L’Inghilterra conserva David Cameron e la Scozia ruggisce

Fonte: mirror.co.uk
Avendo la buona abitudine di andare a letto abbastanza presto e fidandomi ciecamente dei sondaggisti britannici, ieri sera mi sono addormentato ben sapendo cos’avrei scritto in quest’articolo di commento ai risultati delle elezioni in Regno Unito. Avevo già persino il titolo in mente: “Nessun vincitore in Gran Bretagna”. E invece le urne di sua maestà hanno sorpreso tutti con il loro inequivocabile verdetto, regalando come quasi sempre nella storia dei chiari vincitori e degli altrettanto chiari sconfitti.
David Cameron (Fonte: express.co.uk)
Il principale trionfatore di queste elezioni è il primo ministro in carica, il conservatore David Cameron, riconfermato per un secondo mandato in cui, grazie alla maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni (331 seggi sui 650 totali), non avrà nemmeno bisogno di alcuna stampella. Niente trasloco dunque dal celebre civico 10 di Downing Street per lui e la moglie Samantha. Probabilmente nemmeno Cameron stesso sa come ha fatto a spuntarla. Le statistiche dicono fagocitando numerosi collegi agli ormai ex alleati dei liberal-democratici e tenendo testa alla tanto sbandierata quanto in realtà inesistente rimonta laburista. Le sensazioni raccontano invece facendo leva sulla voglia di stabilità del popolo britannico in un periodo tutto sommato florido dal punto di vista economico rispetto ad altre realtà continentali, in particolare nella capitale Londra, una città-stato fonte di introiti smisurati. Poco sono importate le accuse di tutelare solo le fasce più abbienti della popolazione e di voler smantellare ulteriormente lo stato sociale. Di più ha pesato la rigida posizione sull’immigrazione e la populistica promessa del referendum popolare per rimanere nell’Unione Europea. Ma che a questo punto verrà sicuramente mantenuta. Brutte notizie per Bruxelles e Berlino: Cameron è ancora in sella. Sì proprio lui, quello che ha lasciato il PPE per approdare in un gruppo euroscettico e marcatamente anti-federalista, quello che non gradiva i candidati alla presidenza della commissione e si è trovato a votare contro Juncker (da solo) nel vertice decisivo, quello che sull’emergenza sbarchi nel mediterraneo ha dichiarato “siamo dispiaciuti, daremo il nostro contributo, ma non accogliamo nessuno”. Si preannunciano altri 5 anni di scontri accesi tra UE e Regno Unito, membro riottoso e poco entusiasta della comunità fin dal 1973. Un bel grattacapo per Angela Merkel. Come se non fosse sufficiente quel “mascalzone” di Alexis Tsipras.
L’altra vincitrice è una piccola donna scozzese col caschetto biondo di 44 anni, figlia di un elettricista, dall’aria determinata e dalle idee chiare. Si chiama Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party (SNP) dal novembre scorso. Sul suo successo e quello del suo partito ci avevano azzeccato i sondaggi: in Scozia è avvenuto un vero e proprio cataclisma elettorale. I nazionalisti hanno conquistato 56 circoscrizioni su 59 nella loro regione e il 50% dei voti, spazzando via i laburisti che dai tempi della Thatcher dominavano la scena ad Edimburgo e dintorni. La sconfitta di misura nel referendum per l’indipendenza ha portato comunque visibilità e credibilità alla formazione, che ha trovato nella Sturgeon una figura di notevole appeal. La lotta contro le misure di austerità imposte dall’esecutivo di Westminster hanno riscosso grande interesse anche fuori dal territorio scozzese, tanto che una delle domande più cercate su google durante la campagna elettorale è stata “posso votare SNP anche se vivo in Inghilterra?”. A suggellare il momento di gloria è arrivata l’affermazione stamattina dell’ex leader Alex Salmond, fresco di vittoria nel collegio di Gordon, manco a dirlo su un rappresentante dei lib-dem.  “Il leone scozzese ha ruggito” ha tuonato Salmond. Ma ora deve decidere cosa fare nella Camera dei Comuni: isolamento in stile pentastellato o cooperazione con i resti del labour per mettere in difficoltà la risicata maggioranza conservatrice?
Ed Miliband (Fonte: theguardian.com)
Già i resti del labour. Perché ci sono rimasti giusto quelli. Solo 232 poltrone (mai così poche dal 1987). 25 in meno del 2010, che era stata una debacle largamente preventivata, causata dell’esaurimento del progetto politico del New Labour di Tony Blair. Si era deciso quindi di ripartire da zero. Con il Miliband più di sinistra, “Red Ed” e non con il “cervellone” David, dall’immagine troppo legata alla vecchia leadership. Si è fatta opposizione ad un esecutivo troppo “di destra”, impegnato solo a tagliare il sistema sanitario nazionale e mantenere vantaggi fiscali per i milionari stranieri che decidono di fissare la loro residenza a Londra. Si è fatta campagna per l’Unione nel referendum scozzese ma garantendo ai nazionalisti una discussione aperta su come rivedere l’assetto istituzionale e la distribuzione di competenze. Si è fatta una battaglia per maggiore uguaglianza tra i cittadini e per dei salari più dignitosi. Ma non è bastato. E forse proprio Ed Miliband non è bastato. Sempre indietro rispetto al rivale Cameron nelle risposte dell’elettorato quando interpellato sulla questione “chi vedi meglio come primo ministro?”. Un condottiero troppo timido anche se moralmente integro. Ha perso la Scozia. E chissà quanto ci metteranno i laburisti a riprendersela. Non ha convinto gli inglesi. Lui ancor meno delle sue proposte. Miliband ha rassegnato le dimissioni, prendendosi la totale responsabilità per il disastro e scusandosi con i suoi colleghi che hanno perso il seggio come Ed Balls, passato in una notte da futuro Cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del nostro ministro dell’economia) a disoccupato, per una manciata di schede. La politica è un gioco per arroganti, purtroppo. È un gioco per persone che nelle interviste non chiedono se possono spiegarsi meglio; si spiegano e basta. Ed Miliband l’ha imparato a sue spese.

