Cinque note su un concerto dei The Lumineers

Non chiedetemi chi sono i Lumineers. Sarei costretta a rispondervi postando il link a “Ho Hey”, successo mondiale grazie ad una pubblicità e canzone più nota della band statunitense. Il motivo per cui non vorrei farlo è che non amo le etichette, soprattutto in musica, e credo che in questo caso particolare fermarsi alla hit radiofonica potrebbe rappresentare un grosso ostacolo per approcciarsi all’indie-pop folk di un gruppo di musicisti bravi davvero, che cantano storie e che, live, hanno la capacità di sprigionare energia positiva. Il 20 e il 21 luglio erano in Italia, a Gardone Riviera (BS) e a Sesto al Reghena (PN), in occasione del Sexto ‘Nplugged Festival, per due concerti estivi, parte del Cleopatra World Tour. La geografia ci ha portato nel borgo pordenonese, e proprio di questa data racconterò alcune cose importanti. E per chi se li fosse persi, o per chi venisse convinto a dar loro una chance live dopo aver letto questo pezzo, niente paura: torneranno in Italia con un’altra doppia data, Milano e Bologna, il prossimo mese di novembre.

Applausi, solo applausi per Neyla Pekarek

Neyla Lumineers
Neyla Pekarek in tutta la sua dolcezza – e sfocatura causa telefono scarso.

Se c’è un elemento che, da solo, vale l’intero concerto è Neyla. Unica donna del gruppo, si è ritagliata il suo spazio passo dopo passo: “Essere l’unica donna è una sfida continua. Ho imparato molto su me stessa e sull’essere donna proprio perché sono sempre circondata da uomini”, racconta a RookieCanta come in Where the Skies Are Blue in mezzo al pubblico, suona il violoncello, ondeggia a tempo, qualsiasi cosa faccia la 29enne di Denver, incanta. Non sono molte le band che possono contare su un cello, e già questo dovrebbe farci capire l’attenzione quasi maniacale per la musica che il trio coltiva sin dagli inizi. Era il 2010 quando Wesley Schultz and Jeremiah Fraites, amici d’infanzia e fondatori della band, pubblicarono un annuncio su Craiglist per cercare un musicista, la violoncellista neo-diplomata non ci ha pensato su più di cinque minuti. Un inizio casuale che ha portato fortuna un po’ a tutti e ha arricchito enormemente le armonie e il suono dei Lumineers che, così, non sono soltanto una delle tante band figlie del successo dei Mumford & Sons, ma si ritagliano uno spazio tutto loro. 

In generale, s’ha un gran parlare del “valore aggiunto”, di quel qualcosa spesso difficile da definire che permette a qualcuno o qualcosa di emergere dal flusso costante e piatto di informazioni, suoni e parole cui siamo sottoposti quotidianamente. Ecco, in questo caso il quid è, senza ombra di dubbio, Neyla Pekarek. Ascoltare per credere.

“Please, get off you phones and just be here!”

Sleep on the floor, Ophelia, Flowers in your hair, Hey oh, Cleopatra. Così, una dietro l’altra, scorrono all’inizio del concerto le canzoni più note. Una scelta inusuale che sì scalda subito l’atmosfera, ma lascia leggermente interdetti i fan meno accaniti che, dubbiosi, si chiedono cosa succederà nell’ora successiva. A me piace pensare che sia una strategia, perché proprio dopo aver concluso l’ultimo accordo della struggente traccia che dà il nome al secondo album, Wesley si rivolge al pubblico: “Mettete via quei telefoni, please. Siamo qui, noi e voi, c’è la musica. Cosa volete di più?”.  Come a dire, vi abbiamo dato ciò che volevate, le canzoni per le foto e i video souvenir, ora passiamo alle cose serie: musica, tanta musica, battiti di mani (fuori tempo – maledizione!), scambi di strumenti, intrecci tra canzoni vecchie e nuove, pubblico che canta, luci blu e pochi, pochissimi, smartphone accesi. Dieci e lode. (E per chi ne avesse voglia, qui si possono leggere i miei strali contro chi usa i cellulari ai concerti).

lumineers sesto al reghena
La qualità delle foto è, anche, una diretta conseguenza di quanto detto poco fa: ne ho fatte giusto 3, e queste 3 vedrete.

