realtà, il Dublino altro non è che una serie di leggi europee e il suo scopo dichiarato è tutt’altro che diabolico. L’obiettivo del Sistema Dublino è impedire che un richiedente asilo faccia plurime domande di protezione in più paesi europei. Se questo succedesse, oltre a gravare inutilmente le autorità che si occupano d’asilo, il richiedente potrebbe ricevere risposte contrastanti. Ancora peggio, potrebbe capitare che i paese si rimpallino la sua pratica all’infinito, privandolo di fatto di una risposta. Il regolamento stabilisce che un solo paese debba prendere in carico la domanda di asilo e che tale paese debba arrivare a una risposta nel minor tempo possibile.

Detto così, sembra un’idea semplice e sensata. È quando si arriva ai criteri per decidere quale paese deve dichiararsi competente a esaminare una domanda, che le cose si fanno tutt’altro che sensate. Prima di tutto, i criteri non sono sostanzialmente cambiati dal lontano 1990, quando la prima Convenzione di Dublino è stata negoziata.  Sia il regolamento del 2003 che quello odierno confermano gli stessi tre principi di determinazione dello stato competente: legami di famiglia, precedente permesso di soggiorno, ingresso alla frontiera esterna dell’Unione Europea. Se il richiedente asilo ha qualche famigliare che risiede in un dato stato europeo, questo stato sarà competente a esaminare la sua domanda di asilo. Se la persona non ha famigliari in Europa, si prenderà in considerazione il fatto che abbia già un permesso di soggiorno valido in un dato stato europeo. Se la persona è entrata illegalmente senza un visto d’ingresso, lo stato competente sarà il primo stato europeo nel quale la persona ha messo piede.

C’è chi dice che i tre principi sono stati pensati in buona fede. Nel 1990, molti richiedenti asilo andavano a unirsi a famiglie già presenti sul territorio. Per questo, il primo principio era rilevante. In quegli anni, molti migranti arrivavano in Europa con visti turistici per paesi della regione centrale, come la Germania e la Francia, e allo scadere di quel permesso, facevano richiesta di asilo.   Per questo, il secondo principio era rilevante. C’è chi dice che il Dublino I era stato pensato per funzionare e distribuire equamente le domande di asilo sul territorio Europeo, tenendo in conto l’interesse e la volontà del migrante. Secondo queste persone, il terzo principio doveva essere residuale.

Altri sostengono che i tre principi sono e sono sempre stati una follia, o peggio, una macchinazione. I primi due principi sono stati messi lì come specchietti per le allodole, per distrarre dall’unico principio che avrebbe determinato la stragrande maggioranza delle attribuzioni: il terzo, quello che parla del paese d’ingresso. I detrattori del Dublino si chiedono: come si poteva non prevedere che il Mediterraneo e la via di terra che attraversa i Balcani sarebbero diventate le porte d’ingresso dell’Europa? E che i paesi della frontiera esterna dell’Europa sarebbero stati sovraccaricati di domande d’asilo, al contrario dei paesi delle regioni centrali, dove i richiedenti vorrebbero veramente arrivare? E se anche questo fatto si ignorava nel 1990, perché i principi sono stati confermati nel Regolamento del 2003, e in quello del 2013? Nel 2013 la crisi della Libia era scoppiata da un pezzo. Il mare era già pieno di gommoni, e le spiagge di corpi.

Se il Dublino sia stato pensato in malafede dall’inizio, o se sia semplicemente una legge sbagliata, poco importa. Tutti ormai convengono che si tratta di un regolamento inefficiente, ridicolo quando inapplicato, vergognoso quando applicato. Nel 2014, il 70% delle richieste di asilo formulate in Europa sono state avanzate in 5 paesi, quelli alla frontiera. I meccanismi che dovrebbero assicurare un’equa distribuzione delle domande di asilo tra i paesi europei sono chiaramente inefficaci.