Se il risultato dei laburisti è stato molto deludente quello dei liberal-democratici è stato terribile. Sono passati da 56 seggi a 8. Da indispensabili partner di governo a comparse prive di uno scopo nell’aula di Westminster. Hanno pagato un’alleanza innaturale con i conservatori durata 5 anni, in cui non sono nemmeno riusciti a cambiare il sistema elettorale che tanto li penalizza, il maggioritario uninominale a turno unico, detta all’inglese, il first-past-the-post, perdendo nel 2011 un referendum passato sotto eccessivo silenzio. Le colpe per la sconfitta peggiore della storia del partito, fondato alla fine dagli anni 80 dalla fusione tra i pochi liberali sopravvissuti al dominio post-seconda guerra mondiale conservatori-laburisti e un gruppo di reduci europeisti e riformisti del labour, sono tutte piovute sull’ex vice premier e leader dei lib-dem Nick Clegg. Lui se le è assunte, facendosi da parte e definendo la batosta “più dura e ingiusta di quello che si aspettava”. È pericoloso essere i piccoli supporter in un esecutivo di coalizione. Si rischia di essere divorati dal pesce più grande. #Angelinostaisereno.
L’ultimo perdente onestamente mi suscita meno empatia. È lo xenofobo e anti-europeista Nigel Farage. Il suo UKIP per percentuali di voto è stato il terzo partito con quasi quattro milioni di consensi, corrispondenti al 12,6%. Ma con il maggioritario le percentuali non contano. Tutto ciò che importa sono i collegi. Anzi il collegio, visto che l’UKIP ne ha ottenuto solo 1, sulla costa est dell’Inghilterra. Nemmeno Farage è riuscito ad entrare in parlamento, perdendo la sua competizione contro il candidato conservatore. Anche lui se n’è andato, in questo valzer di addii, rispettando la parola data, ma sostenendo che, dopo una riposante e lunga vacanza estiva, valuterà se presentarsi alla  prossima sfida per la leadership della formazione che aveva primeggiato alle elezioni Europee del 2014. Onestamente se rimanesse a godersi il sole di qualche isola tropicale farebbe un favore a molti.
In realtà quelli che sono usciti di più con le ossa rotte sono i sondaggisti al di là della manica, dimostratisi inaffidabili quanto quelli italiani. Non mi unirò però al vasto coro di criticismo che si è sollevato nei loro confronti. Anzi li dovremmo ringraziare tutti per aver reso appassionante fino all’ultimo un’elezione dai toni piatti e piuttosto noiosi. Grazie di cuore.

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