Radicalizzazione nelle banlieue, una questione di identità

Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità, edito da Il Formichiere (2018), è un lavoro di ricerca attraverso cui l’autore, Pier Paolo Piscopo, ci conduce per mano a conoscere le periferie francesi dove sono nati e cresciuti molti dei giovani protagonisti degli attentati terroristici che hanno sconvolto la République francese negli ultimi anni. A metà tra l’inchiesta giornalistica e l’indagine etnografica, l’analisi si inserisce nel filone delle ricerche scientifiche sull’immigrazione e sul suo impatto sulle società d’accoglienza.

Piscopo non si limita a tracciare la storia architettonica, sociale e politica delle problematiche che si sviluppano nelle banlieues ad insediamento migrante – curiosamente, l’etimologia del termine significa letteralmente “luogo del bando” – ma le pone in relazione dialettica con le politiche di integrazione a cui sono inestricabilmente legate. Con un occhio rivolto alle sfide poste dalle società multiculturali di oggi (e sempre più, del domani), si indaga nelle contraddizioni e nei fallimenti di un’integrazione mal riuscita, cercando di comprendere le radici di complessi fenomeni come la radicalizzazione, l’esclusione sociale e l’incontro tra diverse culture e valori.

 

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Pier Paolo Piscopo, Banlieues, tecnica mista su cartone

 

Ne abbiamo parlato con l’autore, a cui abbiamo posto alcune domande per approfondire la ricerca e le possibili conseguenze, anche su un contesto differente come l’Italia.

Il fil rouge del suo lavoro è l’analisi del retroterra sociale, culturale ed economico dei giovani coinvolti negli attentati terroristici che hanno scosso la Francia- e l’Europa tutta – negli ultimi anni: da Charlie Hebdo a Nizza, passando per la strage compiuta al Bataclan. È dunque possibile delinearne un profilo?

No, non è possibile creare un identikit riconducibile ad un profilo socio-economico preciso o standard. Tuttavia, ciò che emerge con una certa chiarezza è il bisogno di questi giovani di identificarsi – oltre che nella comunità musulmana – in una causa comune, perfino di immolarsi, nel tentativo di cercare un accesso alternativo a quella pari partecipazione che gli viene sistematicamente negata. Sono ragazzi che vivono esperienze di esclusione e ingiustizia frustranti. È fondamentale guardare alla situazione sociale e politica interna senza perdere di vista il quadro geo-politico internazionale, i rapporti di forza e subordinazione tra nazioni, tra Europa e paesi MENA (Medio Oriente e Nord Africa), tenendo conto quanto influisca la percezione di subire trattamenti ingiusti da parte dei governi occidentali. Pensiamo alle compagnie private che vendono armi proprio nei Paesi del Medio Oriente, impiegate in conflitti fratricidi.

Parlare di seconde generazioni dell’immigrazione significa doversi confrontare con le politiche d’integrazione attuate dai paesi d’insediamento migrante, in questo caso la Francia. Che ruolo giocano effettivamente all’interno delle dinamiche sociali?

Fondamentale. La reale problematicità di una politica dell’integrazione non riuscita è emersa in tutta la sua drammaticità non tanto con le prime generazioni d’immigrati, ma piuttosto con le seconde. Legalmente, giovani cittadini francesi che desiderano essere riconosciuti come tali, ma nella pratica della vita quotidiana impossibilitati spesso a raggiungere il livello di vita e d’emancipazione dei loro coetanei d’origine francese. La causa è spesso annidata in persistenti forme di discriminazione e di scarto in termini di capitale sociale ed economico. A differenza dei propri genitori, non sono più disposti a tollerarlo.

Secondo lei, in cosa si è fallito?

Principalmente, nell’aver lasciato che il mercato abitativo e le condizioni economiche determinassero la concentrazione della popolazione migrante in determinati quartieri o addirittura comuni. La crisi economica, la disoccupazione e una mobilità sociale bloccata, unite a scarsi investimenti pubblici hanno dato il via ad una spirale di progressiva, ulteriore depauperizzazione di questi quartieri. Servirebbe incentivare i legami con la periferia, creare rete, secondo il principio della mixité sociale. Per esempio, dislocare gli uffici amministrativi, investire nelle infrastrutture. In realtà, la direzione intrapresa è questa: sono previsti già notevoli sgravi fiscali per le imprese private che decidono di aprire in determinate aree.

