Brian Jonestown Massacre: viaggi pacati e potenti

Sabato 3 settembre i Brian Jonestown Massacre hanno onorato Bologna della loro presenza per la terza volta in sei anni. Questa volta, a Zona Roveri, un complesso musicale (sale prova/locale) in zona industriale, aperto da pochi anni e che non ospita molti concerti di questa portata ma che – tanto per dirne una – mi sembra possa vantare un’acustica migliore dello storico Estragon. L’ultima volta, che fu la prima, li vidi completamente a caso al (fu) Vicolo Bolognetti, in centro, gratuitamente. Esperienza totale. Chi si occupava della pagina del Covo, che produceva quei concerti, contrariamente all’abitudine (e all’attitudine talvolta un po’ snob che alberga in quel di viale Zagabria) il giorno dopo si sbilanciò con un “Abbiamo la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di storico, ieri!”. Storico, soprattutto considerando i tanti bei concertini e concertoni che la città di Bologna ha offerto e offre, forse era esagerato ma di sicuro quel giorno di 4 anni fa non mi ha lasciato dubbi nel voler partecipare nuovamente a questo evento siglato BJM.

Per i novizi, il riassuntone è il seguente: Anton Newcombe è la figura centrale dei BJM, attorno a cui hanno girato decine di musicisti a partire dal 1990. California, psichedelia matrice Sixties, chitarre (un sacco di chitarre), niente fuochi artificiali o proclami. Viaggi: pacati, ma potenti. Il nome è forse l’unica cosa cosa inquietante della band: da un lato c’è il Brian Jones degli Stones, simbolo perduto di un certo modo di fare psichedelia; un suicidio rituale di massa in Sud America dall’altro ispirato a una peculiare forma di “socialismo pentecostale”, tra millenarismo e Pol Pot. Tolto questo, i BJM sono una band per famiglie (almeno quelle che contemplino l’idea di botta, come si dice a Bologna).

bjm logo

A livello sonoro c’è poco da spiegare e tanto da godere: tre chitarre sul palco, sezione ritmica (con uomo-del-tamburello di cui parleremo poi) tastiere e, in un singolo cameo, mandolino. Le chitarre di Newcombe sono italiane e sono fuori produzione, marca Vox. L’effetto complessivo? Un muro del suono compatto, garbato ed efficace. La musica dal vivo dei Brian Jonestown Massacre si fonda su ritmi non complicati ma pestati, riffini tanto semplici quanto coinvolgenti e una vocalità per nulla pazzesca ma suadente.

La dico in maniera un po’ più cruda: i BJM fondamentalmente suonano lo stesso pezzo per 2 ore e 40 di concerto (grande plauso per questo, a prescindere) ma riescono in quella sottilissima arte di cambiarlo impercettibilmente da brano a brano in modo da non nasconderti questa scarsa dinamica ma, nondimeno, da farti divertire non un grammo di meno.

Sul concerto resta poco altro da dire, se alcune chicche offerte da Newcombe stesso, la cui figura val la pena di approfondire. Il suo twitter è qualcosa che rappresenta la giusta sintesi tra un guru della psichedelia vintage e il proliferare di immagini di merda sui profili dei quarantenni. Quest’ultima attitudine è stata confermata da alcune sparate che ci ha regalato durante il concerto (ad esempio, qualcosa che non ho capito bene riguardo a) che gli togliessero le luci bianche sul palco e gli lasciassero solo le luci-droga b) di non parlargli in “drogolese” che tanto non capisce c) che le band dovrebbero o suonare mezz’ora o tre ore, non esistono vie di mezzo concesse  d) di non urlare richieste perché lui è un essere umano e fa quel cazzo che gli pare, per queste cose esiste Spotify [qua sarebbero dovuti partire 92 minuti di applausi]).

E fin qui…

Vez, persino i giocatori americani delle squadre di pallacanestro di Bologna hanno capito che tagliatelle al ragù > qualsiasi altra cosa. E tu invece vai di sushi. Va bene.

Ma poi si passa veramente alla fase “quarantenne di merda”.

Devo davvero commentare? Posso forse solo aggiungere che, per la cronaca, gli anni sono 49.

Almeno qui si vira sullo psichedelico.

Potrei continuare all’infinito, ma chi siamo noi per giudicare fuori dal palco i nostri eroi musicali? Nessuno, nessuno. L’unica consolazione la trovo pensando che Joel Gion, l’uomo tamburello di cui sopra, sia un figo anche nella sua vita non professionale. Quest’uomo, conciato così, si fa un centinaio di date all’anno suonando per tutta la durata del concerto esclusivamente il tamburello o – ma giusto un paio di volte – maracas e altre percussioncine.

bjm
Joel Gion

Durante le pause abbiamo anche avuto il piacere di ascoltare la sua voce con timbro da rana che non ha fatto altro che aumentare la stima indefessa verso quest’uomo, che nutro da quel dì del 2012. Pare che porti avanti anche una carriera solista in cui – inspiegabilmente – sono previsti altri strumenti al di fuori del solo tamburello. Eroe vero, Joel.
Ad ogni modo, cari amici cultori della psichedelia gentile, i dischi dei Brian Jonestown Massacre possono regalarvi gaudio, ma il live è proprio un’altra cosa. Qualcosa di più grande.

Filippo Batisti

@disorderlinesss
@una_t_sola

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