Diritto di manifestare e repressione poliziesca: cronaca di un arresto di massa nel cuore della California

Le prime proteste sono scoppiate alcune settimane fa in seguito alla decisione di non avviare un processo giudiziario nei confronti degli agenti coinvolti nell’uccisione di Michael Brown e Eric Garner. Le ultime parole pronunciate da quest’ultimo sono diventate uno degli slogan più popolari e significativi di queste manifestazioni: una ripresa amatoriale mostra Eric Garner, a mani alzate, rantolare “I can’t breathe” per undici volte, prima di accasciarsi al suolo, strangolato da quella tecnica di immobilizzazione che viene comunemente chiamata chokehold. La giuria, incaricata di pronunciarsi su quella che noi chiameremmo autorizzazione a procedere, ha ritenuto non fosse necessario avviare alcun processo nei confronti degli agenti coinvolti. Il New York Police Department ha successivamente annunciato che effettuerà un’indagine interna.
Queste ultime due tragedie, tuttavia, rappresentano solamente la più eclatante e recente manifestazione di un fenomeno con radici ben più profonde. A discapito dei numerosi sforzi legislativi effettuati negli scorsi decenni, la discriminazione razziale è un problema tuttora irrisolto negli Stati Uniti; le comunità di colore soffrono ancora di una disparità di reddito e istruzione molto elevata rispetto ai connazionali, mantenendo in vita un circolo vizioso che si trasmette di generazione in generazione dai tempi dell’abolizione della schiavitù. Alla segregazione sociale si vanno ad aggiungere i continui abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, che vengono naturalmente indirizzati verso le comunità più marginalizzate.
Nel corso delle manifestazioni mirate a denunciare gli episodi di police brutality, questo abuso della forza è stato, quasi ironicamente, messo in pratica in maniera sistematica: in una settimana, più di duecento manifestanti sono stati arrestati nella sola Bay Area.
Ero presente alla manifestazione a Oakland, durante la quale 3,000 persone hanno marciato pacificamente per la città, condividendo testimonianze e ricordando i figli e gli amici scomparsi. Dopo alcune ore, la polizia ha ordinato lo scioglimento del corteo. I manifestanti si sono rifiutati di eseguire l’ordine e hanno continuato a marciare, cercando di evitare i vari posti di blocco degli agenti. Una volta arrivato su Telegraph Avenue, il corteo è stato sbarrato da due file (una in testa e una in coda al corteo) di poliziotti in tenuta antisommossa, che hanno circondato e bloccato due gruppi di manifestanti. Quarantacinque persone, incluso il sottoscritto, sono state ammanettate con fascette di plastica e lasciate ad attendere sul marciapiede l’arrivo dei furgoni della polizia penitenziaria. Dopo un paio d’ore siamo stati trasferiti alla North Alameda County Jail con l’accusa di manifestazione non autorizzata, e rilasciati nel giro di pochi minuti.
Molti agenti si stupirono della presenza di un italiano, qualcuno addirittura chiedendo se fossi venuto dall’Italia solo per partecipare alla manifestazione. Al momento del rilascio, un agente della polizia penitenziaria mi chiese: “Sei orgoglioso di questo?”. La risposta fu resa particolarmente spontanea dai polsi ancora doloranti: “Tutto quello che ho fatto è stato marciare pacificamente per chiedere il rispetto dei diritti civili e per protestare contro l’utilizzo ingiustificato della violenza. E per questo, solamente per questo, sono stato arrestato. Sì, sono orgoglioso di averlo fatto.”
E voi, tutori dell’ordine nella land of the free, siete orgogliosi di tutto questo?
Marcello Gatti
Articolo originale pubblicato su PD San Francisco

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