Al-Namrood: the most metal ever metaled

 

Non è facile essere ribelli, di questi tempi.

Cioè, è facile esserlo, sorprendentemente, ma è facile essere ribelli come si era ribelli una volta.

Per essere ribelli questa volta, ci vuole qualcosa di più.

Tipo gli Al-Namrood.

Tempo fa sono incappato in un articolo di Vice su questa band, e ultimamente, visto il casino che è successo a Parigi e visto l’articolo di Alessio su TBU sulla musica in queste situazioni, mi sono tornati in mente.

Come dice Alessio (se ho capito il senso dell’articolo, altrimenti accetto una feroce cazziata), elaborando peraltro semplicemente meglio il concetto espresso da Jovanotti (e per questo paragone forse la cazziata me la merito) in “Attaccami la Spina” sul suo capolavoro Lorenzo 1994 (uno dei miei dischi preferiti, nonostante la sbracatura completa poi accaduta fucceffivamente di Lorenzo Cherubini): “non è la musica che fa la rivoluzione, al massimo può essere una colonna sonora”. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, e penso che gli Al- Namrood siano il modo migliore di smentirla (almeno in parte).

Naturalmente, so che la musica non è efficace come altre cose (tipo ammazzare la gente: ricorderei che le due rivoluzioni di maggior successo, quella americana e quella francese, hanno fatto un sacco di morti ammazzati come principale risultato. E adesso grazie al sacrificio di un sacco di persone da entrambi i lati della barricata in entrambe le rivoluzioni in questione abbiamo Donald Trump che sbrocca e Hollande che vuole mettere la gente in galera senza processo. Ma sto divagando), ma davvero non fa le rivoluzioni?

Gli Al-Namrood sono una band che suona black metal, e già nel mondo occidentale chi suona black metal è guardato con un certo sospetto dalla gente normale, che forse non ha tutti i torti a guardarlo con sospetto, visto come va in giro il blackster medio, con tutto il bene che voglio ai blackster.

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Ma quello che li rende strafighi, ribelli e veramente cattivi, è che vivono in Arabia Saudita.

In Arabia Saudita, per darvi un’idea, le donne non possono guidare e neanche andare in bicicletta. L’omosessualità è illegale, l’apostasia e l’ateismo sono illegali (e punibili con la morte), Raif Badawi si è preso frustate per questo, come ha scritto su TBU Angela Caporale, e anche suonare musica rock, indovinato, è illegale.

E anche suonare musica rock è punibile con la morte.

In tutto questo, Mephisto (chitarre e basso), Ostron (strumenti mediorientali) e Humbaba (voce), i tre membri del gruppo, che usano un’identità segreta (come i Ghost: solo che i Ghost, pur avendo immaginari simili, non rischiano la condanna a morte), scelgono di suonare la musica rock più brutta, sporca e cattiva di tutte, il black metal, e chiamano il loro gruppo Al-Namrood (ovvero Nimrod, un tizio che a un certo punto ha lottato contro Abramo e quindi contro il dio dell’Antico Testamento).

Capite bene che qualunque gruppo satanista o cosiddetto ribelle europeo diventa risibile in confronto a loro, che sono stati definiti “the most metal ever metaled”.

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In tutto questo, poi, fanno musica davvero figa, e anche questo non è scontato: la maggior parte dei musicisti black metal (a parte i super classici, d’accordo) fanno veramente cagare, perché non mancano solo di tecnica (anzi, spesso ne fanno il loro cavallo di battaglia, e questo va benissimo), ma molti di loro hanno perso anche l’immaginazione legata a ciò che il black metal rappresenta (morte, tristezza, le chiese che bruciano e i boschi del Nord Europa), e soprattutto hanno perso la cattiveria.

Gli Al-Namrood invece hanno tutto questo. Hanno pacca, hanno freschezza, e soprattutto fanno qualcosa di diverso: i loro pezzi prendono le sonorità black metal classiche e le fondono con quelle mediorientali, producendo un’ammaliante seppur violentissimo miscuglio. Humbaba, che canta (in growl, quella cosa che può sembrare un ruggito o un rutto a seconda dell’abilità del cantante), fa a brandelli orecchie e cuori dell’ascoltatore, comunicando il dolore e la rabbia di dover vivere nascosti per il semplice fatto di non essere religiosi, tramite testi che fanno riferimento agli antichi jinn del deserto che popolano i miti pre-islamici e che genericamente inneggiano alla liberazione dall’Islam (il che, quantomeno in Arabia Saudita, secondo Mephisto, non accadrà “neanche in un migliaio di anni”).

Una cosa curiosa è questa:

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Capite? Una band dell’Arabia Saudita che esprime solidarietà a Parigi per gli attentati di novembre, e un imbecille che, senza probabilmente neanche pensare a che cazzo sta facendo, gli fa notare che usano due pesi e due misure. A loro, che vivono con il rischio costante di venire condannati a morte per la loro musica!

La risposta della band è perfetta (anzi, sono anche un po’ deluso dall’assenza di un perculamento che sarebbe stato più che meritato), e ci spiega una cosa (quella che ho iniziato a dire prima, che sicuramente vi siete dimenticati): la rivoluzione la fa anche la musica. Quello che fanno gli Al-Namrood, richiamando le radici più profonde del loro popolo, è vera rivoluzione, vera resistenza, guidata da un coraggio così potente da farci sentire minuscoli.

Come tutte le forme di arte, la musica è un’elevazione dell’uomo in quanto animale, ma è soprattutto l’espressione più pura dell’umanità: ci libera dal dolore e accompagna la nostra rabbia.

Ora scusate, ma ho dei templi da distruggere.

http://www.alnamrood.com/

https://www.facebook.com/alnamroodofficial

Guglielmo De Monte

@BufoHypnoticus

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