Il TTIP è morto ma c’è poco da festeggiare

This is the end. Il ministro dell’economia tedesca Sigmar Gabriel ha decretato la fine dell’accordo commerciale transatlantico, altresì noto come TTIP, sostenendo che le trattative, in corso dal 2013, tra Unione Europea e Stati Uniti “hanno fallito”. Che i negoziati non stessero andando per il verso giusto lo si era intuito da tempo. In particolare da quando lo scorso maggio il presidente francese François Hollande, in parte per soddisfare l’opinione pubblica e l’ala sinistra del suo partito, aveva irrigidito la sua posizione.

Lo stesso Gabriel ha attribuito le ragioni di questo fallimento alla volontà dell’Europa “di non piegarsi alle richieste degli USA”. Due in particolare erano le resistenze nel vecchio continente. La prima riguardava l’adeguamento dell’industria alimentare europea agli inferiori standard sanitari presenti dall’altra parte dell’oceano. La seconda, alla quale era molto legata la Germania, concerneva la clausola ISDS, quella che garantisce alle multinazionali il diritto di impugnare davanti ad un tribunale terzo una decisione degli stati che ne lede gli investimenti, ottenendo spesso sentenze benevoli e dunque il risarcimento del danno subito. Tuttavia è da sottolineare come la difficoltà di mantenere le trattative segrete e le pesanti interferenze da parte di soggetti privati di entrambi gli schieramenti abbiano contribuito in maniera decisiva allo stallo definitivo.

German economy Minister Gabriel speaks about electromobility
Il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel

In ogni caso, il naufragio dei negoziati sembra presentarsi come una tanto inaspettata quanto significativa vittoria da parte dell’Unione Europea. In questa trattativa infatti il vecchio continente partiva da una posizione di chiaro svantaggio. A causa del risibile tasso di crescita delle proprie economie, i leader europei avrebbero potuto cedere alle lusinghe di un accordo che, secondo alcuni studi, garantiva un aumento del volume degli scambi e dei posti di lavoro. E, invece, anche grazie ai numerosi movimenti e gruppi di pressione contrari al TTIP, ciò non è accaduto e sia la salute dei cittadini dell’Unione che l’autonomia della politica rispetto agli interessi delle multinazionali sono state salvaguardate.

Tuttavia, dal punto di vista delle dinamiche geopolitiche, il fallimento del TTIP rappresenta una mancata occasione di rinsaldare il blocco occidentale in un periodo di crescenti minacce provenienti da oriente e potrebbe ulteriormente indebolire un’Unione Europea che in politica estera fatica a far valere il proprio peso. 

È indubbio come negli ultimi due decenni gli equilibri di potere globali siano completamente mutati e come nuovi centri di potere siano (ri)sorti ad est. L’epoca post-guerra fredda in cui gli Stati Uniti sembravano destinati, dall’alto della loro supremazia politica, economica, militare e culturale, a guidare il mondo si è definitivamente conclusa con la lacerante esperienza bellica in Iraq e la crisi finanziaria del 2008. L’Europa, che con i trattati di Maastricht pareva essere sulla buona strada per diventare una protagonista sullo scacchiere internazionale, è finita vittima dei propri difetti strutturali e dei propri particolarismi, svegliandosi di soprassalto dall’utopia federalista.

Ad un occidente su cui è piombata la mannaia del declino si è via via contrapposto un oriente che cresceva in maniera esponenziale, talvolta risorgendo dalle proprie ceneri. Il caso probabilmente più noto in questo senso è quello della Cina che, per alcuni aspetti come il valore complessivo delle esportazioni, costituisce la prima economia mondiale. Ad ulteriore dimostrazione della sua forza, Pechino, spesso attraverso gli investimenti e gli accordi commerciali, ha incrementato notevolmente il suo peso politico nei paesi del terzo mondo ma anche in quelli più sviluppati.

Ma non c’è solo il dragone cinese a spaventare l’occidente. I giganti del petrolio in Medio Oriente come Iran, Arabia Saudita e le monarchie del Golfo infatti stanno accrescendo il loro potere economico. Come nel caso cinese la disponibilità di risorse finanziarie si è tradotta in potenza militare con l’Arabia Saudita che per esempio è diventata il primo importatore di armi nel pianeta e che con questi acquisti alimenta i conflitti regionali, foraggiando talvolta gruppi terroristici. Rispetto alla Cina, i grandi esportatori di petrolio hanno saputo (e probabilmente voluto) trasformare maggiormente la loro potenza in influenza culturale, andando per esempio a sovvenzionare centri islamici in Europa. Spostandoci un po’ più ad ovest troviamo la Russia di Vladimir Putin. Mosca con le sue imprescindibili forniture di gas all’Europa e con l’aggressiva ed imprevedibile politica estera del suo presidente riesce a tenere esattamente l’occidente sulle spine come ai vecchi tempi. Una menzione tra le nuove grandi potenze dell’oriente la merita anche l’India, se non altro per il suo miliardo e 300 milione di abitanti. Di quanto Nuova Delhi sia diventata influente e assertiva se n’è accorta l’Italia nella vicenda dei due Marò.

