Se l’integrazione passa (anche) attraverso un conto corrente

Immaginate di dovervi trasferire in un altro paese, per facilità d’esempio diciamo all’interno dell’Unione Europea. Stando alle ultime statistiche qualcuno di voi lettori potrebbe averlo già fatto. Pensate quindi alle vostre priorità, alle faccende da sbrigare assolutamente “nella prima settimana”. Sicuramente in cima alla lista ci sono cose come “trovare una casa e fare il trasloco”, “trovare i servizi essenziali a portata di mano”, “capire il sistema di trasporti locale” e così via. Se vi siete trasferiti per lavoro, una di queste priorità, magari non la primissima, ma diciamo che nell’ipotetica prima settimana sarebbe al “giovedì mattina presto”, è quella di aprire un conto in banca: su questo conto il vostro datore di lavoro verserà il vostro sudato stipendio, e voi d’altro lato potrete pagare bollette, servizi e tasse. Pensiamoci: cosa significa aprire un conto corrente? In parole povere, significa entrare a far parte del sistema economico della società in cui avete scelto di vivere, dove sarete d’ora in poi legalmente riconosciuti, con i diritti e i doveri conseguenti. È il primo gesto concreto verso l’integrazione.

Non tutti quelli che si muovono però hanno la possibilità di aprire con facilità un conto corrente. Anzi, per molti è un vero percorso ad ostacoli o è addirittura impossibile. Senza troppe sorprese, la categoria più esposta a questo tipo di problemi è quella degli individui sotto protezione internazionale o in attesa di riceverla. Molti potrebbero storcere il naso di fronte alla questione (sic!). Del resto, “cosa se ne fa un rifugiato di un conto corrente? Ha lo status giuridico per aprirne uno?”.

Urge quindi un chiarimento. L’ordinamento italiano prevede diversi titoli di soggiorno per stranieri che consentono l’attività lavorativa. Tra questi spiccano il permesso di soggiorno per asilo politico, il permesso per protezione umanitaria, quello per protezione sussidiaria e anche il permesso di soggiorno per richiesta di asilo politico. Quindi sì, una persona in cerca di protezione in Italia, o una che l’ha appena trovata, può lavorarvi legalmente e quindi ha tutto il diritto di accedere ai servizi bancari. Addirittura la normativa in tema è stata allargata: in virtù del recepimento della normativa europea 2013/33, un richiedente asilo può cominciare a lavorare sul territorio italiano dopo sessanta giorni dall’inoltro della domanda, e non più dopo sei mesi. Considerando quindi che i tempi di valutazione di una domanda di asilo si aggirano in media attorno ai 12 mesi, la possibilità di usufruire di un sistema legale di pagamento e di trasferimento di denaro diventa fondamentale. L’alternativa è quella di entrare sin da subito nel sistema dell’economia informale, sparendo dai radar ufficiali, senza alcuna tutela, con servizi non professionali e costi probabilmente più alti. Decisamente non il migliore inizio verso un percorso di integrazione.

Molte banche però non sembrano interessate ad aprirsi verso questa fascia di potenziali clienti, o più in generale verso il mondo dei migranti. Solo chi ha un permesso di soggiorno per motivi di lavoro sembra avere vita più facile. Gli altri sono in gran parte considerati clienti inaffidabili, vista la loro situazione reddituale, il loro status giuridico “non consueto” e l’elevata possibilità che cambino residenza e/o paese. Il problema delle valutazioni fatte dalle banche sui potenziali clienti delle fasce più deboli, con la conseguente difficoltà di aprire un conto corrente, non riguarda solo i migranti: si calcola che ad oggi nell’Unione Europea circa 58 milioni di persone non abbiano accesso ai servizi bancari di base. Ecco quindi aprirsi una voragine, con un’intera galassia di persone legalmente residenti in Europa ma ai margini del sistema economico.

Fortunatamente le cose stanno lentamente cominciando a muoversi. Diversi istituti bancari stanno proponendo prodotti mirati alla clientela proveniente da altri paesi. Anche a livello legislativo la situazione ha già cominciato a cambiare. Dal 2014 esiste infatti una direttiva europea  che facilita l’accesso ai conti correnti di base per tutti gli individui legalmente residenti nell’Unione Europea, compresi quindi i richiedenti asilo e i senza fissa dimora, come specificato all’articolo 2. La logica dietro questa direttiva risiede nella volontà di rendere più inclusivo ed uniforme il mercato bancario unico europeo. Il Parlamento italiano avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 18 settembre 2016, cosa non avvenuta, ma il Governo è stato delegato al recepimento con apposita legge, per cui i tempi di attesa non dovrebbero essere infiniti. Il punto più interessante della direttiva riguarda il margine di manovra lasciato agli stati membri, che possono adottare norme più severe per costringere le banche a offrire i propri servizi di base a prezzi inferiori alle fasce sociali più svantaggiate.

Logicamente, è inutile farsi troppe illusioni. L’idea che un governo possa forzare le banche ad offrire i propri servizi di base gratuitamente alle fasce della popolazione più vulnerabili è destinata a rimanere un sogno. Tuttavia il fatto che siano stati mossi i primi passi in questa direzione è importante. Come tutti gli strumenti inventati dall’uomo, la finanza è moralmente neutra: ciò che conta è come la si usa. Il più delle volte è utilizzata come mezzo di speculazione, ma sono molte le occasioni in cui può migliorare le condizioni di vita delle persone. Il trucco è far sì che le seconde superino le prime.

Roberto Mantero

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4 pensieri su “Se l’integrazione passa (anche) attraverso un conto corrente

  1. Gentile Roberto,
    Grazie del tuo articolo. Un giovane Richiedente Asilo mi ha chiesto aiuto perché vorrebbe aprire un conto corrente per mettere via un pò di soldi e per poter ricevere un pò di denaro da suo zio che risiede all’estero. Sei a conoscenza di qualche banca italiana seria che offre questo servizio? Grazie! R.B. di Vicenza

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    1. Gentile R.B,

      Grazie per la tua domanda. Ad oggi, esistono diverse banche, grandi istituti ma anche banche di credito cooperativo, che offrono conti correnti di base accessibili a tutti. Un’alternativa sono sicuramente le Poste Italiane.

      Purtroppo, nonostante la normativa europea, non è detto che il profilo della persona che ti ha chiesto aiuto venga riconosciuto come idoneo, perché la condizione di richiedente asilo è percepita come estremamente precaria e quindi “a rischio”; molto dipende poi dal profilo individuale della persona. Non conoscendo bene la situazione veneta, il mio consiglio è quello di recarsi in filiale (di grandi istituti, di banche di credito cooperativo, delle Poste), spiegare la situazione alla luce della normativa europea e vedere quali servizi offre l’istituto in questione. Questa fase di ricerca potrebbe richiedere purtroppo un po’ di tempo e fatica, anche se la situazione nel suo complesso va migliorando.

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