L’Old Christians Rugby Club sulle Ande nel 1972

Il 13 ottobre del 1972 si schianta sulle Ande un aereo uruguayano. Su quel volo viaggia l’intera squadra di rugby degli Old Christians Club, una delle più titolate dell’Uruguay, pronta ad affrontare una gara in Cile, con staff e familiari. Torneranno a casa in sedici, dopo più di due mesi vissuti tra le montagne, senza essere raggiunti dai soccorsi. E per vivere, i sopravvissuti mangiarono i loro compagni morti. Questa è la loro storia.

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L’aereo è un velivolo dell’aviazione uruguaja, affittato per voli privati per aumentare le entrate delle forze armate. A bordo, oltre ai giocatori, ci sono anche i dirigenti, gli allenatori e le famiglie. In più l’unico posto lasciato libero è stato occupato da una donna, Graciela Mariani, diretta a Santiago per il matrimonio della figlia.

Quando l’aereo non è lontano dalle Ande, però, il maltempo costringe i due piloti ad atterrare a Mendoza, in Argentina, ed i passeggeri devono passare lì la notte. Al mattino dopo la situazione non è migliorata. Ma loro sono costretti a ripartire dalle leggi argentine, che impediscono ad un velivolo militare straniero di sostare per più di 24 ore. La scelta è tra tornare a Montevideo o attraversare la catena andina attraverso un passo, dato che l’aereo non è abbastanza performante da salire in quota e lasciarsi al di sotto le vette innevate. Proprio in quel momento arrivano dei piloti cileni, che consigliano gli uruguayani su che strada prendere, rassicurandoli sull’effettiva percorribilità. Tutti a bordo. Si parte.

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Verso sud, poi virata a ovest attraverso il passo andino di Planchon fino all’abitato di Curicò, e poi verso nord, verso Santiago. La visibilità è nulla, le uniche indicazioni possibili sono quelle stimate, in base alle distanze e alle velocità del vento e dell’aereo. Fino all’imbocco del passo, tutto bene. Il copilota, in quel momento ai comandi, comunica con la torre di controllo più vicina di essere ad 11 minuti da Curicò, stima già di per sé ottimistica. Ma solo tre minuti dopo avvisa di trovarsi al di sopra del paesino cileno, e di aver cominciato la discesa e la virata. Quando l’aereo gira il muso verso nord, si trova esattamente a metà del passo.

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La manovra di discesa porta l’aereo al di sotto delle nuvole. E quando il velivolo emerge sotto la coltre di nubi, grigia e gravida di neve, intorno a lui c’è solo roccia. Il pilota cerca immediatamente di salire nuovamente di quota, ma l’ala destra centra la cima di una montagna, a 4.200 metri, spezzandosi. L’elica impazzita entra ed esce dalla carlinga, mentre l’ala taglia di netto la coda dell’aereo, che si stacca, portando con se nel vuoto Ramon Martinez e Ovidio Ramirez, due membri dell’equipaggio, e Gaston Costemalle, Alexis Houniè, Guido Magri e Daniel Shaw, giocatori dell’Old Christians.

I resti dell’aereo precipitarono su un pendio innevato, a quota 3657 metri. Nel momento dell’impatto, morirono Eugenia Parrado, madre di un giocatore, ed i coniugi Nicola. Fernando Vazquez era stato colpito dall’elica che aveva attraversato la carlinga, e morì poco dopo. Nello schianto era morto anche il pilota, Julio Ferradas.

Carlos Valeta era stato sbalzato via, si trovava sull’ultimo sedile prima dell’enorme squarcio al posto della coda. Risollevandosi dalla neve miracolosamente illeso, vide il relitto dell’aereo alcune centinaia di metri più in basso lungo il pendio, e cominciò a correre. Perse l’equilibrio e scivolò, superando i resti dell’aereo ed i suoi impotenti compagni di squadra e cadde nel dirupo sottostante.

