Una lezione di economia dal sol levante

Stampare la propria moneta. Fare debito. Ridurre le tasse. Aumentare le assuzioni statali. Flessibilizzare il mercato del lavoro.

No, non è la lista della spesa delle proposte di politica economica esposte da tutti i partiti alle scorse elezioni politiche. È un sunto della Politica Economica che il Giappone ha intrapreso oramai da più di cinque anni, da quel 26 dicembre 2012 quando Abe Shinzo divenne per la seconda volta primo ministro del paese del Sol Levante. Avevamo già illustrato qui su The Bottom Up alcuni punti salienti della Abenomics, la sua politica economica, e alcuni suoi risultati.

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Shinzo Abe ed il suo secondo governo, anno 2013. Fonte qui.

Ma perché è così importante questa Abenomics? E perché è interessante per noi italiani?

Il fatto è che, tenuto comunque conto della peculiarità dell’universo nipponico, l’Abenomics presenta un unicum delle politiche economiche congiunte alle politiche monetarie di una superpotenza mondiale. Se infatti il monetary easing [1]  della Bank of Japan (BoJ) potrebbe essere analogo a quanto fatto dalla BCE e dalla FED (che però ha chiuso i rubinetti), anche se in un volume eccezionale, esso è stato congiunto ad una politica economica del governo che ha aumentato la spesa pubblica, aumentando la domanda di posti di lavori nel pubblico, riducendo le imposte sul reddito di impresa (o corporate tax). In pratica il sogno erotico di ogni partito sovranista nostrano.

E qualche effetto si è visto: il già bassissimo (per noi italiani)  livello di disoccupazione nipponico è calato ulteriormente al valore record di 2.4%.

Fino a qui sembrerebbe un enorme successo. Come sempre, la verità sta nel mezzo; una delle decennali piaghe giapponesi è il tasso d’inflazione sempre sull’orlo del baratro deflativo, sintomo di un’economia stagnante e con scarsa propensione all’investimento corporativo, ovvero all’immissione di capitale privato in opere di creazione e sostentamento di nuove imprese o start up, né di attrarne dall’estero.  Ed in questo la BoJ non sta centrando il target, fermo al (comunque valore record di) 1.4%. Valore record che però potrebbe essere un artefatto della situazione monetaria e non un valore strutturale che rimarrà tale sul lungo periodo. E sembra inoltre che, nel prossimo futuro, anche la BoJ si allineerà alla FED (con forse la BCE) cambiando la propria politica.

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Il logo SoftBank col caratteristico cagnolino Otoson. SoftBank è azienda leader nel settore delle telecomunicazioni con 91,2 MLD $ di market value. Fonte qui.

Un’altra lezione che la situazione giapponese [2] ci insegna è che il paradigma liberista che i salari salgono automaticamente se la disoccupazione cala è empiricamente falsificata dal Sol Levante. Con un tasso di disoccupazione eccezionalmente basso e in diminuzione, un corposo taglio al costo del lavoro ed un continuo stimolo all’investimento privato, i salari non aumentano apprezzabilmente da decenni. In Giappone ci sono 1.49 Job Offers disponibili per ogni Job Seeker; e, nonostante ciò, i salari non aumentano.

Questo perché tra aumento dell’occupazione e aumento dei salari non vi è una relazione diretta (contrariamente a quanto affermato dalla retorica standard): infatti una riduzione della disoccupazione aumenta il potere contrattuale dei lavoratori, che possono muovere unitamente attraverso attività sindacale ed azione politica una richiesta di adeguamento contrattuale. Solitamente ciò accade inoltre in una fase di espansione economica nella quale il margine di profitto dell’azienda aumenta, aprendo alla possibilità di redistribuire parte del profitto tra i lavoratori su una precisa richiesta sindacale mossa da questi ultimi.

Qualora questo non accadesse, come in Giappone, dove i sindacati sono straordinariamente deboli a causa di un crollo partecipativo nell’ultima parte del secolo scorso (ad oggi solo il 17,5% dei lavoratori è sindacalizzato) e per una struttura politico-sociale estremamente liberista, anche una favorevole congiuntura economica, viziata da una spesa pubblica abbondante unita ad una politica monetaria libertina, non porterebbe alcun aumento della ridistribuzione del reddito mediante incremento dei salari.

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Grafico riportante numero di Impiegati totali (barra bianca), numero di impiegati sindacalizzati (barra blu) e percentuale di sindacalizzazione in Giappone (linea nera), anni 1985-2014. Fonte qui.

Anzi, l’Abenomics potrebbe far pendere la bilancia dal lato sbagliato, quello della diseguaglianza. Tutte le politiche – monetarie ed economiche – parrebbero favorire unicamente le grandi industrie giapponesi a scapito del singolo lavoratore, che non può neanche trovare nell’associazionismo sindacale – praticamente assente – una rete di salvataggio.

L’iniezione di liquidità nel mercato, l’aumento artificiale di valore del mercato azionario, i tassi d’interesse artificialmente bassi, il costo della moneta al minimo storico, il taglio delle tasse, la facilità di reperire finanziamenti, ovvero le manovre che formano l’Abenomics,  sono in realtà il segnale di una offensiva del grande capitalismo giapponese che rafforza la sua posizione egemone e non una crescita reale dell’economia giapponese, redistribuita tra tutti i cittadini del sol levante.

crowdedshibuyacrossing.pngIl superaffollato Shibuya Crossing  Tokyo, l’incrocio più trafficato del mondo. Fonte qui.

In conclusione, il mantra liberista che i salari potranno aumentare solo a raggiunta riduzione della disoccupazione nasconde in realtà un interesse nel mantenerli artificiosamente bassi, aiutati da una flessibilizzazione continua del mercato del lavoro che ha indebolito le basi sindacali ed il potere contrattuale dei lavoratori, favorendo la riduzione dei costi fissi d’impresa aumentando unicamente il guadagno d’impresa e, nelle nazioni occidentali poco attente alla redistribuzione del reddito, aumentando pure la diseguaglianza intraziendale (cioè la differenza di reddito tra Amministratore Delegato e Impiegato).

Tutto questo per sottolineare un punto: non è solo mediante politiche monetarie e politiche economiche che si struttura una manovra politica di effetto. Alla base deve sempre esserci una visione d’insieme che indirizzi suddette politiche verso un fine utilitaristico e politico, possibilmente dettato da una certa ideologia politica chiara. Ad esempio affiancandogli politiche del lavoro, politiche della ricerca e sviluppo tecnologico e politiche di erogazione dei servizi pubblici atte a alleviare il grosso problema della società capitalistica contemporanea: le diseguaglianze economiche tra lavoratori e capitalisti.

Il Giappone ci insegna che anche raggiungere gli obiettivi che ad oggi ci paiono utopici (come un tasso di disoccupazione al 2.4%) non porteranno una redistribuzione etica del reddito arricchendo le masse lavoratrici, ma anzi potrebbero essere lo specchietto per allodole usato per arricchire chi non ne ha alcun bisogno.

 


Fonte immagine di copertina: Nippon.com

[1] ovvero quelle politiche immissione di denaro tramite acquisto di titoli nazionali. Sostanzialmente l’immissione di moneta coniata per essere immessa nel circuito economico tramite l’acquisto di titoli.

[2] La situazione sindacale giapponese è peculiare dell’arcipelago così come l’intricata metodologia di contrattazione collettiva.

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