laimomo moda migranti

Migranti in passerella? “No, sono semplicemente ragazzi”

Con che scopo abbiamo deciso di sospendere le pubblicazioni tradizionali per dedicarci a #TBUtalksaboutFASHION? Sì, certamente è un’occasione per abbandonare la scansione di routine di rubriche, tematiche, ruoli a favore di qualche giorno di allegra anarchia (ben organizzata) in cui possiamo dare libero sfogo alla nostra fantasia su un tema, come è quello della moda, che coinvolge più il quotidiano che il lato professionale della vita. Tuttavia scegliere un argomento leggero rappresenta anche una sfida, quella di contaminare e intrecciare argomenti e settori che spesso non si toccano. Per esempio, chi assocerebbe il mondo patinato del fashion con la “crisi” dei migranti? Eppure proprio dal melting pot e dal meticciato spesso nascono le idee più originali o le esperienze più interessanti.

Esperienze innovative come quella che ha portato, lo scorso gennaio, tre richiedenti asilo provenienti da Gambia e Mali a sfilare in compagnia di modelli professionisti a Pitti Immagine Uomo. In Africa erano commercianti, contadini, camerieri, oggi – in attesa di una risposta alla loro richiesta di protezione – sono ospiti nelle strutture gestite dalla cooperativa Laimomo nel bolognese. I ragazzi non sono stati coinvolti in una sfilata qualsiasi, ma all’interno della manifestazione “Generation Africa”, un evento speciale dedicato a promuovere i giovani e talentuosi designer del continente africano e l’energia creativa che arriva da uno degli scenari più interessanti e innovativi della moda di oggi. L’iniziativa, che ha l’obiettivo dichiarato di valorizzare una rappresentazione positiva dell’Africa, è stata promossa da Ethical Fashion Initative, un programma promosso dell’International Trade Center, agenzia delle Nazioni Unite e del WTO. La mission dell’EFI è costruire ponti tra il mondo della moda mainstream e esperienze artigianali tradizionali in Africa e ad Haiti.

pitti uomo richiedenti asilo africa

Come si è formato questo asse tra tre realtà così apparentemente distanti come Pitti di Firenze, Laimomo di Bologna e un’iniziativa etica nel campo della moda di scala internazionale? Abbiamo incontrato Elisabetta Merli Degli Esposti e Sandra Federici, responsabili del progetto per la cooperativa di Sasso Marconi, che non è nuova ad iniziative di promozione di un’immagine non stereotipata del migrante.

Com’è nata l’idea di questa collaborazione con l’Ethical Fashion Initative per “Generation Africa”? 

Africa e Mediterraneo (la rivista semestrale pubblicata da Laimomo con l’obiettivo di analizzare ed approfondire criticità ed opportunità dell’Africa contemporanea, ndr) nel 2013 aveva intervistato Simone Cipriani, direttore dell’Ethical Fashion Initative, già conosciuto in occasione della pubblicazione di un dossier della rivista sulla moda in Africa. A fine 2015 abbiamo riannodato i contatti e, visto che era a conoscenza del fatto che da tempo siamo impegnati nell’accoglienza dei richiedenti asilo, in progetti di integrazione e nel campo della promozione della creatività e della cultura dei Paesi dell’Africa e del Mediteraneo, EFI ci ha illustrato la sua idea di progetto e abbiamo deciso di collaborare

Già l’obiettivo della sfilata era rappresentare il continente fuori da luoghi comuni e stereotipi, con la partecipazione di alcuni richiedenti asilo si raggiunge, a mio avviso, un livello ulteriore di (potenziale) de-stigmatizzazione ovvero si promuove una rappresentazione anche del migrante fuori dagli schemi a cui siamo, purtroppo, abituati. Troppo sottile o strategia efficace?

