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(T)error: il terrore che porta all’errore

È fatto assodato che gli Usa, assurti al rango di prima potenza mondiale dopo le due guerre mondiali, abbiano cercato di mantenere la “pace” nel mondo attraverso la politica delle ingerenze, lavorando più o meno nell’ombra per sostituire governi e regimi per porne altri sotto la loro egida. Il risultato di questa politica è un ordine mondiale costantemente in bilico; la solidità di questa pace a stelle e strisce è stata messa in seria discussione dagli eventi dell’undici settembre.
L’utopico sogno di controllo degli Stati Uniti è venuto giù con le Torri gemelle del World Trade Center. Dal 9/11 cosa è cambiato per il paese che pretende di controllare tutti gli altri? (T)error, pluripremiato documentario di Lyric R. Cabral e David Felix Sutcliffe, risponde a questa domanda.

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***, aka Shariff, è un corpulento cittadino americano di sessantatré anni, mulatto di carnagione e di fede musulmana; la sua principale aspirazione è lavorare in una pasticceria e avere tempo e denaro per dedicarsi al figlio. Sembrerebbe un uomo qualunque, eppure, Shariff ha vissuto un sorprendente numero di vite: da giovane ha fatto parte delle Pantere Nere e ha militato in una forza di sorveglianza interna alla sua comunità musulmana; le molte esperienze limite ne fanno «un Robin Hood nero», com’egli si definisce. A fare da trait d’union di queste esistenze è la sua altisonante professione: informatore dell’FBI.
Shariff è sulle tracce di un potenziale terrorista – è importante rimanere nel campo delle possibilità, visto che nella realtà non esistono confini chiari tra bene e male . Il bersaglio è un uomo convertitosi all’Islam che sembra aver fatto professione di fede alla jihad del terrore di Al-Qaeda. Il compito di Shariff è quello di avvicinare il soggetto, comprenderne le intenzioni e istigarlo a sostenere apertamente l’intenzione di compiere un atto terroristico, “indurlo in tentazione”. Non si tratta di perseguire un criminale conclamato, bensì di rendere manifesta, con l’inganno, un’intenzione criminale possibile.

Se fossimo in un film – viene in mente The Departed – , l’infiltrato, messo con le spalle al muro da un’autorità che lo tiene in pugno, sarebbe gettato da solo in un mondo criminale per scoprire qualche segreto in grado di incastrare l’inafferrabile malvagio. Se già nella finzione cinematografica, nella quale è ammissibile una distinzione manichea tra bene e male, il meccanismo dell’eroe infiltrato genera un qualche disagio, nel mondo reale le spie non sono mai figure positive.
Eppure gli Stati Uniti ricorrono spesso a questo metodo d’indagine dall’interno, sia dentro che fuori dalla finzione. Dopo i drammatici eventi del 2001, il terrore non ha fatto altro che aumentare, il numero di infiltrati utilizzati dai Federali è cresciuto esponenzialmente, come anche il numero di arresti di “sostenitori” del terrorismo. Non bisogna dimenticare, però, che i successi nella lotta al terrorismo sono stati raggiunti con mezzi poco trasparenti. Il rischio è quello di trasformare ogni caso in una caccia all’untore.

Le indagini di Shariff procedono lentamente e l’FBI, presenza oscura che interloquisce con l’informatore solo con sms e telefonate, tenta un colpo di mano. Ma non ci sono prove per incastrare il bersaglio. La legge deve quindi fare un passo ulteriore: arrestare l’uomo sulla base di un vecchio video sul suo profilo Facebook. È l’ultima beffa di un sistema che sfrutta le sue stesse debolezze legislative per agire fuori dagli schemi. Fino a che punto l’autorità può passare il segno? Allora ha ragione l’infiltrato Shariff quando dice «lo Stato è il primo che ti frega».
Il sonno della ragione genera mostri. La legittimità dell’autorità e la colpa individuale sono temi fondamentali che, da Manzoni a Foucault, riguardano la libertà di ognuno di noi; (T)error, proiettato lunedì (29 febbraio) alle 21 e 15, nell’ambito della rassegna Mondovisioni, è l’occasione per chiedersi fino a che punto si può sacrificare la libertà per la sicurezza.

Matteo Cutrì

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