Mito della flessibilità e altre storie (di sfruttamento). Intervista a Marta Fana

Il volto della “signorina” Marta Fana, ricercatrice di Economia alla facoltà di Sciences Po di Parigi e giornalista, è divenuto noto ai più quest’estate per essere riuscita nell’ardua impresa di spegnere la risata compiaciuta del patrono di Eataly, Oscar Farinetti, durante un dibattito televisivo. Facendogli notare garbatamente quanto sia difficile per i lavoratori cooperare serenamente con aziende come la sua, fintantoché esse non inizino a pagarli. I dentoni finto-amichevoli di Farinetti, ospite di Bianca Berlinguer, si erano schiusi per minacciare querela a questa (a lui) ignota contestatrice, esemplare di giovane laureata ben poco grata della generosa offerta di lavoro che quotidianamente elargiscono imprenditori smart e dinamici come lui, in camicia bianca e jeans costosi. A rimarcare quanto poco siamo grati a chi distribuisce lavoro come fosse paghetta per il gelato, il 5 ottobre è uscito per Laterza Non è lavoro è sfruttamento, pamphlet per tutti gli addetti al lavoro – sottopagato, sfruttato, gratuito.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Marta Fana.

Nel tuo libro descrivi la fine del lavoro dipendente come una trappola per allodole tutta linguistica: si costruiscono solitudini eliminando dal discorso pubblico e dalla narrazione collettiva la classe operaia. Come si evade dalla solitudine creata dal capitale, considerando anche il sempre minor tempo che si può sottrarre al lavoro?

Quando ci riferiamo al lavoro dipendente bisogna guardare alla condizione reale del rapporto di lavoro e non a quella contrattuale: chi decide come, quanto e cosa produci, quali le scadenze ecc. Partendo da qui, è facile notare che la subordinazione rispetto al committente è sostanziale nella maggior parte dei casi. Tuttavia, negli ultimi decenni si è confuso il concetto di autonomia nel lavoro con quello di autonomia del lavoro, anche teoricamente a sinistra. Una svista che ha porto il fianco all’intento primordiale del capitale che ha spinto all’autoimprenditorialità e, di conseguenza, a spostare il rischio di impresa e costi di produzione a carico del lavoratore. Una mossa che inevitabilmente e ovviamente voleva dividere i lavoratori tra loro anche fisicamente, generando appunto le solitudini di cui parli. Per quanto riguarda invece la negazione di una classe operaia contemporanea questo tipo di frantumazione si accompagna anche a un diverso uso della parola, per cui gli operai trasfertisti diventavano piccoli imprenditori, gli operai anche cognitivi, i grafici esternalizzati o ormai collaboratori sono stati registrati come addetti dei servizi. Dalla solitudine si evade ricostruendo la materialità dei rapporti di lavoro, dal riconoscere chi sta sulla stessa barca e chi no, a prescindere dalla formalità dei rapporti di lavoro.

Chiamare “choosy” o “bamboccioni” una generazione in crisi di senso e sussistenza significa restituire una dimensione generazionale al dibattito sul lavoro? Se la narrazione dominante cerca di ridurre i giovani a una folla senza volto di laureati in “Scienze delle Merendine” poco inclini alla fatica e all’impegno, da dove ripartire per costruire una narrazione alternativa, che abbia peso e funga da collante?

Cominciamo col dire che siamo la generazione più istruita della storia d’italia e se le conoscenze non sono adeguatamente sviluppate, la causa è da rintracciare nel percorso di riforme che hanno discilinato tanto gli studenti quanto il sapere: mordi e fuggi, a crocette. E poi i giovani devono ricominciare a cercare senso nell’attività di lavoro e non lavoro, nella costruzione del nemico che li affama e mantiene in uno stato di vulnerabilità economica sociale e politica.

Cosa ha contribuito a edificare il mito automutilante del giovane imprenditore a partita Iva?

Quel lavaggio del cervello per cui l’individualismo è a monte di ogni cosa, di ogni sceta, di ogni sconfitta e di ogni successo. In questo modo è stato stravolto, dalla Tatcher in poi, il concetto di società e delle determinanti socio economiche. A questa retorica si aggiunge quanto dicevo sopra sull’autonomia: i giovani collaboratori hanno creduto che la liberazione del lavoro avrebbe potuto essere raggiunta con un cambio formale del contratto di lavoro, credendo allo stesso tempo che essere imprenditori di noi stessi avrebbe consentito un arricchimento personale tale da ottenere una mobilità sociale. Perché fare il dipendente era ormai uno stigma, denigrante.

Considerando le diffuse politiche di austerity, si può parlare di un ruolo di questa Unione Europea nella distruzione di anni di lotte per i diritti e conquiste sindacali?

Certo, l’attuale assetto istituzionale della UE è rappresentativo degli interessi dominanti, ovvero quelli del capitale, e quindi supporta la competitività piuttosto che il progresso sociale.

Una conseguenza di questa disastrosa situazione socio-economica sembra essere l’incapacità di fondo di distinguere fra utilità e senso e di apprezzare quest’ultimo: la cultura non ha più valore in sé per sé, ma è qualcosa che deve necessariamente fruttare una deriva pratica, lavorativa. Cosa ne pensi?

Che la situazione non è certo delle migliori. La denigrazione della cultura intesa come conoscenza, sapere, e quindi strumento democratico è stata piegata alla sua funzionalità al mercato. Non a caso tutte le riforme scolastiche vanno in questa direzione. Ovviamente il cambio di rotta è necessario per ribaltare questo stato di cose e la questione dirimente è come fare affinché ciò avvenga.

Da dove deriva il mito della flessibilità e perché ha avuto queste conseguenze?

Il mito della flessibilità deriva dalla teoria neoclassica per cui maggiore flessibilità per le aziende (di disporre a loro piacimento dei lavoratori, di assumere e licenziare nella forma che vogliono) avrebbe generato crescita e benessere. Ma ciò implica anche in questa teoria che le tutele, i salari e il potere negoziale dei lavoratori deve oscillare a seconda dell’unico interesse aziendale: il profitto. Le conseguenze sono già dentro il modello di riferimento: abbassare i salari e rendere più ricattabili i lavoratori quando i profitti lo necessitano. Ovviamente a monte di questa teoria c’è l’assunzione che il lavoratore accetta liberamente queste condizioni ed è nella stessa condizione di forza dell’imprenditore, cosa ovviamente non vera.

Cosa pensi del lavoro a cottimo, considerando quello che avviene nei call-center, il caso Foodora, le vendite porta a porta?

Penso che sia il ritorno alla barbarie.

Sofia Torre

Fonte immagine di copertina: Twitter Marta Fana (@martafana)

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