Bob Dylan: un Nobel rubato?

La cronaca è nota a tutti: il cantante e autore Bob Dylan ha vinto (e, ad oggi 14 ottobre, non ha ancora accettato né rifiutato) il premio Nobel per la Letteratura. Si sono sollevate polemiche riguardo la pertinenza di questo premio, più che sul valore di artista di Dylan. I temi chiamati in causa sono tanti e alcuni rappresentanti della nostra redazione culturale hanno pensato bene di affrontare quattro domande che gravitano attorno a questa notizia. Tanto per dare un saggio del clima che si respira, lo scrittore Irvine Welsh ha dichiarato: “Sono un fan di Dylan, ma questo è un premio nostalgia mal concepito strappato dalla prostata rancida di vecchi hippies balbettanti”.

Vedere Dylan fare parte di una lista in cui figurano anche Sartre, Yeats, Szymborska, Garcia Marquez, Montale, Neruda, Beckett, Camus, Bertrand Russell, Pirandello, ecc. fa quantomeno alzare un sopracciglio. La domanda, neutra, che si pone è: l’Accademia di Svezia ci sta dicendo che la barriera tra cultura pop e cultura alta è stata definitivamente abbattuta?

Guglielmo De Monte: Non so se ce lo stia dicendo, ma sarebbe anche ora. Intendiamoci, non credo che la cultura pop abbia bisogno di una legittimazione accademica di qualunque tipo, ma è inevitabile che questa legittimazione arrivi, dato l’impatto che ha avuto in passato e quello (minore ma sempre rilevante) che ha ora. Bob Dylan è allievo ideale di diversi dei nomi citati, Yeats, Beckett e Camus, ma anche T.S. Eliot e Ezra Pound e la loro poetica sono parte integrante dello stile di Dylan della maturità sia degli anni dalla metà dei ’60 ai tardi ’70 che di quelli dalla metà dei ’90 ai tardi ’00, e questo Nobel è un riconoscimento più che meritato.

Matteo Cutrì: In ambito accademico ci si sfascia la testa da decenni su un unico, grande, interrogativo: che cos’è la letteratura? Il confine tra letteratura e altre discipline si fa sempre più labile ed esistono opere – cinematografiche, musicali, fumettistiche – non prettamente testuali dal valore letterario. Appare, dunque, motivato dare un premio a opere di sicuro impatto sul mondo ma, magari, avrebbe ancor più senso dare il Nobel alla letteratura a uno scrittore che abbia contribuito ad allontanare questa disciplina dal baratro dell’indistinto. Posso interpretare questo premio a Bob Dylan come il massimo riconoscimento a un cantautore – del resto spesso definito anche come “poeta” – che ha scritto opere con dignità letteraria ma, per quel che mi riguarda, non è letteratura.

Filippo Batisti:In giro ho visto commentare cose come “ma se è vent’anni che Dylan viene studiato e insegnato all’Università!”. E qui mi vengono almeno due considerazioni da fare. Primo, sì, ma in quali corsi? Cose di massmediologia, cosa di DAMS o di letteratura inglese? Secondo, anche se fosse quest’ultimo caso io dubito che qualsiasi professore paragoni realmente Dylan a Yeats o a Wilde o a Shakespeare. Sarà un modo per rendere l’insegnamento più leggero e “sexy” per gli studenti. Anch’io ho seguito un corso di filosofia del linguaggio su Humpty Dumpty, personaggio di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma non è che per questo Lewis Carroll (che pure era matematico e logico) è stato paragonato a Gottlob Frege.

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A prescindere dal Dylan, la prosa e la poesia intese canonicamente, pur nelle loro diverse forme, possono essere equiparabili l’una all’altra? In sintesi: un testo nato per essere fruito insieme alla musica è separabile da essa in ottica valutativa?

De Monte: Non deve necessariamente esserne separato per essere valutato. Un testo letterario è tale indipendentemente dalla forma con cui viene presentato. Tecnicamente un film (o un’opera teatrale) è sempre letteratura, perché la sceneggiatura è scritta, solo che è letteratura filmata (o inscenata) e non stampata. Tornando a Dylan, nel suo caso la musica è solo un veicolo per i testi. Ovviamente c’è un minimo di ricerca anche in quella, ma le storie che racconta con le parole sono di gran lunga più importanti.

Cutrì: La risposta non è semplice. Credo che, per quanto il testo di una canzone sia metricamente ben costruito, non si possa considerare la melodia un puro accessorio: un brano musicale è formato da parola e musica; tuttavia, una contingenza storica o una scelta a monte degli autori, al momento della creazione, può darci la possibilità di valutare il solo testo o la sola melodia. La poesia greca, ad esempio, era concepita per essere accompagnata dalla musica; la perfezione formale di queste opere ci consente, però, di apprezzarle anche in mancanza della musica, perduta.