Quando l’aereo finalmente si fermò e la neve si posò di nuovo a terra, delle 45 persone che fino a qualche istante prima viaggiavano a bordo del velivolo, 12 erano morte. Altre cinque morirono nel corso della notte. Tra questi, anche Graciela Mariani ed il copilota Dante Laguraga, che confermò ai passeggeri sopravvissuti che dovevano aver superato Curicò. In realtà erano ancora in territorio argentino. I superstiti portarono i feriti, di cui molti avevano le gambe rotte, all’interno dei rottami, bloccando lo squarcio posteriore con delle valigie. Gustavo Zerbino e Roberto Canessa studiavano Medicina all’Università, e cercarono per quanto potevano di praticare le prime cure ai feriti. Proprio loro giudicarono come morente Nando Parrado, loro compagno di squadra, lasciandolo sul suo sedile in fondo all’aereo, nella parte più fredda. Ma Parrado al mattino dopo era ancora vivo, e venne aiutato dai suoi compagni.

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Il comando venne subito preso dal capitano della squadra, Marcelo Perez, che con l’aiuto dell’equipaggio sopravvissuto raccolse tutte le poche provviste rimaste tra i rottami e divise i compiti, tra chi aiutava i feriti, chi di fatto puliva e teneva ordinata la carcassa dell’aereo e chi cercava di ottenere acqua potabile dalla neve circostante. I sopravvissuti hanno poi raccontato che i loro pasti, nei primi giorni, consistevano in un sorso di vino ed un quadretto di cioccolata. Il tutto per mantenere tutti vivi in attesa dei soccorsi. Soccorsi che mai arrivarono.

Perchè il maltempo continuò ad imperversare sulla zona, rendendo difficili i soccorsi che in ogni caso stavano cercando in una zona vastissima. L’ultima comunicazione con la torre di controllo aveva certificato il passaggio dell’aereo su Curicò, ma gli investigatori capirono che si trattava di un errore di stima del pilota, ma per questo non avevano indizi su dove potessero essere i resti. In ogni caso, dopo una settimana di ricerche, tutti i dispersi vennero dichiarati morti ed i soccorritori smisero di cercare.

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Alcuni parenti non si diedero per vinti. Mentre alcuni organizzavano voli privati per continuare le ricerche, un’anziana donna contattò l’astrologo Boris Cristoff, che la indirizzò verso l’olandese Gerard Croiset, secondo lui il miglior chiaroveggente del mondo. Croiset però in quel momento si trovava in ospedale, quindi ci si rivolse al figlio, Gerard Junior. Che disse di aver visto l’aereo precipitare non lontano dal passo di Planchon, con il muso schiacciato e senza ali. Di aver visto che all’aeroporto di partenza c’erano stati dei problemi con i passaporti, e che l’incidente era avvenuto quando alla guida non c’era il pilota. Tutte cose vere. Ma poi cambiò versione così tante volte che non gli venne più dato credito, e solo dopo si scoprì che aveva ragione.

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Intanto, sull’aereo i superstiti erano riusciti a far funzionare una radio di bordo, che poteva ricevere ma non inviare. E così scoprirono di essere rimasti soli. Nessuno li stava più cercando. E circa nello stesso momento, finirono le scorte.

Che fare? Probabilmente l’unica scelta possibile, per continuare a vivere. Per aggrapparsi a quell’ultima flebile speranza. I superstiti cominciarono a nutrirsi dei cadaveri dei passeggeri meno fortunati. Non tutti vi riuscirono da subito. Ma poco a poco ci si dovette adattare alla nuova realtà, all’unico modo per sopravvivere. Chi non si adegua muore, e diventa sostentamento per i vivi.

