Come interpretare le elezioni giapponesi

Domenica 22 ottobre 2017 il Giappone è andato al voto. La camera bassa è stata sciolta dal premier Abe Shinzo il 28 settembre, in anticipo rispetto alla conclusione naturale della legislatura, una scelta prettamente politica: il premier in carica, infatti, aveva i seggi necessari per governare, ma non per poter modificare la Costituzione del 1947 che non consente al paese di dotarsi di un esercito. 

Abe ha scommesso tutto, come la May in Gran Bretagna prima di lui, per rafforzare la sua posizione politica in Parlamento, dopo aver riaffermato la propria leadership all’interno del partito, i liberaldemocratici (LDP) in seguito alle elezioni di Tokyo. Un azzardo che ha funzionato perfettamente: non ha semplicemente vinto le elezioni, le ha stravinte.

L’LDP, infatti, non ha solo riconfermato la maggioranza alla camera bassa – il Giappone è una monarchia costituzionale con sistema bicamerale perfetto – ma si è anzi assicurato più di due terzi della stessa (ben 312 dei 465 seggi a disposizione), da dividersi con il partito alleato di coalizione Komeito, limite necessario per poter pensare di mettere mano alla Costituzione, imposta dagli statunitensi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa vittoria elettorale  è fondamentale per le politiche – interne ed esterne – del premier Abe.

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Risultati delle elezioni. Fonte qui.

L’intento del premier nipponico è infatti (ri)affermare il Giappone quale potenza geopolitica mondiale, aggiungendo lo strumento militare alle sue carte. Fino ad oggi, infatti, la Costituzione impediva la formazione di forze armate vere e proprie, limitando anche il numero delle forze paramilitari di difesa del Giappone, che era totalmente subaffittata al mantello statunitense, che nel paese del sol levante ha circa 40.000 effettivi distribuiti su 4 basi militari.

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Basi militari USA in Asia. Fonte qui.

La possibilità di un riarmo Giapponese è salutata con favore da Washington, dato che così potrebbe avere un nuovo alleato nello scacchiere del sud-est asiatico, in funzione anti-nordcoreana e anti-cinese. Ovviamente ciò è molto temuto invece da Pechino, che ha ancora in mente le brutali efferatezze compiute dal Giappone nella seconda guerra sino-giapponese tra il 1931 e il 1945.

La situazione asiatica, dunque, si sta scaldando molto.

La Corea del Nord agisce con la politica del “rischio incalcolabile”, testando sempre di più la capacita di non reazione della comunità internazionale: alcuni missili nordcoreani, per esempio, hanno sorvolato lo spazio aereo giapponese, persino continentale. Ciò ha giocato enormemente in favore di Abe, che ha agitato lo spettro della minaccia nucleare nordcoreana come leitmotiv per la modifica in stampo militarista della Costituzione, perno della campagna elettorale flash condotta tra il 10 ed il 22 di ottobre.

Anche la congiunzione tra il 19° congresso del Partito Comunista Cinese e le elezioni Giapponesi ha un impatto sull’assetto geostrategico nel sud est asiatico. Le due nazioni, infatti, hanno una disputa territoriale molto accesa per i diritti di estrazione delle risorse delle isole Senkaku/Diaoyu (a nord-est di Taiwan), oltre che un passato burrascoso.

Inoltre Abe sta compilando la sua agenda in ottica anti-cinese: dall’alleanza economico-militare con l’India di Narendra Modi fino all’avvicinamento alle Filippine di Rodrigo Duterte che pure con la Cina hanno un contenzioso per i confini marittimi nella mare della Cina meridionale. La mossa politica di Abe, atta a implementare il sistema di difesa,  spaventa quindi notevolmente i vertici cinesi, che potrebbero reagire con forza al riarmo nipponico.

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Dispute territoriali nel Mar Cinese meridionale. Fonte qui.

Oltre alla situazione esterna, la vittoria di Abe alle elezioni ha un enorme significato in politica interna. Nel giro di pochi mesi, Abe è passato dal minimo storico del suo mandato, raggiunto a seguito degli scandali per i finanziamenti a nome di sua moglie ad una scuola ultra nazionalista, ad una vittoria roboante, cementando il partito storico di maggioranza attorno alla sua figura, limitando i dissidi interni, e disperdendo le opposizioni, frantumate enormemente in svariati partitini – il tracollo del Partito Democratico pare non avere fine – che hanno visto la fine dell’ascesa dell’astro Yuriko Koike, sindaco di Tokyo.

Il suo potere adesso è enorme, e ha completamente le mani libere per poter confermare e rafforzare l’Abenomics, la sua politica economica, dei cui effetti avevamo già discusso, e poter finalmente mettere mano alle finora ritardate riforme strutturali, ovvero la terza freccia dell’Abenomics. L’obiettivo è continuare ad alzare il tasso di inflazione del sol levante mediante il Quantitative Easing della banca centrale e continuare con la spesa pubblica per eliminare la disoccupazione, al fine di risollevare l’economia nipponica, per tornare a competere con le industrie ruggenti di Cina ed India, anche in chiave geopolitica.

Come questo rafforzamento dei due uomini forti dell’Asia – Xi Jinping in Cina e Shinzo Abe in Giappone – si rifletterà in una rinnovata stagione geopolitica per l’intera regione, alle prese con svariati problemi interni ed esterni – l’eterna instabilità Nordcoreana, lo Jihadismo e la lotta violenta alla droga nelle Filippine, la questione dei Rohingya in Myanmar, il crescente attrito tra Pakistan ed India nel Kashmir, le Nuove Vie Della Seta promosse da Pechino, giusto per citarne alcune – solo il tempo potrà dircelo. Ma è evidente che ciò non sarà esente da conseguenze. E sicuramente i toni non si abbasseranno, se Abe spingerà veramente in una rimilitarizzazione del Giappone.

Alessandro Bombini

 

Nota a margine: il sistema elettorale giapponese per la camera bassa è misto proporzionale – maggioritario uninominale con una percentuale di 40-60, sostanzialmente analogo al sistema approvato da poco dal parlamento italiano, col nome informale di Rosatellum bis, che prevede percentuale analoghe ma invertite. Introdotto nel 1994, il sistema era stato pensato per consentire l’alternanza democratica tra maggioranza ed opposizione,  cosa avvenuta una sola volta – e con scarso successo – nel 2007, quando il partito Democratico del Giappone interruppe la decennale striscia di vittorie del LDP che durava dal 1948.


Fonte immagine di copertina: qui.

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