Sette fili di canapa sotto il cielo d’Abruzzo: intervista a Franco Caramanico

Chi è Franco Caramanico

Laureato in Ingegneria Elettronica all’Università di Bologna, si è sempre diviso tra lavoro, scuola e partecipazione politica. Nei primi anni novanta diventa vice-sindaco e poi sindaco, approdando poi all’interno del consiglio regionale d’Abruzzo. Primo degli eletti nella lista dei Democratici di Sinistra nel 2005, è stato nominato Assessore regionale con delega ai Parchi, al Territorio, all’Ambiente e all’Energia. Negli anni del suo operato in Regione, è stato Presidente della Commissione regionale Attività produttive, componente del Consiglio dell’Istituto nazionale di Urbanistica e vicepresidente della Federazione europea delle Agenzie per l’energia.

Il 25 luglio 2016 in parlamento approderà il disegno di legge sulla liberalizzazione della cannabis a livello nazionale. La legge relativa alla coltivazione della canapa approvata dal consiglio regionale d’Abruzzo, invece, è datata 2013. Quali sono stati i trend osservati e le discussioni che vi hanno spinto ad essere così lungimiranti rispetto al resto della nazione? Quali sono state le difficoltà incontrate per poter approvare la legge, ammesso che ce ne siano state?

Non avevo mai approfondito l’argomento fino a quando, una sera, mentre stavo tenendo una video-conferenza online, dove si discuteva di misure ambientali che potevano/dovevano essere prese in considerazione dalla Regione Abruzzo, è venuto fuori il discorso. Devo anche ammettere che sono stati i miei figli i “veri artefici” dell’iniziativa, sono stati loro a convincermi della bontà del progetto, che poi ho portato avanti politicamente. Dopo uno studio preliminare, ero entusiasta e sorpreso di quanti benefici potesse generare la canapa, principalmente la mia attenzione era rivolta agli aspetti ambientali e alle opportunità di lavoro che la filiera della canapa offre, comprendendo sia il settore agricolo, ma anche quello edile, industriale, alimentare, commerciale. Intitolai, così, le successive video-conferenze, atte a promuovere e a divulgare la coltivazione e trasformazione della canapa, “dal petrolio alla canapa”. La canapa, infatti, fino agli anni ’40 era la materia prima di svariate attività, per la sua caratteristica di adattarsi a migliaia di usi e di crescere molto rapidamente in pochi mesi. Mentre questa vale l’eguaglianza più sviluppo=più assorbimento di CO2, per il petrolio è l’esatto contrario (più utilizzo=più emissioni di gas serra in atmosfera).

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Coltivazioni di canapa nel Sud Italia.

Inoltre, bisogna fare i conti con il cambiamento climatico, oggetto di trattati internazionali dal 1992. Per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, si rende necessaria una riduzione dell’emissione dei gas ad effetto serra che, secondo quanto stabilito dall’ultima Conferenza delle Parti, tenutasi a Parigi lo scorso 11 dicembre (Cop21), devono stabilizzarsi entro il 2020, ridursi di almeno il 50% rispetto al 1990 ed essere inferiori o vicine allo zero entro il 2100.
L’esigenza di arrivare alla neutralità carbonica richiede quindi l’adozione di misure strategiche e la canapa può essere una di queste, avendo una capacità di assorbimento della CO2 molto forte (si parla di 4 volte in più rispetto agli alberi).
Non ho incontrato grosse difficoltà nel presentare la legge, sebbene nel 2013 fossi un consigliere regionale di SEL, seduto nei banchi dell’opposizione dell’allora governo di centro-destra. In ogni caso era chiaro a tutti che nella mia legge si faceva riferimento alla canapa industriale o sativa, con un contenuto di THC < 2% (quindi non a quella che comunemente viene utilizzata come “sostanza stupefacente”, chiamata Canapa indica). Parallelamente è stata portata avanti, sempre dai partiti dell’opposizione (PD comunisti e Rifondazione Comunista) un’ altra legge per l’utilizzo della canapa ad uso farmaceutico.

Il vostro progetto ha previsto la sperimentazione nel settore della coltivazione/produzione della canapa al fine di costituire un vero e proprio settore industriale. Dal testo di legge il progetto sembra ambizioso, anzi, lo è. Ma potrebbe spiegarci meglio in cosa consiste? Come può una “droga” creare nuovi posti di lavoro e consentire il recupero di terre dismesse?

