Bentornato banjo! – Mumford and sons all’Arena di Verona

Buio. Le luci sono spente e resta solo il bagliore della luna. Sul palco succede qualcosa e l’Arena di Verona trattiene il fiato: quasi all’unisono prende un bel respiro ed è pronta.
Buio, ancora buio. E silenzio.
“Well, love was kind for a time, now just aches and makes me blind…”
Buoi, ancora buio. E la voce di Marcus Mumford.
Come a dire: ascoltatemi e cantate insieme a me. 
“’Cause I feel numb, beneath your tongue, beneath the curse of these lover’s eyes”
 
 
 
Luce. Ed è l’inizio di un’avventura. Già, perché non si può chiamare diversamente la prova che hanno di fronte i Mumford and Sons: combinare in un unico live, il Gentleman on the road tour, l’anima folk che li ha resi famosi e le sonorità rockeggianti del nuovissimo “Wilder Mind” (2015). Poi, diciamocelo, l’Arena di Verona è il più speciale tra tutti i palchi con i suoi archi romani ben visibili di fronte al palco e le gradinate, sapientemente sfruttate per lo show delle luci, dietro ai musicisti. L’appuntamento è ancor più speciale se si considera il sold-out registrato in un paio di giorni e, di conseguenza, le dodicimila persone accorse da tutto il Nord Italia.
 
Le premesse sono quelle della serata indimenticabile, o del flop. Cosa vogliono Mumford e soci è chiaro da subito, l’esordio è quello delle grandi occasioni (o dei lacrimoni, dipende dal grado di sensibilità di ognuno): Lover’s eyes e I will wait da “Babel” (2012). Un coro danzante di dodicimila persone che cominciano a supportare la band applaudendo senza sosta. E’ l’inizio di due ore intense curate nei minimi particolari, un percorso narrativo costruito tra brani vecchi e nuovi, senza grandi modifiche agli arrangiamenti per non snaturare nessuna delle canzoni.
C’è il violino, c’è il contrabbasso, e sì (thank God!), c’è il banjo che, diciamolo, è il vero protagonista della serata e che, è bene ribadirlo, manca non poco nell’ultima fatica della band. Non appena Winston Marshall si avvicina allo strumento l’Arena intera salta in piedi e si prepara a ballare, come chiede Marcus, prima di attaccare con Awake my soul da “Sigh no more” (2009), o a cantare con Lover of the light, da “Babel”. C’è spazio anche per le nuove Wilder Mind, Snake Eyes e Tompkins Square Park, sicuramente meno capaci di coinvolgere il pubblico che, però, non smette di ascoltare, applaudire a tempo (in maniera quasi perfetta, complimenti Arena!), canticchiare i ritornelli.
 
Incredibile è la capacità della band di mantenere la carica emotiva altissima senza sosta, passando da un album all’altro e sparlottando in un’italiano quasi corretto con il pubblico. Una quasi acustica Ghost that we knew commuove l’Arena che si trasforma in un cielo stellato, mentre la quasi psichedelica Believe fa saltare e cantare tutti, confermandosi uno dei pezzi recenti più riusciti insieme ad Only love che con la sua atmosfera nostalgica e struggente fa quasi da trait d’union tra vecchio e nuovo. L’impressione è che potrebbero andare avanti all’infinito, perfetti nell’intonazione, nella sincronia, nell’entusiasmo. Il tempo corre troppo veloce e The cave è quell’acuto che, lo sai, porterà verso la fine. Forse è per questo che è stata un tale pugno nello stomaco che ha spinto tutti a dare il meglio di sé, trasformandosi in un unico cuore pulsante. Sarà anche vero che “voi italiani siete il miglior pubblico!” è una frase di circostanza che si dice un po’ dappertutto cambiando il soggetto, ma dopo essere stata ad un paio di concerti a Parigi non stento a credere che una qualche differenza ci sia. L’Arena non si risparmia, a costo di ritrovarsi il giorno dopo senza voce o con un ginocchio ammaccato (sad but true story).
Roll away your stone, Dirtmans, Monsters, Dust ball. Ciao ciao, è stato bello, ma ora ce ne andiamo, grazie mille a tutti. Sembra la fine, e invece compaiono in mezzo al pubblico, anzi su un terrazzino in mezzo alla’Arena. Ci sono Markus, Winston, il tastierista Ben Lovett e Ted Dawne, contrabbasso compreso. Dirigono l’entusiasmo del pubblico, nei loro occhi si legge lo stupore (sì, ero a circa 10 persone da quel terrazzino) perché hanno attorno dodicimila persone che pendono dalle loro labbra e che non smetterebbero mai di ascoltarli. Cantano Sisters e Cold Arms a cappella per poi correre nel bel mezzo della platea e tornare sul palco. E’ il finale, quello vero, quello che fa saltare tutti all’unisono sulle note di Little lion man e The Wolf, indiscutibilmente il pezzo meglio riuscito di Wilder Mind. L’Arena è un vero e proprio cuore pulsante di voci, mani e corpi. Marcus chiede ancora una volta la luce sul pubblico: “Voglio guardarvi tutti ancora una volta, siete bellissimi.”
Ci sono tanti modi di raccontare un concerto, tanti modi di viverlo. Potrei porre ancora l’attenzione sulla cura vocale e musicale che i Mumford and Sons hanno dimostrato durante l’intero concerto. Potrei entusiasmarmi per la bellezza e l’unicità dell’Arena che si trasmette al suo pubblico. Potrei anche osservare come il Gentlemen on the road sia un tour fatto di musica e luci, utilizzate sapientemente per ricreare un’atmosfera calda e coinvolgente. Scelgo di tornare indietro di qualche anno, a quando un’amica conosciuta da poco mi disse: “Senti, ma tu li conosci i Mumford and Sons?”. Era il 2010, scoprivo Awake my soul e, da quel momento, non ho più abbandonato questa band di ragazzetti inglesi capaci di farti saltare con le mani al cielo come le vere rock band e farti venir voglia di ballare attorno ad un falò per tutta la notte, senza perdere l’integrità. Forse sta tutto nella voce di Marcus Mumford, front man eclettico e non sempre posato, quella voce inconfondibile non solo quando canta.
Quello che resta di un concerto così è la consapevolezza che esserci valga la pena, la voglia di continuare a canticchiare e ballare tutte le canzoni, il sorriso, condiviso con le persone attorno a te, di chi dalla musica sa trarre momenti di felicità.
 
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