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Gli attentati hanno risollevato l’annosa questione dell’integrabilità dell’Islam e dei suoi rapporti con la laicità francese. Ma si tratta davvero di un Islam così monolitico come viene presentato sovente nell’arena pubblica?

L’Islam è monolitico, come lo è il Cristianesimo. Ma presenta tre aspetti determinanti: una divisione interna alle comunità e alle istituzioni ufficiali, per cui è difficile parlare di omogeneità; la mancanza di un “aggiornamento”, com’è avvenuto invece con il Concilio Vaticano I e II per il Cristianesimo; da ultimo, una solidarietà più forte, basata su un credo che coinvolge sia la sfera pubblica che quella privata. Non esiste un aspetto dell’Islam, in sé per sé, inconciliabile con la nostra società. Chiaramente quelle che siamo abituati a chiamare “nostre società” tra un po’ non avranno più le stesse caratteristiche che hanno ora. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che non ci saranno in futuro delle religioni nazionali e in Parlamento verranno create leggi che rappresentino le minoranze, tra cui anche quella musulmana.

Quindi si tratta anche di un problema di rappresentanza?

Sicuramente. Pensiamo al principio “no taxation without rapresentation”: perché mai le minoranze, che pure producono e contribuiscono anche in termini fiscali, non vengono rappresentate in Parlamento? A mio parere è l’offesa di un diritto.

Nel capitolo conclusivo, mette a confronto tre stati centrali europei: Germania, Gran Bretagna e Italia. Concentrandoci sull’Italia, quali sono i punti in comune con il caso francese e quali, invece, le peculiarità?

Ci sono due grandi differenze: l’Italia ha un passato coloniale meno incisivo di quello francese (seppur irrisolto), oltre al fatto che è diventata meta di immigrazione in anni relativamente recenti. Siamo sempre stati un paese di emigranti, e questo si riflette inevitabilmente nelle politiche adottate nel gestire il fenomeno. Ma ce ne sono altre, che nel libro spiego in maniera più dettagliata: per esempio, nelle città italiane ancora non esistono periferie caratterizzate da una spiccata segregazione etnica, si dovrebbe parlare piuttosto di concentrazione, a livello di quartiere o addirittura di uno stesso condominio. Inoltre, la stessa composizione migrante in Italia differisce sensibilmente: pensiamo all’alta percentuale di donne, soprattutto nelle prime fasi del processo migratorio, così come la presenza di un vero e proprio mosaico etnico tale da rendere più difficile individuare macrogruppi dominanti, diversamente dal caso francese. In Italia, le seconde generazioni cominciano ad affacciarsi sulla scena politica ora: le politiche d’integrazione dovranno prenderne atto e dedicarvisi.

A proposito di questo, cosa pensa riguardo all’occasione persa dello ius soli?

Mantenere lo ius sanguinis chiaramente non facilita il processo d’integrazione, fondamentale nella società globale nella quale stiamo entrando. In questo modo, si rischia di acuire il conflitto sociale: dobbiamo intervenire prima, preparare il terreno ai cambiamenti in atto. Comunque sia, prima o poi sarà il ricevimento di una direttiva europea a orientare le politiche sulla cittadinanza.

Nella sua disamina, approfondisce aspetti più che mai attuali: dal ruolo della scuola e della sicurezza pubblica alla questione dello hijab e dei ruoli di genere. Un punto è chiaro: non possono che essere considerati collegati. Perché crede sia così importante continuare a parlarne, mantenendo viva l’attenzione e insistendo sulla ricerca di dialogo?

Il dialogo è la tesi che avanzo nel libro, cioè non politiche orientate ad integrare (o assimilare) qualcosa di “sbagliato” a qualcosa di “giusto”, ma politiche sociali per tutta la cittadinanza, quella maggioritaria che accoglie e quella minoritaria che migra: affinché queste interagiscano, si conoscano e collaborino verso il bene comune. Prendiamo la questione dell’Hijab: giudicando il velo secondo i nostri parametri culturali lo andremmo a condannare come sinonimo di subordinazione, ma quando si tratta di una scelta? Per questo è necessario confrontarsi, evitando di strumentalizzare differenze, posizioni e valori. Con il tempo, sono convinto seguirà anche un cambiamento di mentalità; la differenza di genere, laddove possa essere percepita più forte, tenderà a doversi riorientare.

Martina Facincani

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