Alexis Tsipras ha fallito

Diciamo una cosa controcorrente: Alexis Tsipras ha fallito.

Fonte: The Independent

La sua strategia negoziale si è rivelata un disastro. Il primo ministro greco pensava che il protrarsi della trattativa avrebbe estenuato i creditori, forzandoli a cedere alle sue richieste, prima considerate irricevibili. Una tattica nord-vietnamita in stile generale Giap: ogni giorno che l’attore più debole non capitola è una vittoria per lui. Ma alla fine la vecchia troika, ridefinita “Brussels Group” perché evidentemente suona più amichevole e rassicurante, ha concesso ben poco. E in fondo c’era pure da aspettarselo. Forse non ha giovato l’atteggiamento fin da subito conflittuale di Alexis Tsipras e del suo sodale Yanis Varoufakis. I look casual, i sorrisi ironici, il fare strafottente. Ma la storia non si fa con i se con i ma. Questa era la linea guida del governo ellenico fin da subito: non arretrare, non arrendersi, non trattare. Quanto questa tattica sia stata dettata da un sincero spirito di condivisione delle sofferenze dello stremato popolo greco o da egoistica convenienza politica non è dato saperlo e, al momento, è un dettaglio irrilevante.


Così dopo mesi di meeting infruttuosi, sabotati in parti uguali dai miopi falchi all’interno dell’Unione Europea (Weidmann, Dijsselbloem e compagnia bella) e dal simpatico tandem Tsipras-Varoufakis arriviamo alla settimana scorsa. Per continuare ad usare la metafora del poker che tanto va di moda in queste ore: si giunge al momento in cui i giocatori decidono di mostrare le loro carte. E guarda caso la mano migliore ce l’ha la fu troika. Anche perché l’FMI, non dovendo difendere nessuna presunta “accountability”, visto che appunto non ce l’ha mai avuta (per esempio riguardo le sue ciniche politiche neo-liberiste nei paesi del terzo mondo), irrigidisce la propria posizione. Il piano definitivo è quello. Non c’è più margine di discussione poiché il tempo utile volge al termine. L’Iva verrà alzata anche sul settore turistico, ci saranno privatizzazioni massive e una riforma delle pensioni. Prendere o lasciare. La palla passa al governo di Atene, il quale potrebbe vantarsi di avere strappato un accordo di gran lunga migliore di quelli siglati da chi l’ha preceduto. E invece no: colpo di scena! Questo matrimonio non s’ha da fare. La parola al popolo.

Ed ecco, si scatena il panico. La Grexit, un incubo tra i palazzi di Bruxelles ma ancora di più nel porto del Pireo, rischia di tramutarsi in una terribile realtà. La gente si accalca ai bancomat per ritirare il denaro che nei depositi potrebbe presto valere come carta straccia, Tspiras decide di chiudere le banche e la borsa, volatilità nei mercati finanziari eccetera eccetera. Intanto chi se la passava bene in Grecia già da tempo ha spostato i suoi risparmi in altri paesi più sicuri. Mentre tanti degli elettori di Syriza non sanno che pesci pigliare, dubbiosi su quale alternativa scegliere: caos assoluto nel breve periodo e ipotetica (!) ripresa un domani fuori dall’Euro oppure sacrifici perpetui per saldare un debito intrinsecamente insaldabile?

Scene di agitazione ad Atene-Fonte: Il Sole 24 Ore

Questo è il fallimento vero di Alexis Tsipras. L’abdicazione alla propria funzione di rappresentante legittimamente eletto per fare il bene del proprio stato. Perché il referendum-e lo affermo andando apparentemente contro il pensiero corrente-è una sconfitta della democrazia rappresentativa quando serve a dirimere questioni che dovrebbero essere materia della politica istituzionale. La (non)decisione di Tsipras mi ricorda quella della CGIL nella battaglia contro Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat. Si lasciano da soli i più deboli, quelli che il leader greco aveva promesso di tutelare, contro chi detiene il potere economico e sociale, contro chi ha il coltello dalla parte del manico. Questo non è amore della democrazia. Questa è irresponsabilità.

Anche la rivendicazione last-minute della sovranità popolare è utopistica oltre che contraddittoria.Utopistica perché riprende una visione della sovranità all’interno degli stati-nazione inesistente nella prassi. È un dato di fatto che le forze della globalizzazione abbiano gradualmente eroso la sovranità nazionale. Oggi appunto si parla di “interdipendenza” quando va bene, di “dipendenza” quando va male. Il paradigma va messo in discussione? Può darsi. Ma in questo caso ci si contrappone alla stessa idea di Unione Europea: un’organizzazione sovranazionale che deve tanto ad una certa visione dell’ordine mondiale e che si trova in una situazione di crisi proprio a causa della riluttanza di molti stati membri a cedere la stessa sovranità di cui parla Tsipras. Invocare l’unità nell’emergenza immigrazione e, allo stesso tempo, attribuire il diritto ad un singolo componente della zona Euro di lasciare unilateralmente l’unione monetaria costituisce una contraddizione in termini.

Quindi che ne dica Beppe Grillo (che ha una strana idea di democrazia all’interno del suo movimento), che ne dica Matteo Salvini (che ha grande stima di un paladino dello stato di diritto dal nome Vladimir Putin) o che ne dica una grossa fetta dell’establishment di sinistra italiano (che, citando la battuta di un mio esimio collega durante una conversazione privata, “è per Tsipras col culo dei greci”) il premier greco ha fallito. Ha fallito la sua strategia negoziale, ha fallito la sua reticenza a trovare un compromesso, ha fallito il suo non accontentarsi di aver portato all’attenzione collettiva le logiche perverse dell’austerità economica, ha fallito come rappresentante degli interessi del popolo greco, che ha abbandonato a sé stesso nel momento più delicato. In fondo Tsipras se ne è lavato le mani. Come un Ponzio Pilato contemporaneo.

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