G20 summit in Anatalya, Turkey
Il presidente cinese Xi Jingping e il suo omologo russo Vladimir Putin

Le già menzionate emergenti (in realtà emerse) potenze orientali sono molto diverse tra loro ma sembrano essere accomunate dal fatto di essere regimi non democratici oppure di avviarsi a diventarlo. A contrario di quello che aveva previsto Francis Fukuyama nel suo celebre articolo “la fine della storia”, pubblicato pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino, la democrazia pluralista e lo stato di diritto di stampo occidentale non si stanno diffondendo in maniera inesorabile. Anzi proprio dove ce ne dovrebbe essere maggiore bisogno, ovvero nei luoghi in cui si concentra il potere, pare che questo modello non faccia breccia o, addirittura, stia clamorosamente arretrando.

La Cina è da decenni governata da un regime a partito unico di ispirazione comunista che dagli anni ottanta ha abbracciato il capitalismo ma che continua a limitare alcune cruciali libertà individuali. Il Medio Oriente fatica ad assimilare le forme di democrazia occidentale perché contrarie alla propria cultura preferendogli monarchie o teocrazie più o meno illiberali. A seguito della guerra fredda, la Russia sembrava avviata verso la costruzione di un sistema politico e di governo di tipo occidentale ma Putin l’ha riportata sulla direzione opposta, sfruttando i mezzi di propaganda e facendo anche leva sul nazionalismo. Lo stesso processo, in maniera estremamente preoccupante, è in corso nella Turchia di Recep  Tayyip Erdogan (un paese dalla posizione strategica) e nell’India di Narendra Modi.

In definitiva questo è lo scenario per l’occidente: la presenza di competitors sempre più forti e che non condividono con esso elementi comune che ne favorirebbero le comunicazione. Il TTIP costituiva un’enorme occasione per Stati Uniti ed Europa per rafforzare i propri legami in un mondo composto da nuovi attori con cui il dialogo si presenta come intrinsecamente arduo. E invece è stata un’occasione per dividersi.

Ma se gli Stati Uniti, anche in questo contesto geopolitico radicalmente mutato, con un po’ di buon senso riguardo alle loro capacità, se la possono cavare più che bene da soli non si può dire lo stesso del vecchio continente. Sembrerà ormai pleonastico ribadirlo, ma l’Unione Europea sullo scacchiere internazionale continua a fare una terribile fatica ad esprimere una posizione comune. I diversi stati membri agiscono in politica estera sostanzialmente in maniera autonoma, tutelando in primis i loro interessi nazionali e relegando la Politica Estera e di Sicurezza Comune, impersonata dalla nostra Federica Mogherini, ad un ruolo abbastanza marginale. È dunque difficile pensare che a questo affrancamento da Washington possa corrispondere l’emergere di una posizione comune, necessaria per ottenere scopi che ormai spesso divergono. In sintesi, non è forse meglio stare con gli Stati Uniti che rimanere in balia delle proprie divisioni o, addirittura, delle bizze del Putin e dell’Erdogan di turno?

Anche perché gli USA sono quelli che tuttora ci garantiscono la nostra sicurezza esterna e di recente si sono dimostrati sempre meno interessati a noi. Ciò è stato evidente nell’immobilismo di Barack Obama durante la crisi in Ucraina. Ora addirittura il candidato repubblicano Donald Trump ha messo in discussione il principio della Nato (un’organizzazione fondamentalmente costruita per proteggere l’Europa), secondo il quale Washington deve difendere altri paesi che vengono aggrediti dall’esterno. Insomma noi abbiamo comunque bisogno di loro e loro pare che non vogliano più aiutarci a meno che non gli veniamo incontro.

Quindi cari contestatori del TTIP non festeggiate troppo perché da questo fallimento l’occidente che vi garantisce di poter esprimere le vostre opinioni liberamente esce meno unito e l’Unione Europea che ha a cuore la vostra salute rischia di venirne fuori più esposta alle crisi internazionali. 

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