La Spagna è ancora alla ricerca del governo perduto

Nulla da fare. Dopo 257 giorni la Spagna continua a non avere un governo. Ieri il primo ministro uscente, il popolare Mariano Rajoy, è tornato davanti al congresso spagnolo, per la seconda volta in tre giorni, per chiedere la fiducia al suo governo di coalizione che vede la partecipazione del partito centrista Ciudadanos. 
La prima votazione era stata effettuata mercoledì scorso. In quella occasione Rajoy aveva bisogno di 176 sì. Troppi rispetto ai 170 voti che, dopo mesi di trattative con i centristi guidati da Albert Rivera, era riuscito ad assicurarsi.

Ma Rajoy ha voluto riprovarci ieri. La costituzione spagnola prevede che per formare un governo, alla seconda votazione di fiducia, basti la maggioranza semplice (senza contare, cioè, le astensioni). I popolari e i centristi hanno sperato – anche se alla vigilia era chiaro che non sarebbe successo – che qualcuno tra i membri del partito socialista (Psoe) decidesse di astenersi o di non presentarsi alle votazioni per permettere la formazione di un governo di minoranza. Così non è stato e due minuti prima delle 21 di ieri, la presidente del congresso spagnolo ha letto il verdetto: di nuovo 170 voti a favore e 180 contrari. La Spagna quindi, dopo 9 mesi, continua a non avere nessuno che la governi.

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Albert Rivera, leader di Ciudadanos

Come si è arrivati a questo punto?


Per comprendere ciò che sta accadendo in Spagna e ciò che potrà succedere in futuro è opportuno fare un passo indietro. 
Con la fine del regime franchista e la successiva transizione democratica, la Spagna conobbe un forte boom economico protrattosi – tra alti e bassi – fino al 2008. In questo lungo periodo la politica spagnola è stata caratterizzata dall’alternanza governativa tra popolari e socialisti. Tutte le consultazioni elettorali, fino ad allora, avevano prodotto risultati certi e i due partiti avevano sempre governato da soli, senza bisogno di alleanze.

A partire dal 2008, però, la crescita spagnola ha visto una forte battuta d’arresto. È il periodo della crisi finanziaria mondiale e la Spagna, ormai pienamente inserita nel sistema finanziario globale, ne risentì più di altri a causa della forte dipendenza dai capitali stranieri. Nel 2011, in piena recessione, il primo ministro socialista Zapatero decise di farsi da parte, indicendo elezioni anticipate. Quell’anno tornò al governo il partito popolare che, con Mariano Rajoy, guiderà il paese fino alle elezioni del dicembre 2015, facendosi promotore di tagli orizzontali alla spesa pubblica nel tentativo di rientrare nei parametri previsti da Bruxelles. 
Dopo anni di austerità, con il Pil che continuava a calare e la disoccupazione che continuava a crescere, gli spagnoli hanno iniziato ad allontanarsi dai partiti tradizionali, rei di non aver saputo gestire la crisi (Psoe) o di averne scaricato i costi completamente sui contribuenti (Pp).

È in questo contesto che si fanno spazio le due formazioni politiche che porteranno a quella che è stata definita “l’italianizzazione della politica spagnola”. 
Nel 2014 nasce Podemos, una nuova forza politica di sinistra che, guidata da Pablo Iglesias, giovane e carismatico professore universitario, si presenta come partito anti-sistema e inizia ad erodere voti al Psoe. Si era creato, però, un vuoto politico: i vecchi elettori “moderati”, stanchi tanto dei popolari quanto dei socialisti, avevano come unica alternativa un partito di sinistra con un programma molto lontano dalle loro istanze. Questo vuoto fu riempito da Ciudadanos, un piccolo partito centrista che ora si candidava a diventare la più credibile alternativa per i popolari scontenti. 
Popolari e socialisti, quindi, dovevano per la prima volta fare i conti con due formazioni credibili che promettevano di mettere loro i bastoni tra le ruote. 
Si arriva così alle elezioni del dicembre 2015. Da quel momento, la situazione politica spagnola cambierà radicalmente.