Non è facile promuovere iniziative che vedono coinvolte i richiedenti asilo: il tema è delicato e al tempo stesso al centro dei dibattiti. Il terreno su cui ci si muove è piuttosto complesso: è fatto di ampie radure, così come di buche e fratture in cui si rischia di cadere. Gli spazi aperti sono le numerose possibilità di co-progettare assieme un’accoglienza che vada nella direzione dell’integrazione e della crescita reciproca di chi accoglie e di chi è accolto. Le potenzialità e le risorse dell’essere umano sono straordinarie. Le buche sono i luoghi comuni, gli stereotipi, le paure, l’ignoranza, la presunzione e gli atteggiamenti eccessivamente assistenzialisti e perbenisti.

Questo progetto ha voluto lanciare una provocazione, trattando questi richiedenti asilo come individui, come giovani a cui è stata offerta una possibilità. Punto. 

Tra l’altro, durante la sfilata il pubblico non sapeva quali erano i rifugiati tra i tanti modelli professionisti, solo alla fine si è annunciato che tra i giovani che avevano visto sfilare c’erano tre richiedenti asilo.

Perché il settore moda? Che opportunità offre, ai fini degli obiettivi del progetto, rispetto ad altri mondi e ambiti?

Nel continente africano moltissime persone possiedono una grande abilità nel destreggiarsi alla macchina da cucire. Anche le stoffe e i tessuti contraddistinguono questi paesi attraverso colori e fantasie piene di energia e colore e, se molte delle tecniche di stampa sono un’eredità coloniale, le reinterpretazioni contemporanee sono estremamente interessanti.

Sulla scena della moda sono, poi, diversi gli stilisti che stanno riscuotendo successo, facendo conoscere un aspetto differente rispetto alle solite vittimistiche immagini delle disgrazie che affliggono il continente.

Senza entrare naturalmente troppo sul personale, come è stata vissuta l’esperienza dai ragazzi? Avete raccolto qualche impressione o riflessione dopo la sfilata? 

Si sono resi conto quasi da subito che veniva data loro l’opportunità̀ di mettersi in gioco in un contesto professionale a cui non avevano mai pensato. I tre richiedenti asilo sia durante le prove che durante la sfilata sono apparsi piuttosto emozionati e anche un po’ insicuri, è toccato proprio ai giovani modelli professionisti il compito di incoraggiarli e consigliarli. In generale comunque nonostante la concitazione del momento e l’assoluta novità, se la sono cavata in maniera eccellente, rispettando i tempi e le dinamiche. Gli stilisti hanno lavorato con loro il giorno prima e il giorno stesso per le prove. La cosa che ha colpito di più i tre neo-modelli è stata la gentilezza con cui tutti, dagli stilisti ai professionisti che organizzavano la sfilata, si sono rapportati con loro. 

Che tipo di risposta avete registrato da parte del pubblico e, in generale, dal mondo della moda che appare sempre chiuso ed esclusivo?

Il giorno della sfilata e quelli immediatamente successivi siamo stati contattati da numerosi testate giornalistiche, curiose di conoscere meglio il progetto. In generale la risposta dal pubblico, che era composto anche da importanti giornalisti del mondo della moda, è stata positiva. Nell’ambito di Pitti immagine, un grande appuntamento per i professionisti della moda sempre in cerca di novità, la sfilata Generation Africa ha suscitato molto interesse.

L’esperienza di Pitti Immagine Uomo ha coinvolto tre ragazzi, pensi che sia replicabile in altre occasioni coinvolgendo anche più ragazzi (e ragazze)?

Speriamo proprio di sì, alla condizione però che si agisca con la massima attenzione e rispetto delle persone coinvolte: non dimentichiamo che si tratta di individui che in molti casi hanno subito traumi, che sono fuggiti da situazioni drammatiche, che spesso hanno rischiato la vita nel loro Paese di origine (e quindi la loro identità/privacy va tutelata) e che provengono da mondi culturali differenti.

Il lavoro rappresenta sempre un problema chiave quando si parla di immigrazione e, soprattutto, accoglienza. Lo stesso motto dell’Itc promotore dell’Ethical Fashion Initiative è “not charity, just work”. Da questa esperienza può concretamente nascere un’opportunità per i ragazzi coinvolti e/o altri richiedenti asilo?

Ovviamente non possiamo affermare che sarà così di sicuro, certo è che ci stiamo muovendo proprio in questa direzione.

Angela Caporale

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