Matteo Renzi che fa cose di destra. Parte I – 06/2014 – 11/2014

 Il più post-ideologico di tutti stravince e si divora il centro grazie anche ad un insospettabile aiuto.
matteo renzi che fa cose
(Questo articolo non vuole essere né la cronostoria né il bilancio dei primi mesi di governo Renzi, ma un’analisi della strategia politica seguita dal premier.)
Le elezioni europee dello scorso maggio in Italia andavano oltre il loro significato più stretto, erano una sorta di plebiscito sul governo Renzi, che come ben si sa non era quello emerso dalle urne. La risposta degli italiani è stata più che affermativa, il neopremier ha stravinto con il noto 40,8% e la fiducia nei suoi confronti è schizzata alle stelle.
Dopo un’estate abbastanza tranquilla, l’autunno è stato caratterizzato da una serie di mosse teoricamente inusuali per un leader di sinistra, tanto che verrebbe da riprendere la famosa pagina satirica “Matteo Renzi che fa cose” e aggiungere un desolante “di destra”. In ordine sparso, le più rilevanti:

  • Matteo Renzi che fa le principali riforme istituzionali insieme a Silvio Berlusconi.
  • Matteo Renzi che abolisce l’Art. 18.
  • Matteo Renzi che dichiara guerra ai sindacati.
  • Dopo che la polizia ha manganellato operai delle acciaierie di Terni che manifestavano pacificamente, Matteo Renzi che non esprime solidarietà alle vittime e non prende provvedimenti contro il Ministro dell’Interno Alfano.
  • Matteo Renzi che si fa i selfie (i quali, è risaputo, son di destra).
  • Matteo Renzi che attacca in maniera confusa l’eurocrazia pur facendone di fatto parte.
  • Matteo Renzi che alla Leopolda non fa neanche un accenno al PD, il suo partito.
  • Matteo Renzi che vanta tra i suoi sostenitori persone con un’identità politica abbastanza confusa come Andrea Serra.
  • Matteo Renzi che provoca la minoranza del suo partito affinché formi un nuovo soggetto politico a sinistra del PD.
  • Matteo Renzi che riesce ad irritare Schultz più di quanto non sia riuscito a fare Berlusconi.
Non entrerò nel merito di queste iniziative, non tutte necessariamente negative, è però evidente uno slittamento verso destra nello scacchiere politico. Aldilà del progressismo e delle aspirazioni da “third way” blariana che sono sempre stati un punto fermo della visione politica renziana, credo che ci sia una strategia precisa: divorarsi tutto l’elettorato moderato. 
Renzi ha tassi di fiducia personale altissimi e i sondaggi elettorali lo danno attorno al 40%, una cifra mostruosa nella storia della nostra frammentata Repubblica, ma continua a governare con la maggioranza risicata ereditata (o presa di forza, se preferite) dalla gestione Bersani e dalle elezioni del 2013. L’intenzione, nemmeno troppo velata, è quella di capitalizzare l’enorme consenso personale per governare con un’ampia maggioranza e senza larghe intese. Affinché questo avvenga bisogna prima eleggere un nuovo Presidente della Repubblica (magari una figura non troppo ingombrante) e soprattutto fare una legge elettorale che permetta di andare alle urne la prossima primavera. Fino a qualche settimana fa il progetto procedeva alla grande, poi sono arrivati alcuni, cruciali, rallentamenti, ma questo sarà l’argomento della seconda parte di questo articolo.
Quello che voglio analizzare qui è come un leader del partito di sinistra sia riuscito a “sfondare” così facilmente a destra. Non si tratta solo della vocazione centrista e cattolica del premier o della condanna a Berlusconi che ha lasciato un grossissimo vuoto nel centro-destra. Renzi ha goduto del più insospettabile degli alleati: il M5S di Beppe Grillo.

