Giappone: il divino gesto dell’imperatore umano

Quando il dio Izanagi scese dal cielo assieme alla sua compagna Izanami, attraversando il ponte fluttuante del cielo, Amenoukihashi, fece il primo passo verso la fondazione dell’impero millenario del Giappone.  Fu infatti dalla loro unione che nacquero le isole dell’arcipelago Giapponese.  Ma l’origine divina del Giappone secondo la mitologia Shintoista (il culto animista sincretista del Giappone il cui libro sacro è il Kojiki) non si esaurisce qui. Quando il Giappone usciva dall’era preistorica per passare all’era del Ferro, la guida del paese era il primo leggendario imperatore Jinmu, nipote di Amaterasu, la Dea del Sole, ovvero la più importante divinità del pantheon  Shinto

Da allora (o più correttamente dal primo imperatore storicamente accertato, Oojin) il Giappone è governato dalla più lunga genealogia della storia. La dinastia dell’ultimo Tenno del Giappone, Akihito,  è viva da 1500 anni.

Il termine Tenno, con il quale si indica l’imperatore del Giappone, rappresenta, come ogni termine usato nel paese del Sol Levante,  qualcosa di più profondo e intrinsecamente radicato nella cultura nipponica di quanto il termine imperatore possa trasmettere alle orecchie di un occidentale. Un po’ come il termine Kaiser, o il termine Zar, il termine Tenno sta ad indicare qualcosa di più di un semplice imperatore, la cui connotazione è strettamente legata alla cultura del popolo che governa. La traduzione letterale del termine suggerisce già qualcosa di più: Sovrano Celeste. L’imperatore non era per i Giapponesi un discendente diretto di una divinità, così come Virgilio ascrive nell’Eneide per Roma, fondata dal figlio della Dea Venere Enea, ma bensì è una divinità vera e propria.

Questo almeno fino al 15 Agosto 1945, quando il Tenno Hirohito annuncia via radio al popolo Giapponese la resa del Sol Levante e la fine della più tragica Guerra che la razza umana abbia mai scatenato in terra. 

Se credete che questo annuncio sia un evento per un giapponese dell’epoca solo perché l’imperatore dichiarava concluse le ostilità contro gli alleati, dopo che il paese era stato devastato da due bombe atomiche costate novantamila anime ad Hiroshima e sessantamila a Nagasaki, vi sbagliate. E di grosso.

Lo shock vero fu sentire che la resa, atto totalmente disonorevole e riprovevole per la cultura ultramilitarizzata del Giappone dell’epoca,  era stata portata al popolo dal sacro e divino Tenno. La prima volta in circa mille e cinquecento anni che un essere divino come l’imperatore si rivolgeva al popolo.

L’imperatore Hirohito

Ma lo shock doveva solo arrivare.  Su indicazioni perentorie da parte del Generale Douglas Mac Arthur, l’imperatore Hirohito annunciava il 1° Gennaio del 1946 al popolo tutto che la sua natura non era divina, ma bensì umana.

Dunque non solo il Giappone si era arreso, violando anni di spirito samuraico incarnato nel codice del Bushido, lasciando il sacro suolo di Cipangu (generato dagli Dei e da loro consegnato al popolo sacro) agli invasori americani; Non solo il costo di vittime civili era stato pagato con due bombe atomiche. Ma anche la colonna portante delle istituzioni giapponesi si arrendeva al nemico rinunciando alla sua natura divina.

Perché tutto questo è importante? Perché ciò ci consente di comprendere meglio la profonda personalità dell’attuale imperatore, Akihito, figlio del non più dio Hirohito. Tutta la sua vita da imperatore è stata caratterizzata da una inusuale umanità: ha sposato una borghese e non una discendente di una famiglia nobile, si è fatto ritrarre in foto mentre prendeva con la consorte un treno shinkansen per andare in vacanza, ha tenuto un discorso alla radio (il secondo della storia dopo il famoso discorso di resa del padre), si è mostrato in pubblico dopo la tragedia di Fukushima ed ha avuto un ruolo importante nel post tsunami, ed infine, ha dichiarato pubblicamente con un discorso alla tv nazionale di voler abdicare.

Quest’ultimo caso è di un’eccezionalità unica: per prima cosa, sarebbe il primo imperatore dell’era moderna a compiere un gesto del genere. Ricordando infatti la natura divina dell’imperatore (sebbene abbandonata), l’incarico è non terminabile a piacimento. In questo ricorda l’eccezionalità della mossa del papa emerito Benedetto XVI.  Secondo, ma ancora più interessante, il discorso dell’imperatore è un’opera d’arte letteraria per il sapiente uso della perifrasi; all’imperatore è infatti proibito dalla costituzione di trattare argomenti di politica. E, per quanto possa sembrare strano a prima vista, annunciare l’abdicazione è trattare di politica. Ed è per questo che il primo scottato dall’evento è l’attuale premier Shinzo Abe. Infatti non in pochi hanno provato a collegare l’abdicazione ad una manifestazione di ostilità dell’imperatore alle politiche di Abe, specialmente quelle che riguardano la politica estera.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe

Shinzo Abe, premier nipponico e segretario del Partito Liberaldemocratico del Giappone (noto in Giappone come Jimintō o con l’acronimo LDP), è infatti una figura di spicco (e controversa) del panorama politico nipponico. Il suo governo nasce il 26 dicembre del 2012 dopo tre soli anni di governo del Partito Democratico del Giappone (DPJ) che aveva vinto per la prima volta nella storia le elezioni del 2010: le uniche elezioni politiche nazionali nelle quali il partito di governo veniva sconfitto dal 1946 ad oggi.