Credo che non si debba generalizzare ed associare la canapa a una droga. Non è un binomio corretto. La canapa è tanto altro: è tessuto, olio, farina, carta, mattone… C’è chi sostiene che siano 50.000 i prodotti ottenibili con la canapa! Se poi diamo uno sguardo al passato, scopriamo che negli anni ’50 l’Italia era il secondo maggior produttore di canapa al mondo (dietro soltanto all’Unione Sovietica), soprattutto per la fabbricazione della fibra, ritenuta la migliore in assoluto.
La canapa, comunque, può generare posti di lavoro se viene creata una filiera di produzione. A tal fine, la legge regionale che ho presentato prevede degli incentivi per la costruzione di un canapificio, la cui presenza stimolerebbe gli agricoltori, e non solo, alla coltivazione della canapa che, peraltro, non richiede particolari misure agronomiche durante il suo ciclo di sviluppo, né un grosso investimento iniziale. Anzi, può assicurare anche un piccolo margine di guadagno con l’ulteriore beneficio di migliorare il terreno sotto il profilo strutturale e nutrizionale, di bonificarlo, di predisporlo alle semine successive, risparmiando in seguito sulle operazioni di preparazione del letto di semina.
È possibile un recupero delle terre dismesse perché la canapa è una pianta molto versatile, si adatta a vari climi e tipi di terreno. Teme il ristagno idrico all’inizio della sua crescita ma in generale è molto robusta, non richiede frequenti concimazioni, non deve essere diserbata, né irrigata. Per questi motivi, oltre che essere coltivata quasi ovunque risulta anche essere alla portata di tutti.

Le attività di semina e raccolta di certo non concludono il processo di lavorazione della canapa, anzi, è proprio dopo il raccolto che, a mio avviso, inizia la parte più difficile. Avete pensato/adottato qualche soluzione particolare per poter far fronte alle esigenze degli imprenditori impegnati nelle colture? Si è cercato di promuovere sinergia e cooperazione tra i soggetti? E se sì, qual è il ruolo previsto per i soggetti pubblici e privati all’interno di tale processo?

Sì. La produzione della materia prima, che è molto diversa a seconda del prodotto finale che si vuole avere, potrebbe essere la parte meno difficoltosa ma richiede, comunque, una certa attenzione e l’aiuto da parte di soggetti specializzati.

Dopo di che sono necessari:
1. un centro di primo trattamento in grado di assicurare, almeno a livello regionale, il conferimento del prodotto. Negli ultimi tempi sono stati diversi i soggetti che mi hanno mostrato interesse alla realizzazione di un centro di raccolta.
2. un centro di trasformazione a seconda della destinazione.

A tal proposito, la legge prevede: il finanziamento dell’intera filiera produttiva, con la messa in atto di un “progetto sperimentale” in grado di promuovere la produzione della canapa attraverso gli incentivi previsti dal Piano di Sviluppo Rurale e da altri fondi europei; e la creazione di un centro di prima trasformazione che possa servire anche come centro di stoccaggio. Potrebbe essere una struttura pubblica che viene affidata a un privato o ad un gruppo, che preveda o la centralizzazione della raccolta, con un unico centro di trasformazione, oppure si può prendere il modello delle cantine sociali, che io preferisco, al quale si arriva grazie ad una rete sparsa sul territorio, sia di raccolta, sia di lavorazione. La si potrebbe creare grazie anche agli incentivi di settore e sarebbe un modo per sottrarsi al ricatto del mercato.

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Canapa per uso alimentare.

Quali sono le maggiori sperimentazioni/attività che la regione sta osservando? Può raccontarci qualche esempio virtuoso dal punto di vista imprenditoriale e produttivo che avete riscontrato in Abruzzo?