matteo renzi destra
Il premier più post-ideologico di tutti aveva bisogno di qualcuno che gli spianasse la strada in un contesto politico come quello italiano che storicamente è molto ideologico e ben radicato alle proprie appartenenze. La cosa che è riuscita meglio al M5S in questi ultimi due anni è stata cambiare la percezione della politica, non solo ai suoi simpatizzanti ed elettori, ma a tutti gli italiani. Ha modificato il terreno di competizione portando alla ribalta tematiche prima marginali. Oggi, ad un politico si chiede fondamentalmente di essere il meno politico possibile. Si chiede gioventù, freschezza, informalità e (sembra paradossale) inesperienza. Un politico anziano, con una lunga militanza di partito e diverse esperienze istituzionali è malvisto, siccome si parte dal presupposto, semplicistico, che se l’Italia si trova in questa situazione al limite del tragico la colpa è di chi ci ha governato negli  anni passati, quindi basterebbe semplicemente rimuovere in blocco la classe politica e i problemi sarebbero risolti.
Già questo sarebbe stato un grosso aiuto, ma il M5S ha voluto fare di più. Il favore più grande sta nell’avere si convinto l’elettorato dell’imprescindibile necessità di rottura col passato, senza però abbandonare la connotazione antipolitica. Il partito di Grillo ha avuto ed ha tutt’ora un grandissimo impatto, ma lo usa solo in maniera distruttiva, negativa. È arrivato al 25%, poi si è accorto di non avere la minima idea di cosa fare col consenso che era riuscito convogliare verso di se, quindi si è autoesiliato in una opposizione perenne e aprioristica che alla lunga ha stancato chi aveva creduto che potesse essere non solo un movimento di protesta, ma anche un protagonista attivo di un cambiamento radicale. In questo vuoto si è inserito Matteo Renzi, per il quale è stato quasi troppo facile non solo completare la sua personale scalata, ma di fatto egemonizzare con la sua figura la politica italiana per molti altri anni a venire. 
La linea di frattura destra/sinistra è quasi passata in secondo piano. Giovane-nuovo che avanza / vecchio-mai rinnovato è la frattura che ha permesso di imporsi all’ex sindaco di Firenze e ai pentastellati su tutta la classe dirigente, mentre giocando sulla frattura ottimismo-propositività / pessimismo-protesta, Renzi ha sconfitto i grillini. Si è imposto grazie ad una strategia comunicativa ed una gestione dell’immagine moderna e impeccabile, ed in una politica sempre più social questo vale almeno quanto le conoscenze e la capacità di governare realmente un paese. Che piaccia o no, la confezione vale almeno quanto il contenuto.
Con queste premesse, è stata quasi una formalità per l’ex sindaco di Firenze passare l’autunno a divorarsi grosse fette di elettorato moderato. Già i flussi elettorali dopo le europee mostravano che il PD aveva inglobato totalmente il quasi 10% che Mario Monti era riuscito ad ottenere nel 2013 con Scelta Civica. Ma non si tratta solo di quello che resta della vecchia UDC. Berlusconi è in discesa libera e diverse volte Renzi ha strizzato l’occhio al suo elettorato, attingendo un po’ alla retorica populista e antitasse cara all’ex premier. Il terreno è stato spianato e sono stati spazzati via molti residui ideologici, se c’è una persona che non rientra nei canoni del politico di sinistra vecchio stile, quella è Renzi, che invece gode di amplissima e trasversale fiducia personale. 
Lo spessore dell’opposizione lo si può misurare considerando che l’uomo del momento è Matteo Salvini e in generale a destra non sembra che abbiano capito bene la situazione, visto l’emergere tra le loro fila come leader di un rozzo e xenofodo estremista in un momento in cui la competizione è più che mai centripeta (se qualcuno non l’avesse capito si tratta dello stesso uomo del momento di cui sopra). Se a questo poi aggiungiamo le continue provocazioni alla minoranza del PD, più volte sfidata dal premier alla scissione, come se facesse comodo un soggetto politico a sinistra del PD che spinga questo ancora più verso il centro, si delinea quello che, ad opinione non solo mia ma di molti esperti, è il disegno renziano sull’assetto partitico degli anni a venire. Non si tratta più solo di vocazione maggioritaria e di centro-sinistra di governo, l’intenzione è quella di posizionarsi esattamente al centro inglobando tutto il vastissimo elettorato moderato, lasciando agli estremi, destra e sinistra senza dimenticare il M5S, soltanto le briciole. In un paio di anni quindi rischiamo di passare dal “tripartitismo perfetto” (PD+Forza Italia+M5S) del 2013, al dualismo Renzi+larghe intese vs. M5S del 2014 alla DC 2.0 del 2015.
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