National Rifle Association, la potente lobby americana a favore delle armi

“Se il pastore ucciso avesse avuto una pistola tutto questo non sarebbe successo. Innocenti sono morti a causa della sua posizione su una questione politica”. Così Charles Cotton – uno dei leader della National Rifle Association (NRA), la più potente lobby americana a favore delle armi presieduta da David Keene – si è espresso a proposito della recente strage di Charleston (South Carolina), dove il ventunenne Dylann Storm Roof ha aperto il fuoco all’interno della Emmanuel African Methodist Episcopal Church, una delle storiche chiese afroamericane, uccidendo nove persone, fra le quali il pastore e senatore Clementa Pinckney. Dichiarazioni scioccanti e inaccettabili ma purtroppo espressione del sentire di molti statunitensi, tanto da considerare più grave che le vittime fossero disarmate rispetto alla follia di un giovane che uccide nove persone perché vuole “scatenare una guerra razziale”, come dichiarato agli investigatori dopo la cattura. Altrettanto scioccante è il fatto che un ragazzo così giovane potesse essere in possesso di una calibro 45, forse regalata addirittura dal padre. In ogni caso è sorprendente la facilità con la quale, negli Stati Uniti, chiunque possa entrare regolarmente in possesso di un’arma da fuoco, come fosse un giocattolo o un prodotto da comprare al supermercato. 
“Ma come è possibile?” – direte voi. Risulta particolarmente assurdo per noi che associamo le armi generalmente alla mafia e alla criminalità e quasi ci sembra un’ipotesi remota poterne entrare un giorno regolarmente in possesso. Negli Stati Uniti, invece, è la stessa Costituzione a sancire per i suoi cittadini il diritto a possedere un’arma da fuoco. Già, perché negli States possedere un fucile o una pistola è considerato un diritto civile al pari del diritto al voto e alla libertà di espressione: un diritto inviolabile insomma. Tutto ciò è regolamentato dal secondo emendamento della Costituzione:  “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed” (“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”). Esso fa riferimento ad un periodo storico ben preciso, ossia quello delle occupazioni da parte dell’Impero britannico e di quello spagnolo, dalle quali gli statunitensi potevano difendere se stessi, le loro famiglie e i loro beni soltanto attraverso le armi da fuoco. Una concezione di sicurezza che è rimasta viva negli Stati Uniti fino ad oggi e che fa della circolazione delle armi un problema non solo sociale e politico, ma soprattutto culturale. 
In questo senso fa storia la sentenza del 2008 della Corte Suprema degli Stati Uniti che dichiara incostituzionale la legge del distretto di Columbia che vietava ai residenti il possesso di armi da fuoco. Una sentenza che di fatto ha annullato quindi la legge sulla proibizione del possesso di pistole in casa – anche per la difesa personale – per i cittadini di Washington, rafforzando il presunto diritto al possesso di armi. 
Jeb Bush ad un recente evento NRA
A questa decisione giudiziaria bisogna aggiungere il clamoroso fallimento della riforma sul controllo delle armi promossa dall’attuale Presidente degli Stati Uniti. Dopo la strage del 14 dicembre 2012 – quando il giovane Adam Lanza uccise 27 persone (di cui 20 bambini) nella scuola elementare Sandy Hook di Newton – Obama portò avanti una campagna sul controllo delle armi, al fine di regolamentare maggiormente il possesso delle armi da fuoco per impedirne il reperimento a persone con precedenti penali o problemi di salute mentale. La riforma era uno dei punti chiave del secondo mandato del primo Presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, ma è stata bocciata dal Congresso il 17 aprile 2013: affinché la riforma passasse erano necessari 60 voti favorevoli ma ne furono raccolti solo 54, al fronte dei 46 contrari (41 repubblicani e 5 democratici). Decisivo fu quindi il Partito Repubblicano, nel quale solo in quattro si dichiararono favorevoli ad una maggiore regolamentazione, ma anche e soprattutto proprio la NRA, che sulle armi ha notevoli interessi economici e politici in ballo. 
Essa fu fondata nel 1871 a New York con lo scopo di riunire tutti i fabbricanti d’armi degli States e da allora la politica ne è fortemente influenzata, soprattutto alla luce del consenso bipartisan del quale la NRA gode all’interno del Congresso, come dimostrano i voti di repubblicani e democratici che hanno affossato la riforma di Obama. La NRA ha la sua sede a Fairfax (Virginia) e opera per la promozione della sicurezza nell’uso delle armi, nell’organizzazione di corsi di addestramento al loro utilizzo e anche nella promozione di eventi sportivi relativi ad esse, assumendo anche una forte influenza politica – soprattutto per quanto riguarda i repubblicani – attraverso il finanziamento di campagne politiche ed elettorali. Ruolo che ne fa una potente lobby e addirittura la più antica organizzazione per i diritti civili degli Stati Uniti in virtù del secondo emendamento della Costituzione – a tal proposito per farsi un’idea più precisa dello strapotere delle lobby americane vedere il film Thank You for Smoking diretto da Jason Reitman e tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Buckley. 
Un ruolo molto influente che non va giù al Presidente Obama: dopo il fallimento della sua riforma ha dichiarato: “Oggi è una giornata vergognosa per Washington. Ma non è finita qui. La mia amministrazione farà di tutto per proteggere la nostra comunità dalla violenza delle armi”. Parole che oggi sembrano più che mai attuali e alle quali fanno eco i tweet del 21 giugno pubblicati da Obama dopo gli eventi di Charleston attraverso l’account presidenziale @POTUS: “Ecco le statistiche: per popolazione ci uccidiamo l’un l’altro con armi da fuoco 297 volte più del Giappone, 49 volte più della Francia e 33 volte più di Israele”. E ancora: “Espressioni di compassione non sono sufficienti. È tempo che facciamo qualcosa su questo”
Parole che rischiano di rimanere una vana lotta contro i mulini a vento: non dimentichiamoci che quella delle armi è una problematica culturale e sociale, così come per quanto riguarda la pena di morte, in vigore in molti Stati americani. Questioni sulle quali la (buona) politica può purtroppo fare ben poco, soprattutto per il fatto che la mentalità di una nazione non si può cambiare a suon di riforme: urge un’opera di forte sensibilizzazione e la proposta della governatrice repubblicana della South Carolina, Nikki Haley, di rimuovere la bandiera confederata (quella dei secessionisti del Sud durante la guerra civile americana) dal Parlamento statale di Columbia è un altro passo importante nella lotta al razzismo. NRA permettendo. 
Giuliano Martino

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