Verso USA 2016: Hillary Rodham Clinton

Hillary Clinton, Rodham è il suo cognome da nubile, ha 67 anni ed è uno dei più famosi e potenti politici statunitensi. È moglie di Bill Clinton, presidente dal 1992 al 2000, e secondo molti è la persona più qualificata e meglio finanziata, aspetto da non sottovalutare assolutamente, che si sia mai candidata alla presidenza degli Stati Uniti. 
Hillary Clinton in versione “Obama”- Fonte: theguardian
Ma chi è davvero Hillary Clinton? 
Nata a Chicago, laureata in giurisprudenza presso la Yale Law School, dove conobbe Bill Clinton, la Rodham collaborò come avvocato per il Children’s Defense Fund, ed inseguito entrò a far parte dello staff d’inchiesta dell’impeachment presidenziale durante lo Scandalo Watergate. Divenne poi un membro dell’University of Arkansas, e l’11 ottobre 1975 si sposò con Bill Clinton, futuro Presidente degli Stati Uniti nel gennaio 1993, fatto che portò Hilary ad essere la prima First Lady ad aver conseguito una laurea, ad avere una sua carriera professionale di grande successo e ad ottenere uno studio personale nella West Wing, l’ala della Casa Bianca in cui vengono prese le decisioni più importanti. Dopo aver passato, quasi indenne, lo scandalo “Sexgate”, nell’ambito del quale furono trovate prove di tradimento da parte del marito Bill con la stagista Monika Lewinsky (ha portato l’allora Presidente all’impeachment dopo Andrew Johnson nel 1868), la Clinton è stata Senatrice per lo Stato di New York nel 2000 e poi nel 2006. La Rodham si era già candidata alla presidenza nel 2008, ma a sorpresa perse alle primarie democratiche contro Barack Obama. 

Oggi un’ipotesi di sconfitta non è presa nemmeno in considerazione, dopo quattro anni da capo della diplomazia americana come Segretario di Stato.
Hillary Clinton è la candidata migliore per i Democratici: nessuno può vantare un curriculum ricco e articolato come il suo, nessuno ha la sua notorietà sia nazionale che internazionale, e nessuno può sfregiarsi di rapporti così profondi con l’establishment del partito e di conseguenza con i suoi finanziatori. Ma la cosa più importante è che all’orizzonte, almeno per il momento, non c’è nessun Barack Obama versione 2.0, e cioè un profilo di spicco che potrebbe toglierle il posto per la corsa alla Casa Bianca. Tanta sicurezza non è solo un presentimento o un’idea strampalata, ma la si può dedurre anche dalle parole di Joe Biden, attuale Vice Presidente americano, che pochi giorni fa ha dichiarato la sua discesa in campo solo nel caso in cui la Clinton dovesse ritirarsi. Biden, uno dei più autorevoli politici a livello globale, ha capito che sarebbe impossibile battere la ex-first lady, consegnandole di fatto il bastone del comando dei Democratici. Per il momento, i primi tre candidati che si sono fatti avanti non sembrano essere dei pezzi da novanta: Lincoln Chafee, Governatore del Rhode Island, Bernie Sanders, attuale Senatore per il Vermont, e Martin O’Malley, ex Governatore del Maryland. 

La Clinton durante il comizio a Roosevelt Island-Fonte:mydailynews.com
Mentre si aspetta la decisione di altri candidati per le primarie, Hillary Clinton ha tenuto il 13 giugno scorso, a Roosvelt Island, il primo comizio della sua campagna elettorale, delineando i punti chiave del suo programma. Si è concentrata sulla promessa di aiutare le famiglie lavoratrici e di far funzionare l’economia americana per tutti i cittadini, non solo per coloro che ricoprono posizioni di rilievo. Ha inoltre speso parole forti contro le discriminazioni nei confronti degli omossessuali e ha posto l’accento sul bisogno di una riforma delle politiche di immigrazione, evitando così milioni di espulsioni dal suolo americano. 
Per il tema economico, ormai sempre più al centro della politica globale, la Clinton si affiderà a Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001 e già consigliere di Bill negli anni ’90. Stiglitz è considerato il guru della lotta alle disuguaglianze, le quali saranno uno dei punti forti della campagna di Hillary. A dimostrare la totale sintonia con l’economista, la Clinton è andata contro lo “short-termism” che domina l’economia americana, e ha affermato che occorrerebbe tassare progressivamente di più i redditi più alti, le proprietà e le plusvalenze finanziarie sia in America ma anche in Europa. 
La politica estera è invece l’ambito dove è possibile intravedere le più nette differenze con Obama. La Clinton, come ha più volte affermato quando era Segretario di Stato, aderisce a una visione liberale della politica internazionale, ed è estremamente convinta che gli Stati Uniti debbano impegnarsi in modo sempre più attivo nella lotta contro i regimi dittatoriali e di conseguenza favorire le basi per la ricostruzione della democrazia; mentre Obama ha usato molta più prudenza e ha seguito i principi della realpolitik, a volte tollerando i dittatori e a volte rovesciandoli, così come con le primavere arabe. Hillary ha inoltre auspicato, a differenza dell’attuale Presidente, una presa di posizione più forte e decisa nei confronti di Putin e Assad, una maggiore prudenza nel processo di destituzione di Mubarak e più flessibilità sul ritiro delle truppe dal territorio afgano. Con queste premesse sembrerebbe che con la Clinton ci si avvii verso un ritorno della centralità della leadership americana dopo gli anni del cosiddetto “leading from behind”.


Il discorso di Roosvelt Island ha poi subito una sostanziale virata verso il passato, con l’intento della candidata a cancellarlo. “Yesterday is over” non è stato altro che una scintilla a quello che, probabilmente, sarà il suo sfidante Repubblicano alla Casa Bianca: Jeb Bush, figlio di George Bush, Presidente americano dal 1989 al 1993, e fratello minore di George W. Bush, anch’esso Premier dal 2000 al 2009. 

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