Dallas, la battaglia persa di Obama e degli Stati Uniti

Washington, 28 agosto 1963. Martin Luther King, pastore protestante, politico e attivista per la lotta pacifica per i diritti civili degli afroamericani, tiene lo storico discorso ribattezzato “I have a Dream” al termine di una grandissima marcia di protesta nella capitale statunitense. I contenuti di quel discorso, pronunciato a braccio e carico di emotività, hanno scosso le coscienze di molti americani, afro e non afro, finendo sui libri di storia e diventando una sorta di manifesto per la lotta alla conquista della libertà e del “diritto di avere diritti”.

Dallas, 7 luglio 2016. Al termine di una lunga marcia di protesta (organizzata anche in molte altre città degli States) contro l’assassinio di due cittadini afroamericani freddati dalla polizia in meno di 48 ore, Micah Johnson, reduce dalla guerra in Afghanistan, dove era stato accusato di molestie sessuali da una soldatessa, fa fuoco in mezzo alla folla con l’obiettivo di ferire e uccidere il numero maggiore di poliziotti bianchi possibile. Il bilancio è di cinque morti e sette feriti, il più grave fra le forze di polizia dall’attentato dell’11 settembre 2001.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

A distanza di quasi 54 anni da quel fantastico inno alla giustizia e alla libertà, le parole di Martin Luther King sembrano davvero molto lontane. Alla violenza si è risposto con la violenza, aggiungendo alla morte altra morte.

Su The Bottom Up mi è capitato in alcune occasioni di scrivere in merito a quello che è probabilmente il male più grande degli Stati Uniti, ossia la sregolata circolazione delle armi. Ho scritto delle pressioni politiche della NRA, la potente lobby delle armi, del ruolo politico che ha questa tematica in periodo di campagna elettorale ma anche di una questione culturale che vede i cittadini americani in dovere di sentirsi sicuri. Ma questo articolo è forse il più difficile da scrivere, perché ad ogni parola che state leggendo nella mia testa riecheggia solo una domanda: Perché? Una domanda che sicuramente si starà facendo anche M. L. King, che per la causa pacifica degli afroamericani  ha dato la sua vita. Un perché che sicuramente si staranno domandando anche tutti gli afroamericani uccisi dalla polizia in questi anni e i loro familiari.

Un perché che si è inasprito ieri pomeriggio mentre guardavo un servizio di Emanuela Ambrosini su SkyTg24, nel quale si ripercorrevano le uccisioni di afroamericani ad opera della polizia, e che ha molteplici nomi.

–  TRAYVON MARTIN, 17 anni, ucciso a Sanford (Florida) il 26 febbraio 2012 da un colpo di pistola a bruciapelo sparato da un vigilante. La sua unica colpa era quella di camminare con il cappuccio della felpa tirato sulla testa. Il vigilante fu poi assolto perché la legge americana permette di sparare anche se ci si sente in pericolo e minacciati (legge nota come “Stand your Ground”).

–  ERIC CARNER, ucciso il 17 luglio 2014 a Staten Island da un agente che, sospettando fosse un contrabbandiere di sigarette, lo prende al collo soffocandolo, per poi essere assolto dal gran giurì di New York.

MICHAEL BROWN, neo 18enne colpito a morte il 9 agosto 2014 a Ferguson (Missouri) perché sospettato di aver commesso un furto in un negozio. Anche in questo caso l’agente non fu condannato.

LAQUAN MCDONALD, 17enne ucciso da 16 colpi di pistola il 20 ottobre 2014 a Chicago da un agente che dichiarò che il ragazzo fosse in possesso di un coltello, poi non trovato. L’agente fu poi condannato. Sì, 16 colpi di pistola contro la minaccia di un coltello che non c’era.

TAMIR RICE, 12 anni, il 22 novembre 2014 a Cleveland (Ohio) sta giocando con una pistola giocattolo. Due poliziotti la scambiano per vera e fanno fuoco. Non verranno mai perseguiti penalmente.

FREDDY GRAY, 25 anni, accusato di avere un coltello a serramanico il 12 aprile 2015 viene arrestato a Baltimora (Maryland) e caricato con violenza su un furgone della polizia. Muore qualche giorno dopo per una lesione alla spina dorsale.

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Dallas, 7 luglio 2016, ore 20.58 locali. Al termine della marcia di protesta contro le uccisioni di due afroamericani da parte della polizia si scatena una sparatoria contro le forze dell’ordine (foto: Il Fatto quotidiano)

Morire su Facebook Live

E veniamo alle uccisioni degli scorsi giorni che hanno scatenato l’indignazione e la protesta della comunità afroamericana poi sfociata nella sparatoria di Dallas. I nomi delle due vittime sono Alton Sterling, 37enne ucciso da due agenti il 5 luglio a Baton Rouge (Louisiana), e Philando Castile, 32enne ucciso da un agente convinto che stesse per impugnare un’arma il 6 luglio a St. Paul (Minnesota). 

