un'immagine di bombardamenti sullo Yemen

Yemen, come esportare l’imperialismo e perdere una guerra

Piccolo paese di meno di trenta milioni di abitanti, aggrappato alle province meridionali del ben più ingombrante vicino di casa saudita, lo Yemen è scosso da una violenta guerra interna da oltre due anni e da più di un anno dal conflitto contro Riad.
Infatti, poco dopo che i ribelli houthi (appartenenti alla corrente sciita dell’islam e minoranza nel paese) prendono il potere nella capitale Sana’a, l’Arabia Saudita – paladina dell’islam sunnita – lancia per la prima volta nella sua storia una grande operazione militare al di fuori dei suoi confini. Questa operazione – cui è stato assegnato l’inquietante nome di “Tempesta risolutiva” – prevede la partecipazione di numerosi paesi arabi guidati dagli stessi sauditi.
Già assillati da mille problemi – la povertà, la disoccupazione, i terroristi di Al Qaeda che spadroneggiano nell’est – gli yemeniti cominciano così a vivere una quotidianità fatta di raid aerei (circa 140 al giorno) che non risparmiano nemmeno gli ospedali, i matrimoni, le scuole, i campi profughi o le ambasciate straniere, luoghi che vengono così trasformati in obiettivi militari.

un'immagine di bombardamenti sullo Yemen

Ma come si è giunti a questa situazione?
Almeno tre i motivi principali. I primi due sono strettamente collegati: il disimpegno degli USA dallo scacchiere Medio Orientale, proseguito a fasi alterne per tutti gli otto anni dell’amministrazione Obama, e la crescente influenza (reale e percepita) dell’Iran.

Infatti l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo non vedono di buon occhio l’accordo sul nucleare tra Washington e Tehran né il tacito sostegno fornito dagli USA all’intervento iraniano in chiave anti-ISIS (organizzazione invece sostenuta da Riad e da altri paesi arabi). In realtà non ci sono prove sicure e dirette di un coinvolgimento dell’Iran nella faccenda yemenita. Di sicuro il paese degli ayatollah ha bisogno di far sentire la sua voce per poter continuare ad accreditarsi come il “protettore degli sciiti” agli occhi del mondo e inoltre, in un mondo in cui scarseggiano gli alleati, avere degli amici proprio nel cortile di casa dei propri principali nemici non è così male.
Ciò detto però bisogna che sia chiaro che in ogni caso gli houthi costituiscono una forza indipendente, non sono certo delle marionette nelle mani di Teheran.

Giungiamo così al terzo motivo, costituito dal braccio di ferro ai vertici della dinastia al Saud che contrappone il 56enne Mohammed bin Nayef, principe ereditario e ministro dell’Interno, al 30enne Mohammed bin Salman, che è il secondo nella linea di successione al trono. Ambizioso, potente e pronto a rompere con le pastoie della tradizione che governano il ricco paese del Golfo, bin Salman non è soltanto il regista della guerra in Yemen. Molto attivo anche in politica estera e in campo economico è lui l’ispiratore principale della riforma che prende il nome di “Saudi Vision 2030” e che punta a rivoluzionare profondamente l’intera ossatura economica del suo paese per sottrarlo alla petrol-dipendenza e alla crisi economica che da tempo lo attanaglia (e che per alcuni commentatori è direttamente collegabile alle spese sostenute per la guerra in Yemen).

I due principi Sauditi: bin Salman a sinistra e Nayef a destra.
I due principi Sauditi: bin Salman a sinistra e Nayef a destra.

La sommatoria di questi fattori ha spinto Riad a scendere in campo personalmente per far sentire la propria voce in una regione, quella del Golfo, su cui non rinuncia ad affermare la sua potenza.
Il sorgere e il consolidarsi di questa volontà egemonica conferma la nascita di un mondo sempre più multipolare. La guerra in Yemen è infatti il risultato della lotta fra le molte potenze di medio calibro – e del contemporaneo affanno delle grandi potenze – che si sono affacciate sulla scena internazionale negli ultimi quindici-vent’anni.

Dal punto di vista militare e politico quella dell’Arabia Saudita è in realtà una spedizione punitiva che si voleva di breve durata, più che una guerra nel senso classico del termine. Nei piani dei Saud non vi pare essere una strategia politica, non traspare una visione concreta di cosa sarà lo Yemen dopo questa guerra. E gli Houthi? Se sconfitti quale sarà il loro ruolo? Avranno ancora un posto in quello che è a tutti gli effetti anche il loro paese?
I sauditi non sembrano mossi neanche dall’impellenza di dare una nuova forma allo stato yemenita, tutt’al più dalla restaurazione dello status quo precedente l’invasione.
L’obiettivo qui è la distruzione di un nemico, non la creazione di uno Stato. È anche questo che spaventa dell’intervento dei sauditi; esso sembra essere stato fin da subito l’unica opzione presa in considerazione, la più ovvia, la più naturale da parte dell’establishment di Riad.
Non vi sono stati aspri dibattiti in TV, tragici voti in Parlamento, accorati appelli alla società civile e manifestazioni per le strade e nelle piazze. Un esercito si è mosso, l’aviazione è stata mandata a bombardare mentre a casa il resto della popolazione proseguiva le sue normali attività. All’interno del paese si passa così da sentimenti completamente contrastanti: o un acceso sostegno (cioè l’ovvio accompagnamento di un nazionalismo galoppante) alla campagna militare o un sostanziale disinteresse.
In ogni caso, quindi, nulla di buono.

Non vi sono emozioni perciò in questa guerra, una guerra che sta affamando più della metà degli yemeniti e che ha ucciso soprattutto i civili. Ciò non deve sembrare paradossale se osserviamo lo strumento preferito dai sauditi e dai loro alleati: i raid aerei e i bombardamenti.
Si tratta infatti della naturale conseguenza di un processo sempre più meccanico e sempre meno umano: “Oggi la guerra – scrive James Hillman nel suo Un terribile amore per la guerra – è una devastante operazione high-tech eseguita da tecnici specializzati con un tocco delle dita. Le armi lontano dal fronte, il fronte stesso dissolto, mentre la guerra si trasferisce in cielo, sui satelliti, nello spazio”.

Marco Colombo

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