Guarda il cantante! Ah, suona la chitarra. Ah, suona il piano. Ah, suona il basso. Ah, suona il mandolino.

Immaginate un gruppo di amici che si trova in sala prove, ognuno imbraccia il suo strumento e si inizia a suonare. Poi ci si scambia, ci si insegna a vicenda a suonare altri strumenti, si improvvisa. Ecco, questo è ciò che accade sul palco dove insieme a Schultz, Fraites e Neyla Pekarek ci sono Stelth Ulvang (solo cuori), Jay Van Dyke e Byron Isaacs. Ciascuno a suo modo contribuisce a costruire un live solido, in cui tutti i brani crescono rispetto al CD, soprattutto per quanto riguarda l’energia e l’impatto. Poco importa se suonino tutti assieme come in Angela, in trio come in Charlie Boy o Schultz da solo come nell’intensa Slow it down. Poco importa se Ulvang suoni il pianoforte oppure le percussioni come in Submarines, se Fraites abbandona la batteria per un solo al piano. Il risultato non cambia e quando alla fine del concerto si abbracciano felici e sorridenti, vorresti proprio unirti a loro per dirgli solo un piccolo grande grazie per la musica.

Coriandoli, gioia, felicità

Ormai se non ricopri i tuoi fan di coriandoli ai concerti, non sei nessuno (vedi alla voce Tame Impala), ma non siamo qui a fare i precisini e, al contrario, diciamolo pure: i coriandoli sparati sul pubblico sono una cosa bellissima. Una pillola di gioia gratuita e dal successo assicurato. Soprattutto se ti trovi in una piazzetta medievale circondato da edifici storici, soprattutto se c’è quel filo di vento che prolunga l’effetto facendo svolazzare i coriandoli ovunque, soprattutto se lanciati durante Big Parade, trascinante e picco di energia dell’intero live. Da lì in poi è tutto una festa per davvero.

La bellezza del Sexto ‘Nplugged Festival

sesto al reghena festival
Relax pre concerto in una location da niente.

Quando il luogo determina la musica” non è soltanto un claim azzeccato, ma una sintesi estremamente efficace di questa piccola realtà, nata nel 2006, che ha portato in Italia, sul palco di Piazza Castello, artisti di spessore internazionale come Antony & The Johnsons, Agnes Obel, Anna Calvi, Perfume Genius, Soap & Skin, Apparat, Local Natives e Passenger. Quest’anno la line up comprende Glen Hansard, Rx y insieme a Josh T. Pearson e, il 9 agosto, i Daughter, opening act i Public Service Broadcasting. La location è unica nel suo genere: per accede alla piazza, bisogna attraversare un doppio arco. Nell’attesa dell’ora X ci si può rilassare sotto gli alberi o nei giardini attorno all’abbazia. Il palco, molto semplice, lascia sullo sfondo il campanile, esso stesso scenografia grazie alle luci.

L’auspicio, come del resto scriveva Andrea Armani qualche giorno fa a proposito dell’iDays, è che in futuro sia possibile abbandonare questa formula per cui i concerti sono sparpagliati lungo un mese, a favore di un festival vero e proprio, qualche giorno denso di live e una cittadina animata dalle migliaia di giovani appassionati. Non manca altro al Sexto ‘Nplugged per entrare nel novero dei piccoli festival estivi più interessanti – tra i quali spicca il Siren di Vasto (CH) e si affaccia timidamente l’AMA Music Festival di Asolo (TV).

Non chiedetemi chi sono i Lumineers, dicevo, e forse ora che siete arrivati a conclusione dell’articolo non ne avete nemmeno bisogno. Ma se ancora vi fosse rimasto un dubbio, allora vi risponderei che correva l’anno 2012, e ancora non avevo un’identità né un gusto musicale. Un’amica conosciuta da poco mi passa un video, The Lumineers. Chi saranno mai? C’è un violoncello, una melodia dolce, una voce ipnotica. Stubborn Love.

 

Angela Caporale

E per chi volesse, qui potrete ascoltare la scaletta della serata.

 

 

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