In Abruzzo, anche da prima della legge regionale, esistono diverse associazioni, cooperative, consorzi, aziende, privati che coltivano la canapa e/o trasformano i suoi derivati.
Purtroppo il nuovo governo regionale di centro-sinistra, ormai a due anni dal suo insediamento, ha accantonato la legge, non ha mostrato chissà quale spirito di iniziativa, né ha partorito grosse idee e progetti. È un peccato aver messo da parte il lavoro compiuto, anche alla luce del fatto che in Abruzzo ci sono diverse aree fortemente inquinate che potrebbero essere in parte bonificate con la canapa, come si è deciso di fare in Puglia, a Taranto, per il risanamento delle zone contaminate dall’Ilva.
Dal canto mio, cerco di portare avanti questo discorso, anche grazie ad un’associazione di cui faccio parte, “Insieme si può”, che da due anni organizza un festival dedicato alla canapa e alla sostenibilità ambientale, coinvolgendo i vari soggetti della filiera e i politici locali.
Ci sono diversi esempi da citare. Mi viene in mente una cooperativa di Tortoreto, che da pochi ettari iniziali, nel giro di un paio di anni, è arrivata a superare i 20 ettari e produce i più svariati tipi di prodotto a base di canapa; oppure una società ortonese che ha brevettato il “mattone di canapa e calce” ed un’altra teramana che è ben avviata nel settore dell’edilizia. Ci sono, poi, diversi privati che utilizzano i filati in canapa, le tinte naturali per decorare i tessuti, i semi, le farine, l’olio di canapa per produrre alimenti e cosmetici. Molti utilizzano la canapa come diserbante naturale, soprattutto chi fa agricoltura biologica. Da Febbraio, anche a Guardiagrele, il paesino in cui vivo con la mia famiglia, un fornaio (finito tra l’altro sulle pagine dei giornali locali per aver prodotto il pane alla canapa) coltiva circa due ettari. Passando dalla zona di Avezzano a quella di Vasto è possibile incontrare tantissime realtà… insomma, possiamo dire che la pianta si è diffusa ed ha attecchito bene in tutto l’Abruzzo.

Oramai la canapa può essere utilizzata per tutto, leggevo in un recente articolo, anche per produrre delle batterie elettriche super performanti. Quali sono, dal suo punto di vista, i benefici diffusi che questa filiera può produrre su tutto il territorio regionale? Quali sinergie industriali si sono già create o sperate si verranno a creare?

Oltre ai benefici già discussi – quelli di carattere ambientale, l’aspetto occupazionale – la coltivazione della canapa è importante per favorire una crescita culturale (e mi sembra che abbiamo fatto molti passi avanti, sfatando questo mito della canapa=droga) e promuovere una politica il più possibile attenta alla sostenibilità ambientale per lasciare alle future generazioni un ambiente salubre e durevole.
Nella speranza che in Abruzzo potessero nascere nuove realtà associative e società, e che potessero collaborare fra di loro, ma anche per promuovere lo sviluppo economico del settore agro-alimentare, durante il mio ultimo anno da consigliere regionale, ho presentato un provvedimento di legge, approvato con L.R. n 24 in data 28 aprile 2014, dal titolo Legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo dove all’art.7 è prevista la cessione in locazione dei terreni agricoli abbandonati di proprietà della regione Abruzzo (pari a circa 224.000 ettari) a giovani agricoltori. Questa legge, presentata da SEL a approvata dalla maggioranza di centro destra all’unanimità, purtroppo è stata fatta decadere, in seguito a ricorso al consiglio dei ministri, per il motivo di essere stata approvata dopo la scadenza della legislatura, formalmente chiusa nel 2013.

Adesso, le rivolgo una mia curiosità. La mia generazione è cresciuta con la Legge Fini-Giovanardi che eliminava la distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti. Questa legge, targata 2006, è stata approvata in netta controtendenza rispetto ad altre leggi approvare in altre parti d’Europa (es. Portogallo) e del mondo (es. alcuni stati negli USA) da quel periodo in poi; leggi che hanno decretato la liberalizzazione o depenalizzazione delle droghe. Da noi si è promosso una sorta di proibizionismo poco consono ad un paese civile come l’Italia. Lei cosa ne pensa?

Finalmente la Fini-Giovanardi è stata bloccata dalla Corte Costituzionale. Mi pare che la legge abbia avuto come unico risultato, quello di appesantire ulteriormente il già drammatico problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Purtroppo l’Italia è un paese altamente conservatore, che non ha mai perso l’abitudine di farsi condizionare dai “poteri forti”, fra cui anche quello esercitato dalla Chiesa.

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