refugees-italy

Come ogni legge ingiusta, il regolamento Dublino non viene applicato. Ha quindi fallito anche lo scopo di evitare i cosiddetti “movimenti secondari”: il passaggio di richiedenti asilo che abbiano già avanzato una domanda in un primo paese verso un secondo paese. Malgrado l’inasprirsi dei controlli ai confini tra i paesi Europei e le parossistiche chiusure temporanee delle frontiere a Ventimiglia e al Brennero, i migranti riescono a passare. Pur essendo stati registrati e sottoposti allo screening delle impronte, somali, siriani, palestinesi ed eritrei continuano a lasciare l’Italia per raggiungere le loro comunità in Germania, in Austria e in Svezia. Semplicemente, il loro viaggio diventa ancora più arduo e più costoso. Dopo il mare ed il deserto, resta ancora la foresta delle frontiere europee da attraversare. E nel sottobosco criminale di chi offre passaggi oltre le Alpi, i trafficanti di esseri umani tessono le loro reti di fianco alle nostre case, davanti agli occhi della nostra polizia.

Ma se il Dublino è tanto sbagliato, perché non cambiarlo? Questo è quello che si chiedono tutti. Qualche timido tentativo è stato fatto. Il Parlamento Europeo ha votato in diverse occasioni per superare il regolamento. Le sue proposte sono state radicali: superare il principio del primo paese d’accesso, istituire un meccanismo automatico di distribuzione delle responsabilità tra i paesi europei e centralizzare l’esame delle domande di protezione internazionale. Purtroppo, il Consiglio Europeo, dove siedono i rappresentanti dei governi, ha sempre bloccato queste mozioni. Alla fine,  ad Aprile 2016 la Commissione Europea ha avanzato due proposte per superare il Dublino. La prima di queste era un radicale cambio di direzione, in linea con l’idea innovatrice del Parlamento. La seconda, il cosiddetto Dublino Plus, è un disegno molto più conservatore, che di fatto rimarca i tre principi dei precedenti regolamenti. È stata questa seconda opzione ad essere accettata dal Consiglio Europeo.

Inutile dire che la proposta del Dublino Plus ha suscitato un coro di scontento in tutti quelli che criticavano le precedenti versioni del sistema. Come si può pensare di proseguire nel solco di una norma che tutti quanti ormai decretano malfatta? Davvero sentiremo ancora una volta parlare di primo paese d’ingresso? Lungi dal rivoluzionare la concezione precedente, Dublino Plus mette ancora una volta un peso eccessivo sui paesi alla frontiera esterna e non permette ai richiedenti asilo di esprimere alcuna preferenza sul paese che vorrebbero raggiungere.

Secondo i suoi promotori, quello che dovrebbe salvare il Dublino Plus dal fallimento dei precedenti regolamenti è un nuovo cosiddetto “meccanismo di ridistribuzione equa” delle domande di asilo, che scatterebbe quando ci sia un accumulo eccessivo di tali domande in un solo paese. Peccato che, come fa notare la parlamentare Europea Elly Schlein, il meccanismo scatti solo davanti a numeri altissimi di nuove richieste d’asilo, senza contare che i sistemi di accoglienza di alcuni paesi europei sono già allo stremo delle forze per via delle richieste d’asilo presentate negli anni passati. Il sistema di accoglienza italiano arriverà al collasso ben prima di raggiungere la quota di domande d’asilo che dovrebbero, finalmente, attivare il meccanismo di redistribuzione.

Ma il vero punto che dovrebbe interrogarci non è quanto Dublino Plus fallirà, o quanto sia una goffa reincarnazione dei regolamenti precedenti. Quello che dovrebbe preoccuparci è che, ancora una volta e dopo più di 25 anni, l’Unione Europea alza gli scudi e le lance contro la gente senza colpe che cerca salvezza entro i suoi confini. L’idea che un migrante possa decidere in quale paese fermarsi non è neanche stata presa in considerazione. Dopo la violenza dei trafficanti, che possono decidere di scaricarti in mezzo al deserto, se vogliono, c’è l’arbitrarietà di un sistema che ti incatena alla spiaggia sulla quale hai posato il piede ringraziando dio. Quello che dovrebbe interrogarci è quanto sia distante la visione di libertà e sicurezza che hanno i migranti del nostro paese, dalla realtà di gretto egoismo e di nazionalismo degli stati europei. Quanto sia viziata l’aria che si respira, dentro questa paradisiaca Unione Europea.

Angela Tognolini

Annunci

4 pensieri su “In Europa l’aria è viziata: come Dublino nega i diritti dei migranti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...