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Pablo Iglesias, leader di Podemos

Il 20 dicembre 2015, a urne chiuse, il risultato delle consultazioni elettorali è sorprendente. I due partiti tradizionali perdono milioni di voti con il Partito popolare che si attesta al 28,7% e i socialisti fermi al 22%. Risultato strabiliante per Podemos che supera il 20% dei consensi (attestandosi come partito più votato in Catalogna e Paesi Baschi, due regioni fortemente separatiste). Quarta posizione per Ciudadanos che passa dal 3% delle precedenti elezioni europee ad un dignitosissimo 13,9%. 
Eccola qui la novità: nessun partito, da solo, può formare un governo. Gli analisti del giorno dopo iniziano a parlare di fine del bipartitismo e di “configurazione all’italiana”. Gli spagnoli, abituati ad un bipartitismo quasi perfetto, avevano guardato fino ad allora con simpatia alle vicende della politica italian: tanti partiti, piccoli e grandi, che facevano a gara per guadagnarsi fino all’ultimo voto. Divisi più da antipatie reciproche che dalle posizioni politiche. Tutti pronti ad allearsi prima delle elezioni e cambiare casacca subito dopo pur di avere un ruolo nel governo (“per assicurare al paese un governo stabile” secondo altri).

La sera del 20 dicembre 2015 era chiaro a tutti che ora toccava a loro dipanarsi tra maggioranze deboli e coalizioni improbabili. Facile a dirsi, non certo a farsi. Non in Spagna almeno dove i partiti non avevano idea di come gestire una situazione del genere. La patata bollente era nelle mani di Rajoy che con il suo 28,7% poteva provare a fare qualcosa (per esempio convincere i socialisti a far parte di un governo di unità nazionale in stile tedesco). Ma, come nel suo stile, Rajoy non fece nulla. Non ci provò nemmeno a creare un governo con il Psoe sapendo per certo che Sanchez non avrebbe mai accettato (in fondo popolari e socialisti si erano combattuti ed insultati per 40 anni senza soluzione di discontinuità). Mariano Rajoy, quindi, non agì, decise di prendere tempo per capire meglio la situazione e passò la palla al partito socialista. Sanchez, così, si ritrovò inaspettatamente a poter guidare il governo del paese.

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Pedro Sanchez, leader del partito socialista

Sì, ma con chi? 
In un primo momento Podemos aprì all’ipotesi di un governo di sinistra (in stile portoghese). Si trattava di una soluzione inaspettata. Per tutta la campagna elettorale Podemos aveva attaccato i socialisti quanto i popolari e Iglesias aveva dichiarato che mai avrebbe stretto un accordo con il Psoe. In fondo mantenne la parola perché in cambio di una coalizione con i socialisti Iglesias pose una condizione particolare: il nuovo governo avrebbe dovuto indire (come previsto dal programma di Podemos) un referendum secessionista in Catalogna. Sanchez non poteva che rifiutare la proposta. In caso contrario avrebbe perso l’appoggio dell’intero partito socialista da sempre contrario a qualsiasi ipotesi secessionista.

Sfumata l’ipotesi “governo di sinistra”, si provò a guardare a destra, ai centristi di Ciudadanos. Mostrandosi più capace degli altri ad adattarsi al nuovo corso, Rivera (con un passato popolare, forte nemico dei socialisti) strinse un patto con Sanchez e insieme a lui il 2 marzo si presentò in parlamento per chiedere la fiducia. Una fiducia che, come era già chiaro alla vigilia, non arrivò. Da quel momento gli spagnoli avevano soltanto 60 giorni per creare un nuovo governo perché, secondo la costituzione, trascorsi due mesi dalla prima votazione di fiducia, qualora non si sia riusciti a formare un govrno, le camere si sciolgono automaticamente. Scaduto senza successo l’ultimatum costituzionale, Filippo VI sciolse le camere orinando nuove elezioni. 
Il 26 giugno gli spagnoli tornano alle urne ma il risultato fu del tutto analoga a quello di 6 mesi prima. Cosa fare quindi? Nulla di diverso da ciò che si era fatto pochi mesi prima. Il presidente di Ciudadanos Rivera, in pieno Mastella-style, decise di appoggiare questa volta i popolari per la formazione di un governo di centrodestra. 
Così arriviamo ad oggi, con l’ennesimo nulla di fatto.

E adesso cosa succederà?

L’ultimatum costituzionale scadrà il 2 novembre. Se per allora non sarà stato formato un governo, le camere saranno sciolte e, per la terza volta in 12 mesi, saranno indette nuove elezioni. La costituzione, però, è chiara: non si potrà tornare subito alle urne. Prima di poterlo fare gli spagnoli dovranno sorbirsi altri 54 giorni di campagna elettorale in cui i partiti proveranno, con ogni strategia, a raccogliere consensi a destra e a manca. 
Data più probabile per le future elezioni? 25 dicembre. Gli elementi per un cinepanettone ci sono tutti: “Natale alle urne – il nuovo film dei fratelli Vanzina”

Mario Messina

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