Davvero spiegate bene, queste presidenziali

Hillary Clinton è la seconda candidata presidente meno popolare della storia politica americana. Il primo? Donald Trump.
Eppure, le elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 8 novembre appassionano.
Lo testimonia la sala gremita, ieri a Bologna, per “Usa 2016. Le elezioni americane, spiegate bene”, il fortunato format che da mesi Francesco Costa, Giovanni Diamanti e Lorenzo Pregliasco portano in giro per l’Italia.

Gli ingredienti sembrano esserci tutti.
C’è Francesco Costa, vicedirettore de Il Post e fine conoscitore della politica americana: alle presidenziali 2016 ha dedicato un podcast, una newsletter ed una trasmissione televisiva, La Casa Bianca, in onda su Rai 3 la domenica in seconda serata. Ci sono Giovanni Diamanti e Lorenzo Pregliasco, consulenti politici ed esperti di campagne elettorali, co-fondatori di Quorum e YouTrend.

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Diamanti, Costa e Pregliasco in una precedente presentazione.

Ci son0 le elezioni americane, il più grande, costoso e controverso show politico del mondo.
E soprattutto ci sono Donald e Hillary.
The Donald è il miliardario che ha dato il proprio nome a tutto, dalle bistecche ai casinò, da una compagnia aerea ad un’università fasulla; tre mogli, protagonista del gossip, volto televisivo del reality The Apprentice, scheggia impazzita di un partito repubblicano radicalizzato.
“Crooked” Hillary è il candidato più qualificato di sempre: first lady per due mandati, senatrice di New York all’epoca dell’attentato alle Torri gemelle, due volte candidata alle primarie, Segretario di stato. Se l’establishment tanto odiato ha un volto, quel volto è il suo.
Si dice che entrambi sarebbero spazzati via da qualsiasi avversario “presentabile”. Allo stato attuale delle cose, però, il maggior punto di forza di ognuno sembra essere il rivale stesso, innescando così una dinamica inedita per cui due candidature deboli si giustificano e sostengono vicendevolmente. Nonostante le ben poco entusiasmanti premesse, chiunque vincerà sarà un inedito: la prima donna presidente, o il primo outsider della politica alla Casa Bianca.

Chi vincerà, quindi? Una domanda inevitabile, a meno di un mese dal voto, rispetto alla quale i relatori non vogliono sbilanciarsi troppoalmeno on the records – ma i sondaggi e l’inerzia della campagna elettorale sembrano ormai gridare il nome di Hillary.
In media, la candidata democratica gode di sei punti di vantaggio nei sondaggi: un distacco che nessuno ha mai colmato in un mese di tempo, ed è difficile pensare che il primo possa essere un Trump travolto dalle polemiche per le frasi sessiste, scaricato da mezzo partito, largamente minoritario quanto a volontari e comitati sul territorio, e mai in grado, persino nei momenti migliori, di sfondare il tetto del 45%.

Ma non per questo mancano i motivi di interesse, né mancheranno da qui al giorno delle urne. Tra i tanti affrontati da Costa, Diamanti e Pregliasco, i dibattiti e gli spot pubblicitari.

I dibattiti presidenziali sono snodi cruciali delle campagne elettorali americane, sono istituzionalizzati e si svolgono secondo format e regole precisi: tre duelli tra i candidati presidente (di cui uno nel format del town hall meeting) ed uno tra i candidati vicepresidente.
Cosa attendersi dai dibattiti? Giovanni Diamanti ha fornito tre avvertenze in merito.
Primo: alla vigilia degli scontri strategia vuole che ogni staff si prodighi nel dimostrare le eccellenti abilità oratorie dell’avversario, per far ricadere sul concorrente il peso del pronostico e mantenere basse le aspettative sul proprio candidato.
D’altronde, se da un candidato ti attendi una prestazione mediocre, qualunque performance appena sufficiente risulterà una vittoria; al contrario, il favorito della vigilia pagherà cara ogni sbavatura. Quando, ad esempio, nel 2008 Sarah Palin riuscì a non combinare disastri nel dibattito che la vedeva opposta a Joe Biden, immediatamente si parlò di una sua vittoria.
Secondo: in base all’andamento della propria campagna, un candidato sceglierà sempre a chi parlare. Nel recente e penultimo confronto, Donald Trump si è visto costretto ad infiammare ulteriormente i toni delle accuse nei confronti della rivale, per polarizzare la sfida e motivare “i suoi”, nonostante gli scandali e le divisioni del Great Old Party.
Terzo: nei dibattiti è più facile perdere voti che conquistarli. Tra i tanti casi di gaffe esilaranti e storici crolli mostrati dai relatori, sveliamo soltanto l’epopea di Rick Perry, ex governatore del Texas, ultraconservatore, creazionista, anti-abortista.

Candidatosi alle primarie repubblicane del 2012, giunge al confronto televisivo tra gli esponenti repubblicani in netto vantaggio sui contendenti (tra cui Mitt Romney).
Poi accade questo.

Un esilarante, per quanto umano, vuoto di memoria e la carriera politica di Perry finisce.
Si ritirerà dalle primarie 2012 poco dopo.
Ricandidatosi nel 2016, si ritirerà nuovamente ancor prima dell’inizio dei caucus, irrisorio qual’era il consenso di cui godeva. Ora, mentre Donald Trump si gioca la Casa Bianca, Rick Perry è concorrente di Dancing With The Stars.

Costa, Diamanti e Pregliasco hanno poi sottoposto al folto pubblico gli spot più significativi della campagna elettorale in corso, alternati ad alcuni classici.
Il più bello? Forse questo, di Bernie Sanders, sulle note di “America” di Paul Simon.

Noterete però la pressoché totale assenza di afroamericani o ispanici: una raffigurazione plastica della principale debolezza alla base della sconfitta del Senatore del Vermont alle primarie democratiche, tanto che in occasione della Convention di partito lo spot è stato riproposto opportunamente assemblato per dare giusta visibilità alle minoranze.

Quasi cinematografico quello di Hillary Clinton. Sembra il trailer degli Avengers della Marvel.

Elizabeth Warren, Joe Biden, Bernie Sanders, Barack e Michelle Obama: i big democratici, i più apprezzati dalla base, si mobilitano per far digerire la candidatura della ex first lady. Il messaggio di fondo è semplice: “Don’t screw this up!”.
In altri termini, “Non fate cazzate”.
Ed infine, uno spot di Donald Trump. Quindici secondi di pura follia, tanto che Pregliasco deve affrettarsi a garantire che non si tratta di satira.

Satira che peraltro non è mancata, ieri sera – godetevi ad esempio questa rivisitazione del primo dibattito Clinton – Trump trasmessa dal Saturday Night Live.

Dopo numerose domande degli astanti e i conclusivi consigli di lettura, la serata organizzata da Rete degli Universitari è giunta al termine. E così termina anche questo articolo, per metà recensione, per metà tema di prima media – con una consegna del tipo “Racconta cosa ti è successo ieri sera”.
Non possiamo esimerci tuttavia dal complimentarmi con Francesco Costa, Giovanni Diamanti e Lorenzo Pregliasco per la divulgazione puntuale e leggera allo stesso tempo, e per un format accattivante che dimostra – se proprio vogliamo trovare una morale a questo pezzo – che la politica può ancora interessare, e pure tanto. Basta saperla raccontare, con passione, competenza e ironia.

Andrea Zoboli

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