kodaline live estragon

È possibile godersi un live dei Kodaline anche senza telefonini

Un gruppo di ragazzotti di Dublino, amici dall’infanzia e uniti dalla passione per la musica, un giorno scrissero una canzone, inconsapevoli che, da quella singola melodia in crescendo, la loro vita sarebbe cambiata. Loro sono i Kodaline, formazione indie-rock con all’attivo due album, e la canzone è All I want. Non sapete di cosa sto parlando? Non ci credo. Se dico Grey’s Anatomy? Suvvia, tutti abbiamo un amico o un’amica che segue la serie e che, con svizzera puntualità, vediamo disperarsi per la crudeltà di Shonda. Ecco, a me è capitato di più: ho vissuto 19 anni della mia vita insieme alla mia famiglia e 6 anni da coinquilina, tutti e 6 in compagnia di fan, diversi, della serie. Quindi così come so che (spoiler alert) Cristina Yang se n’è andata, ho pure scoperto All I want, colonna portante della puntata “Remember the time” e soundtrack di fiumi di lacrime.

I drammi dei medici più sfortunati d’America sono stati solo il pretesto per poi addentrarmi nella produzione di una band che, seppur musicalmente ancora acerba e in mutamento, ha saputo conquistare cuori e voci di fan in tutto il mondo con un indie-rock che strizza l’occhio al folk. Bologna in questo non fa eccezione e riserva a Stephen Garrigan e soci un’accoglienza entusiasta. Il “Coming Up for air” live è un perfetto equilibrio tra successi e brani meno noti; non delude chi conosce tutte le canzoni a memoria, ma la vera sorpresa è la capacità del front men di coinvolgere da subito l’intera platea dell’Estragon – che, sorpresa delle sorprese, risponde con un’intonazione precisissima mantenuta durante tutte le canzoni cantate a squarciagola. Da Ready a Way Back When, da Love Like This a High Hopes, i Kodaline eseguono ed esaltano le loro canzoni: il risultato è un suono caldo e avvolgente che contagia tutta l’atmosfera.

kodaline live bologna
I Kodaline live all’Estragon Club | Foto di Angela Caporale

“(Bulagna), love will set you free” chiude un’ora di concerto che vola, non solo perché un’ora è davvero poco, ma anche perché i cali di tensione fisiologici sono compensati da intermezzi musicali, ponti, battute (e per fortuna che sappiamo tutti l’inglese bene, ormai!). C’è però aria di rivoluzione: “Che, non fanno All I want? Ridatemi i soldi del biglietto!!!”. Naturalmente è la (solita) finta fine di concerto. I Kodaline ci tengono a non pigliarsi le uova addosso, quindi rientrano sul palco: Everything works out in the end, e finalmente All I want. E il risultato, obiettivamente – almeno secondo la sentimentale che scrive- , vale la pena.

Tutto molto bello, luci e suoni compresi. Peccato per Lost, un vero pesce fuor d’acqua. Regaz, ma che v’è venuto in mente di fare i Muse se suonate il mandolino? Non pervenuti nemmeno i L.A. d’apertura – doppio peccato perché la voce del cantante prometteva bene, ma, sai com’è, se apri le porte alle 20.30 e cominci puntuale alle 21, è probabile che qualcuno resti fuori. Se volevo fare una fila dietro l’altra andavo ad Expo. Quisquilie, direte voi, ma una volta i concerti non cominciavano sempre in ritardo? E, soprattutto,  una volta non si lasciavano i telefoni a casa e si faceva luce con gli accendini?

kodaline bologna live
No, ma fai un video con il telefono! | Foto di Umberto Baldrati

Ecco qua la grande croce di quella che poteva essere una semplice piacevole serata di musica. Capisco che l’età media del fan dei Kodaline è nettamente inferiore alla mia (sic!), ma è mai possibile che per vedere il cantante durante il concerto uno debba incriccarsi la schiena a forza di ritagliarsi uno spazio tra telefoni e (o tempora, o mores) selfie-stick con telefono impostato su “REC”? Momenti raccolti illuminati a giorno dai flash, tentativi di selfie continui, video di ogni canzone: accessorio fondamentale per poter partecipare ad un concerto è proprio lo smartphone. Secondo una ricerca di TicketFly, il 31% degli intervistati, negli States, utilizza il proprio telefono per fare video, foto e condividere il tutto sui social media per più di metà del concerto.  Ed Warren, interpellato da NOISEY, spiega il fenomeno così: “è come se fosse un film cult di fantascienza, come se le persone fossero ipnotizzate dai loro schermi anziché da ciò che sta succedendo sul palco, ma ad eccezione dei film cult, non ci sono alieni o patti di suicidio alla fine, c’è solo un flebile ricordo di quello che probabilmente sarebbe potuto essere il miglior concerto della tua vita.” C’è anche chi, tra i musicisti, nemmeno ricorda cosa significhi partecipare ad un concerto senza telefoni, chi si preoccupa se il giorno dopo non trova foto amatoriali e tremolanti su Twitter e Instagram (a proposito, beccatevi le foto scattate live e già condivise), chi, come Stephen Garrigan dirige l’orchestra di flash come fossero i vecchi accendini per creare un’atmosfera “romantica”. Ma si può davvero pensare di sostituire “a lume di candela” con “a lume di flash”?

La psicologia spicciola ci insegna che, ormai, i telefoni sono pure prosecuzioni dei nostri arti e rappresentano quella memoria esterna che, in contesti come i concerti, ci autorizza in un certo senso a dimenticare quello che stiamo vivendo: saranno le fotografie e i video a ricordare per noi quanto fantastica è stata quella serata all’Estragon. Peccato che così si vada a perdere l’allenamento di quel prezioso muscolo che abbiamo, denominato cervello. A risentirne è anche l’attenzione che dedichiamo all’artista che è in quel momento sul palco e che, proprio in quanto artista, avrebbe qualcosa da comunicare ed esprimere a chi ha di fronte. Senza dimenticare che, forse, il vostro vicino potrebbe non gradire il click continuo, la luminosità degli schermi, le braccia alzate per realizzare un’inquadratura migliore.

Ora, tutto ciò c’entra ben poco con i Kodaline che hanno fatto, per bene, il loro sporco lavoro e mi hanno pure convinta. Tant’è che corro subito a riascoltare la tracklist del concerto. Però, anche per questo, la prossima volta lasciate a casa i vostri stra-maledetti smartphone.

Angela Caporale

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