Il governo Abe nasce sulla base di una politica economica totalmente innovativa per il Giappone, la cosiddetta Abenomics, fondata su “tre frecce”: forte svalutazione delle Yen, aumento della spesa pubblica in ottica neo-keynesiana per migliorare welfare impiego e lavori pubblici,  e riforme strutturali per rafforzare l’investimento privato. Una sorta di new deal nipponico atto a rilanciare la debole economia. Sì, perché l’ultra tecnologico Giappone è in stagnazione economica dal 1991, anno dello scoppio della bolla. E per due decenni la politica del LPJ prima e del DPJ dopo è stata tenere bassi i tassi d’interesse e mandare in deflazione il paese. Avete capito bene: deflazione.  Ciò ha stravolto l’economia giapponese fondata sul lavoro a tempo indeterminato di padri di famiglia salarymen che portavano a casa lo stipendio per tenere su la famiglia lavorando dalle 11 alle 13 ore giornaliere, puntando a poche ma facili promozioni all’interno dell’azienda. Quel mondo è svanito, stravolto ulteriormente dal tracollo dell’economia globale nel 2008 a seguito dell’affaire Goldman – Sachs. Ciò ha portato uno stravolgimento all’interno della società nipponica, e il cavalcatore di tale onda è stato Abe, che ne ha tratto un trionfo alle successive elezioni.

Ma la politica di Abe, che in quattro anni di governi non ha prodotto i risultati sperati – non sappiamo quanto a causa delle sue politiche e quanto a causa di altri eventi internazionali, con ultimo colpo la Brexit contro cui il Giappone si era apertamente schierato, non è nota solo per il progressismo economico.

La politica estera di Shinzo Abe è anch’essa, in qualche modo, innovativa; sono infatti evidenti le intenzioni di Abe di cavalcare in rinnovato nazionalismo nipponico, riportando il Giappone ad un ruolo di attore principale nelle questioni asiatiche (avendo come conseguenza l’escalation della tensione nella questione delle isole Dayou/Senkaku contese alla Cina), e volendo modificare a tal scopo in senso militarista la costituzione pacifista del Giappone.

Inoltre il Giappone aveva instaurato una serie di politiche ecofriendly (non a caso il famoso protocollo è stato firmato a Kyoto) che le riforme strutturali di Abe hanno rallentato, se non messo a repentaglio. Dopo la disgrazia di Fukushima inoltre, i movimenti anti-nucleare sono tornati alla ribalta, contestando pesantemente il governo Abe che invece fa dell’indipendenza energetica imperniata sul nucleare un suo cavallo di battaglia.

Japan's Emperor Akihito waves to well-wishers who gathered at the Imperial Palace to mark his 82nd birthday in Tokyo, Japan, December 23, 2015. REUTERS/Thomas Peter/File photo
L’imperatore Akihito

In tutto questo, l’imperatore Akihito è sempre rimasto distaccato, come prevede il protocollo. Ma voci insistenti danno il Tenno fortemente indisposto verso le politiche di Abe.

E la popolarità dell’imperatore Akihito è enorme in Giappone. La sua umanità, ottimamente rappresentata in questo articolo del LA Times, stridente verso la tradizione (ma anche verso l’establishment) e il suo impegno in molte questioni che stanno a cuore alla popolazione, come il suo impegno per le energie rinnovabili e il suo ruolo attivo nelle ore post-Fukushima, fanno di lui una importante calamita politica che, se mal (o ben?) interpretata, può riversare contro il premier Abe un terremoto politico.

Ed è questo che temeva (e teme tutt’ora) Shinzo Abe, anche se gli esperti sono unanimi nell’affermare che la mossa sia puramente personale, dovuta alla precaria salute del Tenno.

Inoltre, il figlio nonché erede, di Akihito ha un passato di problemi di depressione, e dunque non è ritenuto all’altezza del compito che lo attende. Sebbene l’imperatore non abbia un ruolo in politica interna esso non è affatto un ruolo vuoto, anzi. Il ruolo di imperatore – perfettamente assolto da Akihito fino ad oggi – è un ruolo di enorme rilevanza, specialmente nelle relazioni internazionali, similmente al ruolo di Regina del Regno Unito e di Irlanda ricoperto da Elisabetta II.

L’idea folle che imperversa è quindi che il prossimo imperatore possa essere scelto tra i nipoti dell’imperatore. Che però sono tutti di sesso femminile. E, sebbene nella storia millenaria del Giappone vi siano casi isolati di donne Imperatrici, la costituzione vieta tale opportunità. A meno che il parlamento non cambi la costituzione appositamente per questo evento. Il che costituirebbe un’ulteriore innovazione, l’ennesima (sebbene ultima) novità introdotta nel granitico Giappone dall’imperatore umano Akihito.

Alessandro Bombini

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