Abenomics: tre frecce per salvare il Giappone

 

Narra un’antica leggenda dello Yamaguchi che, negli anni del rovesciamento dello Shogunato di Tokugawa, agli albori dell’impero giapponese (metà del XIX secolo), un signore chiese ai suoi tre figli di spezzare una freccia. Tutti e tre obbedirono e facilmente ruppero le frecce. Quindi il padre chiese loro di spezzare altre tre frecce, questa volta contemporaneamente: nessuno dei figli ci riuscì. “Una freccia – disse il padre – può essere rotta facilmente. Tre frecce insieme, come un fascio di betulle, non possono essere spezzate”. Era un’esortazione a lavorare insieme per il bene della famiglia.

La leggenda delle tre frecce è divenuta ancora una volta simbolo di un nuovo Giappone che guarda alla tradizione, mentre si proietta verso il futuro; un Giappone che lavora unito per uscire dalla stagnazione economica dell’ultimo ventennio. Ad utilizzarla è stato l’attuale Primo Ministro, Shinzo Abe, classe 1954 (il più giovane nella storia del Giappone), eletto nel dicembre 2012. Anche lui, come la leggenda, proviene dalla regione dello Yamaguchi e rappresenta l’ala più nazionalista e conservatrice del Partito Liberal Democratico giapponese (LDP). Abe già ricoprì l’incarico tra il settembre 2006 e il settembre 2007 senza lasciare il segno e facendo emergere la sua anima nazionalista. Oggi invece si mostra con il volto del progressista che ha a cuore la tradizione dell’impero del sol levante e lo fa attuando una politica economica incentrata su tre pilastri (appunto le tre frecce): allargamento della base monetaria, supporto alla domanda aggregata e un piano per la crescita economica. Si tratta di quella che è stata ribattezzata Abenomics e che ha avuto i suoi natali la scorsa primavera.
 

La prima freccia è il monetary easing, l’allargamento della base monetaria, per raggiungere l’obiettivo dell’inflazione al 2% dopo anni di deflazione. Il target, nell’idea di Abe, deve essere raggiunto entro due anni, quindi via subito al raddoppio della base monetaria accompagnato da un vento di entusiasmo verso la rivoluzione dell’Abenomics per eliminare – è questa l’idea del promotore – l’atteggiamento mentale da deflazione. Dunque, non solo politica economica, ma anche grande attenzione agli umori dei mercati. E gli effetti di breve periodo non potevano che essere sensazionali: l’indice Nikkei è cresciuto del 70% e lo yen ha perso valore, favorendo le esportazioni. Insomma, tutto da manuale: il cambio della percezione verso l’economia giapponese sta creando un circolo virtuoso in cui le grandi compagnie aumenteranno i loro profitti, facendo salire salari e consumo; ciò porterà nuovi investimenti e quindi ancora profitti.
La leva sugli animal spirits dei mercati non può che essere accompagnata da ingenti interventi a sostegno della domanda aggregata (e questa è la seconda freccia), attraverso investimenti mirati. Anche perchè il PIL nominale è fermo ai livelli degli anni 90 a causa della deflazione e ciò ha fatto schizzare il debito pubblico nipponico a livelli assurdi.

Ma risolvere i problemi economici in tempi di crisi non è così facile e i primi due pilastri dell’Abenomics hanno iniziato presto a mostrare tutti i loro difetti. L’espansionismo economico e gli stimoli alla domanda aggregata hanno il loro fascino, soprattutto se guardati con gli occhi di un’Europa messa all’angolo dall’austerity, ma gli effetti strabilianti visibili nel breve periodo stanno lasciando spazio a dubbi sulla reale efficacia di un simile piano economico. E se agli investitori sorgono dei dubbi, il Nikkei, principale indice azionario giapponese, crolla come ha fatto le prime settimane di giugno. La Bank of Japan dice di tenere duro di fronte alla volatilità dei mercati obbligazionari ed azionari nipponici, che definisce un pericolo da correre, ma c’è il timore che tutto ciò non si possa schiantare contro una nuova bolla, perchè, si sa, l’eccesso di beni – in questo caso la liquidità – non fa bene all’economia.
L’Abenomics guarda solo al breve periodo? Certamente, se così fosse, ci sarebbero più ombre che luci sulla spumeggiante politica del conservatore Abe, ma così non è – o almeno questi sono gli intenti. E’ la terza freccia infatti che dovrebbe rimettere il Giappone di Abe sulla retta via, generando crescita di lungo periodo, dopo aver sconfitto la deflazione che ha paralizzato l’economia nipponica negli ultimi venti anni. Il terzo pilone non può che assumere le vesti di riforme atte a rafforzare il lato dell’offerta: liberalizzazione dei settori agricolo, medico e farmaceutico; fine delle rigidità del mercato del lavoro; investimenti sull’educazione; spinta alla competizione e all’innovazione; avvicinamento alla Trans-Pacific-Partnership (TPP), un area regionale di libero scambio. Per spezzare la terza freccia Abe ha ridisegnato la burocrazia, attraverso la creazione di comitati dove i membri governativi siedono insieme a burocrati, accademici e uomini d’affari per formulare le riforme necessarie a far ripartire il Giappone.
Poi però, a luglio, sono arrivate le elezioni per il rinnovo di parte della Camera Alta (stravinte da Abe, ndr) e il Partito Liberal Democratico ha fatto pressioni sul suo leader affinché non si accanisse troppo contro agricoltori, medici e uomini d’affari. Il risultato è stato che della terza freccia è rimasta quella che l’Economist ha definito una “politica industriale vecchio stampo, che è già stata posta in essere e che ha già fallito”.
Un giudizio definitivo sulla politica di Shinzo Abe forse è ancora prematuro. Tutto sommato, gli effetti dell’espansionismo monetario non sono stati negativi (sempre che il monetary easing sia temporaneo), ma le riforme strutturali del lato dell’offerta hanno lasciato – per ora – un po’ a desiderare. Tra qualche tempo potremo dire se quella giapponese sia una soluzione non solo accattivante, ma anche efficace alla crisi.
In Europa, intanto, non si può sperare in misure di breve periodo come quelle adottate da Abe per uscire dalla deflazione. I nostri debiti sovrani sono già drogati e un eccesso di liquidità non farebbe che creare labili illusioni scarsamente risolutive. Ma poiché non si può morire di austerità, di Abe si potrebbe adottare la volontà di porre in essere un progetto estremamente rinnovatore, che porti a riformare la BCE (l’esempio è quello della FED statunitense) e le istituzioni comunitarie, al fine di colmare il tanto decantato deficit democratico. Ma questa è un’altra storia (o un sogno?).
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