Filippo Batisti: questa domanda mi mette in difficoltà. Di base, sosterrei che la musica non può e non deve essere separata dal testo. Ma la verità è che tutto dipende da come l’autore concepisce la propria canzone. C’è chi come il primo Michael Stipe ragiona esclusivamente per fonetica, facendo una cosa al limite della metapoesia (pur ottenendo risultati quantomeno evocativi nonostante la completa assenza di senso) e chi scrive parole che in un momento successivo letteralmente appiccica alla musica. È un po’ un’operazione di reverse engeneering lo staccare il testo da una canzone, ma questo non significa che non sia possibile farlo.

Si dirà, “ma le canzoni di Dylan hanno cambiato la vita a tante persone”. Plausibile, ma è l’unico ad averlo fatto? E in che modo si misura il cambiare la vita nella musica e nella letteratura? Chi ispira movimenti politici o chi consola più cuori infranti o che altro? 

De Monte: Naturalmente il cambiare la vita alle persone non è misurabile, ma qui si entra in ragionamenti da tifoseria calcistica. La letteratura tocca talmente tanti ambiti che è difficile scegliere un autore solo ogni anno (e ovviamente non si possono identificare tutti questi ambiti e premiare un autore per ognuno), e quell’unico non sarà sicuramente rappresentativo della letteratura tutta.

Cutrì: Consideriamo il caso di Blowin’ in the Wind: la canzone è diventata l’inno delle generazioni americane disilluse dalla politica guerrafondaia a stelle e strisce, il suo successo però non è legato all’essere il primo testo a trattare certi argomenti – c’erano un Ginsberg o un Kerouac, tanto per dirne due – quanto alla semplicità di linguaggio, quello di una canzone, che ha una diffusione molto più capillare di quella della letteratura. Le canzoni parlano alle masse, la letteratura è un atto intimo e individuale.

Ammettiamo che la categoria “cantanti e autori musicali” sia legittimamente ammessa ai candidati al Nobel per la Letteratura. Ma, ad oggi, Dylan rimane la persona che se lo meritava di più, tra i colleghi?

De Monte: Sì. Parlando di musica popolare contemporanea (“pop” dai Beach Boys ai Dimmu Borgir), se c’è stato un autore che ha raggiunto le medesime vette dei grandi della letteratura (nel senso tradizionale) con i suoi testi è stato Dylan. Molti hanno avuto carriere meno discontinue (la fase gospel – che esiste – di Bob è oggettivamente inascoltabile) o sono rimasti sulla cresta dell’onda per più tempo, ma i momenti più alti di Bob sono i più alti di tutta la musica pop.

Cutrì: Facciamo una categoria a parte per i musicisti (e diamo il premio a Guccini) e il premio per la letteratura lo diamo a Philip Roth. Beccati questa, Bob.

Batisti: Ammettendo che non conosco nel dettaglio l’opera del Dylan, escludendo i grandi classici, questa gallery che racchiude “le liriche immortali” mi ha lasciato un po’ a bocca asciutta. Certo, non è un’antologia vera e propria, ma avrei due controproposte, per restare nel mondo musicale english-speaking. Leonard Cohen e Nick Cave. Entrambi si sono misurati con la poesia e la prosa al di fuori dell’attività musicale. Cohen, per dire, cominciò a fare musica per pagarsi le bollette (e la droga), prima faceva solamente il poeta. Cave ha pubblicato diversi romanzi, molto diversi gli uni dagli altri. Ad ogni modo, entrambi sono riconosciuti da un pubblico non certo piccolo come due grandi penne (Nick Cave viene affettuosamente soprannominato King Ink, Re Inchiostro) e la sensibilità di entrambi ha peraltro delle affinità col Dylan, se parliamo di influenze ebraiche (Cohen) o di forte immaginario religioso applicato ad altre situazioni (Cave). Se quest’ultimo ha il difetto di essere più giovane di Dylan e quindi di risultare un candidato meno plausibile, Cohen è pressoché un contemporaneo – tanto da essere apprezzatissimo dallo stesso Bob come si apprende in questo meraviglioso long read del New Yorker. D’accordo, nessuno dei due ha avuto la valenza politica di Dylan (Cave perché troppo giovane e maledetto, Cohen perché non gliene fregava un accidente) e quindi sono forse meno importanti nella storia del mondo moderno in quanto non hanno mosso le masse – le stesse masse che sputarono addosso a Dylan quando si presentò sul palco con una chitarra elettrica, tanto per capirci. Ma restando sui testi,  l’acuta introspezione nei meandri oscuri e meno oscuri dell’animo umano e, per giunta, la grande versatilità di Nick Cave nello scrivere penso non abbiano davvero nulla da invidiare alle liriche di Dylan. Quanto a Cohen, l’incipit di Anthem ha un che di montaliano (non a caso premio Nobel!), se posso permettermi l’accostamento: Ring the bells that still can ring/Forget your perfect offering/There is a crack in everything/That’s how the light gets in.  E su Hallelujah, nonostante la progressione armonica abbia il suo grandissimo perché nell’economia emotiva del brano, non penso neppure che sia necessario tornare, se non per ricordare che Cohen produsse 80 diverse strofe prima di scegliere quei 6 della versione finale.
poeta?

Filippo Batisti (@disorderlinesss)
Gugliemo De Monte (@BufoHypnoticus)
Matteo Cutrì (@Sbronzon)

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