Nel primo caso Sterling, che stava vendendo dei CD davanti a un negozio, è stato colpito da almeno tre colpi di pistola dopo essere stato immobilizzato a terra dagli agenti. Sterling era in possesso di una pistola, che però non aveva tentato di estrarre all’arrivo della polizia (in questo articolo de Il Post la ricostruzione completa della vicenda).

Nel secondo caso, Castile è stato ucciso quando era ancora all’interno della sua auto dopo essere stato fermato, assieme alla compagna e alla figlia, dalla polizia per un fanale posteriore non funzionante. Ma perché è stato colpito Castile? Perché stava prendendo i documenti nel portafoglio e la licenza dell’arma da fuoco che aveva con sé. La sua uccisione ha avuto molta attenzione dai media per la ripresa dei fatti andata in diretta su Facebook Live, con la fidanzata dell’uomo che dopo i colpi sparati dall’agente ha ripreso con il suo smartphone gli istanti successivi in un video di dieci minuti andato in diretta sul social e successivamente postato anche su YouTube. Nel video si vede Castile ricoperto di sangue con il poliziotto ancora con la pistola puntata verso i due, mentre la donna spiega l’accaduto in diretta agli spettatori collegati su Facebook.

Una vicenda che ricorda quella di un anno fa, quando in Virginia Vester Lee Flanagan, 41enne reporter afroamericano noto con lo pseudonimo di Bryce Williams, aveva tolto la vita a due ex colleghi della WDBJ7 (emittente locale della CBS), la reporter Alison Park (24 anni) e il cameraman Adam Ward (27 anni), postando poi su Facebook e Twitter i video delle uccisioni. In quel caso non condividemmo il video in questione per non dare spazio e risonanza alla follia omicida; in questo caso non posteremo i video delle due uccisioni per questioni di sensibilità e rispetto. Di sicuro decidere di filmare in diretta una aggressione subita dimostra molta lucidità da parte della donna, il cui fine era ovviamente dare testimonianza di una violenza perpetrata gratuitamente da parte della polizia. In ogni caso il video, per chi volesse vederlo, è facilmente reperibile online.

Così come è facile documentarsi sulla morte, sempre in diretta live su Facebook, di Antonio Perkins, 28enne di Chicago raggiunto da un proiettile vagante mentre stava semplicemente divertendosi con la recente funzionalità del social di Zuckerberg.

Il paradosso americano sulla legittimità del possesso delle armi

Pensiamo per un attimo a quello che accomuna molte di queste morti: la paura da parte dei poliziotti che i sospettati fossero armati, con la conseguente propensione da parte loro di sparare più facilmente. Che ci sia anche un pregiudizio razziale in queste morti? Possibile, probabile, nessuno può affermarlo con certezza. Come non è possibile né accettabile dire che tutti gli afroamericani siano delinquenti, allo stesso modo non si può affermare che tutti i poliziotti siano razzisti. Ciò che emerge è un paradosso evidente: in un Paese dove la libera circolazione delle armi è legittimata in nome della difesa personale (II emendamento della Costituzione degli Stati Uniti) le forze dell’ordine hanno paura che chi circola in possesso di armi da fuoco (e non) sia un potenziale delinquente e un pericolo. E sempre in questo Paese la legge permette di sparare anche se ci si sente solo minacciati. Insomma, viene permesso di circolare in possesso di armi da fuoco come strumenti per sentirsi più sicuri ma allo stesso tempo queste armi sono definibili dalla legge una minaccia. Un cane che si morde la coda.

La battaglia persa da Obama

Da Varsavia, dove è in corso un summit internazionale della NATO, il Presidente Obama aveva prima ricordato le morti di Sterling e Castile condannando un diverso trattamento razziale da parte della polizia, per poi giustamente condannare la sparatoria di Dallas nella quale si era consumata la vendetta di alcuni afroamericani.

Quella delle armi si sa, è la battaglia per eccellenza persa dall’amministrazione Obama, ma forse viene da pensare che la società americana stia perdendo clamorosamente la battaglia per il rispetto dei diritti e della libertà combattuta da M. L. King cinquant’anni fa. Il tutto mentre fra quattro mesi alla Casa Bianca potrebbe sedere un certo Donald Trump. So, let’s imagine a wonderful future full of guns. 

P.S. Un ricordo anche per Emanuel, il ragazzo nigeriano ucciso a Fermo negli scorsi giorni per aver difeso sua moglie da insulti razzisti. Quando l’odio uccide.

Giuliano Martino

 

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