L’Europa? In fondo a destra.

E così anche la Danimarca ha voltato a destra. 
Le elezioni del 18 giugno hanno infatti sancito la sconfitta della coalizione di sinistra, guidata dal primo ministro uscente, la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt.
Benché la formazione del premier si sia confermata primo partito (26,3%), guadagnando ulteriori tre seggi, il cosiddetto “Red Block” ha pagato il crollo della sinistra del Socialistik Folkeparti e dei liberali, fermandosi a 85 seggi, contro i 90 conquistati dalla destra. 
Stupisce e inquieta che la vittoria di quest’ultimo schieramento avvenga nonostante la pessima performance della destra tradizionale e liberale della Venstre (19% e 13 seggi persi), mentre il vero e proprio exploit si deve al Danske Folkeparti, il “Partito del Popolo Danese”, che raddoppia il proprio consenso (21%) e guadagna 15 seggi (da 22 a 37).

Kristian Thulesen-Dahl, il leader del DF-Fonte: The Independent

La dicitura “Partito del Popolo” dovrebbe avervi già messo in allerta: il Folkeparti è un partito di estrema destra, euroscettico, nazionalista, che rifiuta il multiculturalismo e l’immigrazione. 
Dal 1998 ad oggi la sua crescita elettorale è costante – alle europee del 2014 il Folkeparti è stato addirittura il partito più votato, con il 26,6% dei consensi.  
Nonostante risultati stabilmente in doppia cifra, il DF ha sempre rifiutato di accedere direttamente al governo, limitandosi a sostenere gli esecutivi di minoranza a guida Venstre dall’esterno, riuscendo così – almeno all’apparenza – nel duplice intento di “non compromettersi” e al contempo di influenzare le politiche nazionali, specie in materia di immigrazione.
Nel 2002, ad esempio, la Danimarca introdusse una delle legislazioni più dure d’Europa in materia di accoglienza, attirando su di sé numerose critiche, non da ultimo quelle del governo svedese, che accusava Copenhagen di venir meno alla tradizionale solidarietà scandinava. A questa critica, Pia Kjærsgaard, fondatrice del DF, rispose dicendo: “Se vogliono trasformare Stoccolma, Goteborg e Malmö in Beirut scandinave, con guerre tra bande, omicidi d’onore e stupri di gruppo, lasciamo che facciano. Possiamo sempre mettere una barriera sul ponte di Oeresund”.
C’è da credere che gli attentati del 14 febbraio scorso a Copenhagen (ricordate? un fondamentalista islamico fece fuoco prima ad un convegno sulla libertà d’espressione, poi nei pressi di una sinagoga) abbiano offerto una sponda efficacissima alla retorica xenofoba del Folkeparti, premiata nelle urne.
Nelle ultime ore il leader della Venstre Lars Lokke Rasmussen ha annunciato la formazione di un gabinetto di minoranza limitato al suo solo partito, che disporrà così di soli 34 seggi su 179, e che dovrà cercare di volta in volta una maggioranza sui singoli provvedimenti. 
Prosegue dunque la linea di isolamento del Danske Folkeparti, dal quale ci si attende tuttavia che capitalizzi il grande successo del 18 giugno, come già fatto in passato, specie in materia di immigrazione.


Il nuovo gruppo di estrema destra all’Europarlamento
(Salvini, Le Pen e Wilders) – Fonte Eunews
La svolta a destra della Danimarca si inserisce in una sequenza di risultati elettorali non dissimili in vari Paesi europei.
Il 24 Maggio Andrzej Duda ha vinto al ballottaggio le elezioni presidenziali polacche. Il suo partito, PiS, “Legge e giustizia”, è descritto come nazionalista, clericale, euroscettico ma russofobo, nonché particolarmente attratto dal dittatore ungherese Orban. Peraltro, i voti necessari alla vittoria al secondo turno, ottenuta ai danni del centrista Komorowski, sono pervenuti dal terzo classificato, il cantante rock nazionalista Kukiz: un ulteriore segnale di una svolta a destra che dovrebbe essere confermata dalle incombenti elezioni parlamentari. Non va tralasciato che ciò accada in un paese come la Polonia, che ha conosciuto negli ultimi anni una forte crescita economica e una certa modernizzazione politica e sociale.

Il 7 Maggio, come è noto, David Cameron ha ottenuto un successo di proporzioni inattese in Gran Bretagna. Lo ha fatto promettendo un referendum per l’uscita dall’Unione Europea, avvicinandosi dunque alle posizioni dello UKIP di Nigel Farage – partito, anch’esso, nazionalista ed euroscettico –  vincitore delle europee del 2014 e destinatario di un inutile ma comunque consistente 12% di consensi alle politiche.

Il 19 Aprile le urne hanno consegnato alla Finlandia un governo di destra, cui contribuisce il 17,6% di voti ottenuti dal Perussuomalaiset , che la letteratura anglofona traduce con “True Finns”, il partito dei veri finlandesi. Nazionalisti, euroscettici, populisti, non c’è bisogno di specificarlo…

I risultati citati fin’ora basterebbero a concludere che una nuova (vecchia) destra sta prendendo piede in Europa, ma, se servisse un promemoria, possiamo citare il Front National in Francia, il Partij voor de Vrijheid di Gert Wilders in Olanda, la Lega Nord di Matteo Salvini in Italia, la FPÖ che fu di Haider in Austria. (Tutto ciò in attesa di chiarire, se ve ne fosse bisogno, l’orientamento di Movimento 5 Stelle e Alternative für Deutschland, che nel dubbio a Strasburgo siedono a destra). 
Stiamo parlando di schieramenti capaci di attirare il consenso popolare, lucrando in particolar modo sulla crisi economica e sull’uscita diseguale da essa, per la quale si addita a responsabile la politica economica dell’Unione Europea, nonché sulla paura dell’immigrazione e sulle difficoltà dell’integrazione.
Ironia della sorte, chi ha influenzato le politiche europee in materia di economia ed immigrazione, dalla crisi in poi? Salvo poche eccezioni, le altre destre, quelle tradizionali, quelle di Merkel, Sarkozy, Berlusconi e, più tardi, Rajoy e Cameron, mentre i recenti governi di sinistra (o presunta tale), da Hollande a Renzi a Tsipras, non sono sembrati per ora in grado di cambiare i paradigmi dettati dai predecessori.

E così oggi, proprio in ragione del grande consenso che proviene loro, specie dai ceti più bassi della popolazione, osserviamo le nuove destre europee calamitare a sé le politiche non soltanto
della destra tradizionale (si veda Cameron in Gran Bretagna), ma talvolta anche della “sinistra” (si veda la gestione della crisi dei migranti a Ventimiglia, con i respingimenti praticati da Hollande). 


Se si andasse a votare oggi, in Francia si contenderebbero la vittoria al secondo turno Marine Le Pen e Nicolas Sarkozy, in quella che sarebbe una rappresentazione plastica della direzione politica intrapresa dall’Europa, e, al contempo, un triste presagio di sventura per una Unione Europea che è sempre più lontana da quella che in tanti sognavamo.

L’Europa? E’ in fondo a destra, e io ho (un po’) paura. 

Andrea Zoboli
Annunci

Un pensiero su “L’Europa? In fondo a destra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...