Il fallimento dell’Abenomics e Noi

Era la primavera del 2013 in Giappone. Periodo di poetica fioritura dei Ciliegi, i famosi sakura, simbolo dei Bushi del sol levante, i guerrieri rappresentati dal noto Haiku

花は桜木人は武士 (hana wa sakuragi, hito wa bushi)

tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero“.

Era però anche periodo di profonda crisi internazionale, acuita nella terra del sol levante da una decennale deflazione e dal crollo delle esportazioni; il neo premier Shinzo Abe, eletto con il Jimintō o  LDP (Liberal Democratic Party of Japan) annunciava agli elettori una delle più innovative manovre macroeconomiche che un politico giapponese avesse mai prodotto, la cosiddetta Abenomics, basata sulle cosiddette tre “frecce” del Monetary Easing, dell’Investimento Statale e delle Agevolazioni Fiscali. Questo insieme di politiche poneva il Giappone in una posizione diametralmente opposta all’Europa e alla rigida austerity da essa proposta.

Ciascuna delle tre frecce scoccate dal premier Abe sembrava una risposta ai problemi cronici e non dell’economia giapponese. Il monetary easing doveva trafiggere la continua deflazione che ha caratterizzato il Giappone dopo lo scoppio della bolla immobiliare ed azionaria del 1990, e che si è prolumgata a causa della crisi del 2008.  Tutto questo tramite un insieme di manovre atte a stimolare la liquidità monetaria del sistema economico nazionale e dunque a indurre l’inflazione. L’investimento statale di stampo neo-keynesiano serviva invece a fronteggiare la disoccupazione, giunta ad un inusuale 5.6%, il massimo postbellico. Le agevolazioni fiscali invece erano pensate per dare il “necessario” tocco neo-liberista alla manovra. Nel complesso, l’idea era di incentivare il settore privato ad investire grazie agli incentivi e alla manovra di monetary easing, e facendo ripartire l’occupazione e quindi i consumi con l’aiuto dell’investimento pubblico.

il-giovane-arciere_2016_06_00-1024x682

Dopo tre anni (e sì che la manovra era stata pensata per essere una soluzione a breve termine!) questa innovativa proposta ha avuto un solo risultato: il fallimento. Per farla breve, ognuno degli obiettivi delle frecce è stato mancato.

L’inflazione è inizialmente cresciuta fino ad un valore record del 3,5 %, ma poi è subito tornata a decrescere, fino a tornare ai valori deflativi (-0,3%) del pre-Abe. Il tasso di disoccupazione è effettivamente in diminuzione, ma al costo di un aumento della spesa pubblica abnorme, dato che le assunzioni del settore pubblico sono lievitate al di là della reale necessità occupazionale. Infatti la produttività non è aumentata all’aumentare del tasso di occupazione, indicando che la crisi non è finita. Di conseguenza, la fiducia dei consumatori non è tornata: dopo un incremento significativo dei consumi, si è avuto un forte rallentamento della spesa. Questo perché Abe è stato costretto ad aumentare l’iva dal 5 % all’8 %. A beneficiare delle agevolazioni fiscali è stato quindi solo il settore produttivo. In tutto questo, il PIL non solo non è cresciuto dall’insediamento di Abe, ma anzi è diminuito, segnalando nuovamente che l’impegno del governo nello stimolare i consumi e nell’agevolare il settore privato non ha sortito i risultati sperati.

Riassumendo: deflazione, aumento della spesa pubblica, consumi stagnanti ma con un’imposta su di essi più elevata. Zero su tre.

Ci sono moltissimi esperti, tra cui i premi Nobel Stiglitz e Krugman,  che si stanno affrettando a spiegare politicamente questo fallimento: mancanza di coraggio nelle riforme strutturali, errata gestione delle agevolazioni fiscali che hanno favorito l’accentramento del capitale a scapito della classe media giapponese, colonna vertebrale dell’intera struttura economico-sociale del Giappone contemporaneo, ma anche politiche chiuse all’innovazione che hanno causato la mancata creazione di una Silicon Valley nipponica, e molto altro. Quello che è certo è che il problema dell’enorme debito pubblico giapponese, che per dare un’idea è più del 200% del prodotto interno lordo ed è più di tre volte il PIL dei paesi dell’ASEAN messi assieme, non ha favorito la fiducia internazionale e dunque gli investimenti delle multinazionali straniere in Giappone.

In ogni caso, questo fallimento di innovazione politico-economica non può essere salutato con gioia da nessuno, tantomeno dai detrattori dell’austerity. L’unica politica espansionistica del debito e della riduzione della tassazione sull’industria promossa da un paese del G8, se escludiamo la Obamanomics (che però ha basi strutturali ed ideologiche diverse), è fallita miseramente lasciando il Giappone nella stessa situazione economica di tre anni fa, peggiorata però da una situazione politica grave non gestita al meglio dal governo Abe.

Sicuramente non ha aiutato la complessa situazione geopolitica di contrasto con la Cina, così come l’incertezza sulle prospettive di investimento delle grandi aziende giapponesi specialmente sul lato di innovazione, proprio il punto forte che ha reso il Giappone il miracolo economico degli anni ottanta. Le grandi aziende e i grandi gruppi finanziari, pur essendo i soli beneficiari delle agevolazioni fiscali, non hanno usato i proventi per uno sviluppo economico sostenibile e strutturale sul medio lungo periodo, dimostrando una mancanza di programmazione che non è usuale dalle parti del sol levante.

Tutti questi sintomi del fallimento Giapponese sono indicatori importanti da tenere in considerazione nella strada verso l’uscita dalla più grande crisi economica mondiale perlomeno dai tempi della grande recessione, specialmente ora in cui si deve assistere alla prova dell’Unione Europea, messa a repentaglio pure dalla Brexit. In questi tempi di incertezza macroeconomica dobbiamo essere in grado di trarre quante più lezioni possibili dai fallimenti degli altri, per evitare che la sindrome della Giapponizzazione (neologismo derivato dall’inglese Japanization, contrazione di Japan  e Stagnation, ovvero stagnazione economica) si estenda al resto del mondo occidentale.

Alessandro Bombini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...