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Dopo due settimane di sopravvivenza nel relitto, nella notte del 29 ottobre, una valanga colpisce il ricovero. Altri otto morirono, sepolti dalla neve, tra cui anche il capitano Perez. L’unico a non essere travolto e con la possibilità di camminare fu Roy Harley, che cominciò a scavare per cercare superstiti. L’ultimo ad essere estratto vivo dalla neve fu Nando Parrado, che da quel momento ebbe la convizione di essere un miracolato. Per ben due volte su quella montagna era scampato alla morte, al contrario di sua madre, sua sorella, e tanti altri compagni.

Per quattro giorni i pochi sopravvissuti furono costretti a restare bloccati all’interno della carlinga, senza poter uscire. Poi riuscirono a scavarsi una via, e poco a poco a rendere nuovamente abitabile il rottame. Fu chiara a tutti la necessità di cercare di salvarsi da soli, raggiungendo valle. Ma le informazioni che loro avevano li portavano a pensare di essere sul versante cileno delle Ande, e che quindi avrebbero dovuto andare verso ovest. In realtà però la valle digradava ad oriente. La prima spedizione partì il 15 novembre, riuscendo a trovare casualmente la coda dell’aereo. All’interno trovarono delle batterie, con cui cercarono inutilmente di far funzionare la radio di bordo, ed una macchina fotografica. Alcune fotografie che vedete in questo articolo vengono da quel rullino. Ma negli “esploratori” si fece sempre più largo l’impressione che stessero andando dalla parte sbagliata, e che verso oriente si sarebbero incuneati sempre più sulle montagne.

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Il disgelo rese ancor più difficile la sopravvivenza del gruppo, che infatti contò molte perdite. I corpi di chi era morto nell’impatto erano stati sepolti dalla valanga, mentre gli altri cominciavano a marcire sotto il sole estivo. Il 12 dicembre, Parrado e Canessa, diventati i comandanti del gruppo e tra quelli più in forma, decisero di partire verso ovest, convinti di trovare la valle solo dopo una breve salita. In realtà l’altimetro che consultarono per prendere questa decisione, quello di bordo, era rotto, e segnava una quota di poco superiore ai 2000 metri, mentre loro si trovavano oltre un chilometro più su. E la breve salita significava raggiungere i 4600 metri, cosa che i due fecero in tre giorni. Lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi non era quello sperato. Quella non era l’ultima cima prima del Cile. Era una delle vette che segna lo spartiacque. Erano circondati da montagne.

Camminarono in quella direzione per sette giorni, prima di scendere a valle, dormendo abbracciati in un sacco a pelo costruito con il materiale isolante dell’aereo. Riuscirono ad individuare delle mucche al pascolo, ed entrarono in contatto con Sergio Catalan, un mandriano. E pochi giorni dopo, il 23 dicembre, a 70 giorni dallo schianto, i superstiti vennero salvati.

Di 45 passeggeri, 16 sopravvissero. Tranne uno, nessuno aveva più di 25 anni, alcuni meno di 20, e nessuna delle donne partite quel 13 ottobre sopravvisse. Molti di loro non avevano mai visto una montagna così alta, la maggior parte non aveva mai scalato. Alcuni dei superstiti tornarono a giocare a rugby. Canessa, che all’epoca aveva 19 anni, giocò per tutta la vita nell’Old Christians, guadagnandosi anche la nazionale. Parrado invece, 23 anni, divenne un pilota di auto da corsa, oltre che un imprenditore ed un aiuto per chi subisce traumi psicologici.

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I superstiti, con al centro il mandriano Sergio Catalan (Nando Parrada è quello alla sua sinistra, Canessa il quinto in piedi da destra)

Periodicamente, tutti loro tornano sul luogo dell’incidente, per salutare coloro che non ce l’hanno fatta, coloro che hanno permesso ai 16 di sopravvivere. Sul posto dove sono morti, sorge un memoriale, costruito negli anni successivi, in cui oggi, chi passa, pone un omaggio, e dove sventolano la bandiera dell’Uruguay ed il gagliardetto dell’Old Christians. Erano solo ragazzi che volevano giocare a rugby.

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Marco Pasquariello

 

 

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