Il giornalismo al tempo delle crisi umanitarie

Che si parli di crisi del giornalismo o di cattiva informazione, l’intensificarsi dei flussi migratori negli ultimi anni ha, di certo, contribuito ad aprire un dibattito sul tema e a rendere esplicite le difficoltà del sistema dei media. A prima vista possono sembrare tecnicismi da addetti ai lavori, ma i temi trattati durante il workshop “Media & Migrations” – organizzato da GVC Onlus e COSPE nel contesto del Terra di Tutti Film Festival a Bologna – sono trasversali e toccano ciascuno in quanto cittadino e consumatore di informazione.

La complessità del fenomeno osservato è testimoniata anche dalla varietà di ospiti invitati ad intervenire: Valerio De Cesaris è docente di Storia Contemporanea all’Università per stranieri di Perugia, Barbara Schiavulli è una nota corrispondente di guerra freelance, Benoit Bringer è un giornalista d’inchiesta francese, parte del team internazionale dei Panama Papers, e Alessia Giannoni è si occupa, per il Cospe, di hate speech.

Va dritto al punto Stefano Trasatti, fondatore di Redattore Sociale, che evidenzia come il racconto dell’immigrazione su giornali e televisioni si trovi ad affrontare cinque principali criticità: la difficoltà di distinguere tra le differenti tipologie di migrazione, l’assenza di approfondimento sulle cause dello spostamento, l’utilizzo di un linguaggio appropriato e non stereotipato, la necessità di dare una lettura profonda del fenomeno e, infine, l’incapacità di sviluppare una valutazione delle politiche da cui consegue un approccio emergenziale. Come accade spesso quando si parla di storytelling su profughi e richiedenti asilo, il primo punto all’ordine del giorno è dare i numeri. Il professor De Cesaris, forte dell’approccio storico, evidenzia come qualsiasi crescita demografica nella storia abbia comportato uno spostamento umano. È naturale, strutturale, prevedibile.

In Italia l’approccio prevalente è ancora quello che associa immigrazione a sicurezza, complici anche le immagini su giornali e telegiornali in cui le forze dell’ordine pattugliano i confini o sorvegliano alcuni centri di accoglienza. Per riportare la narrazione sui binari della concretezza e ad una rappresentazione fedele del reale, è necessario operare un ribaltamento della prospettiva e il compito non può essere lasciato solamente ai giornalisti. In questo senso, l’attività delle organizzazioni non governative può essere di stimolo. De Cesaris ricorda i corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, mentre Alessia Giannoni presenta i risultati di più di un anno di lavoro, ricerca ed analisi dei casi di hate speech online.

Internet nasce come uno spazio di libertà e partecipazione, si è trasformato, almeno in parte, in un luogo di violenza verbale e insulti. Come è successo e che cosa possono fare i media? A queste domande prova a rispondere il rapporto Cospe sull’hate speech e il decalogo pensato proprio per chi si occupa della moderazione dei commenti sui grandi giornali. Può capitare che qualsiasi notizia, anche la più innocua, possa generare uno sciame di commenti d’odio. Ci sono testate che ritengono che avere tanti commenti, anche negativi, abbia il vantaggio di portare click, visualizzazioni e quindi soldi, mentre altre pongono in primo piano la reputazione della testata e quindi non tollerano che alcuni commenti appaiano suoi propri canali. Si tratta di un dibattito ancora aperto, ma la risposta di Giannoni è chiara: l’odio non è un’opinione e in quanto tale non va tollerato.

Per contrastare i discorsi d’odio e la degenerazione della discussione, la ricetta, secondo Benoit Bringer, è soltanto una: un rinnovato interesse dei media pubblici che dovrebbero destinare più spazio al racconto dell’immigrazione. Libero dalle logiche dell’audience, soltanto il servizio pubblico può contribuire attivamente alla realizzazione di un prodotto di qualità. Ma la concentrazione del sistema dei media, in Francia come in Italia, unito allo scarso interesse delle televisioni per i documentari, rendono la vita difficile ai giornalisti d’inchiesta.

Le buone pratiche esistono e spesso la responsabilità dell’informazione ricade sui giornalisti freelance, una professione che ogni giorno diventa più difficile e mal pagata. Sorride Barbara Schiavulli quando dice che non parlerebbe di crisi del giornalismo, ma di crisi del giornalista. Ci siamo tutti abituati ad un servizio di informazione di scarsa qualità e la stessa professionalità del giornalista si è appiattita ad un lavoro da desk, utile ma non sufficiente per spiegare la complessità del reale. “La differenza che può fare un giornalista è spiegare davvero cosa sta succedendo in un determinato luogo, con approfondimento, analisi, reportage.” Ma questo tipo di attitudine si scontra, da un lato, con l’ignoranza diffusa all’interno delle redazioni, dall’altro con un atteggiamento passivo del lettore. “Vorremmo, noi freelance, commenta ancora la giornalista, che ci fosse una ricaduta sul lettore e che le persone pretendano di leggere giornalismo di qualità, perché lo pagano.”

La responsabilità della cattiva informazione o di una narrazione dei fenomeni migratori infarcita di populismi e falsità non è soltanto una responsabilità del giornalista, conclude Barbara Schiavulli, ma è un peso che ciascuno si noi si porta sulle spalle in quanto cittadino e lettore. Finché nessuno si ribella a giornali e televisioni che fanno del falso il proprio quotidiano, sarà impossibile dare alle realtà virtuose il risalto che meritano.

Angela Caporale

@puntoevirgola_

L’immagine di copertina è tratta dal film “Un paese di Calabria”, presentato al Terra di Tutti Film Festival 2016.

 

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