Antiterrorismo: cosa può fare l’Europa? – Intervista al prof. Giacomello

La strage compiuta presso la sede di Charlie Hebdo è un evento che rimarrà impresso nella memoria europea per molto tempo. Erano anni che l’Europa non era vittima di un atto terroristico di tale portata. Il sentimento di sdegno per la libertà di espressione violata è stato ben presto accompagnato dalla paura di un altro imminente attacco. L’attentato ha messo in luce molte delle debolezze dell’UE. La situazione è stata gestita dalle forze dell’ordine nazionali, perché un sistema di difesa e sicurezza europeo in realtà non esiste. Le domande che ora affliggono le istituzioni sono: come aumentare la sicurezza in Europa? Era possibile prevedere l’attacco? Che cosa cambierà adesso? Ne parliamo con Giampiero Giacomello, docente di Studi strategici e European security presso l’Università degli studi di Bologna. 
Pensa che l’attentato a Charlie Hebdo possa essere un nuovo Madrid 2004 e Londra 2005 (entrambi attentati di matrice islamica) e quindi essere il motore di una svolta nella strategia antiterrorismo europea? 
Non credo che ci saranno dei cambiamenti radicali. Probabilmente verranno rese più efficienti delle parti della strategia, che fra l’altro è abbastanza generica. Sicuramente l’UE vorrà mostrarsi proattiva il più possibile, ma tutto dipende da quanto gli stati membri saranno disposti a lasciarla agire. La stessa cosa era successa dopo Madrid e Londra. Dato che tutti concordano che ci dovrebbe essere maggiore cooperazione nel campo dell’intelligence, presumo che questa sarà una delle aree che si cercherà di rafforzare. 
Secondo la clausola di solidarietà (art. 222 TFUE) gli stati membri dovrebbero fornire assistenza agli stati vittime di un attacco terroristico. Pensa che l’UE riuscirà a prendere una posizione unica nonostante la ricorrente difficoltà di mettere d’accordo tutti gli stati membri? 
L’assistenza e l’aiuto non sono specificati, quindi possono essere di vario tipo. Il fatto è che dovendo mettere d’accordo 28 governi diversi, il minimo comune denominatore è sempre un compromesso molto annacquato, per cui ci sono alcuni stati membri che vorrebbero intervenire in modo sostanziale ed effettivo e altri  che si accontentano, per posizione geografica o scelta politica, di una solidarietà verbale. Quindi possiamo dire che il risultato è sempre ad ampio spettro in modo che non venga violato lo spirito della Carta, che prevede appunto la solidarietà tra stati, e allo stesso tempo i governi non si trovino a dover fare delle scelte operative che potrebbero, oltre che comportare dei costi, incontrare resistenza all’interno dei governi e creare malumori tra le forze politiche. Ne consegue che per tenere insieme questi diversi attori alla fine si raggiunge un compromesso, che però è sempre piuttosto scarso dal punto di vista operativo.
Gilles de Kerchove, il coordinatore europeo per la lotta al terrorismo, ha detto di essere piuttosto ottimista in merito, soprattutto vista la forte presa di posizione della società civile a favore della tolleranza e del rigetto della violenza. C’era bisogno di un evento così drammatico per risvegliare la coscienza collettiva europea? 
È chiaro che noi tendiamo a dare per scontate molte libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione, e questi eventi sono un modo molto spiacevole che ci inducono a ricordarle. Mi viene sempre in mente Norman Davies, uno storico inglese, che alla fine di un suo libro molto bello sulla seconda guerra mondiale scrive che uno dei motivi per cui dopo settant’anni si continuano a scrivere libri sulla seconda guerra mondiale è perché “people forget”. Sarebbe meglio non avere bisogno di eventi di una tale drammaticità per risvegliare la coscienza collettiva, ma la gente è portata a dimenticare il passato. 

Gilles de Kerchove
«Non possiamo evitare nuovi attacchi». Lo ha dichiarato sempre de Kerchove aggiungendo che «la soluzione non può essere quella di imprigionare i cosiddetti “foreign fighters” perché le carceri sono diventate “grandi incubatrici” di radicalizzazione». Può spiegare meglio ai nostri lettori questo fenomeno?
Le condizioni oggettive favoriscono questo fenomeno, nel senso che a volte alcuni detenuti entrano come criminali comuni e, avendo tempo e occasioni di contatto, ne escono trasformati.  Il fatto di trovare una ragione superiore, una motivazione più ampia del semplice essere criminale, consente a queste persone di sopportare meglio il periodo di detenzione. Una volta tornati in libertà molti non danno seguito a questa loro nuova vocazione. Ovviamente in termini di grandi numeri, è chiaro che è possibile trovare qualcuno che poi alla fine mette in pratica quanto ha appreso durante la detenzione. Proprio recentemente, il governo francese aveva proposto di mettere in isolamento i detenuti che sono in carcere per motivi che hanno a che fare con il fondamentalismo e il conseguente reclutamento di adepti. Non so se sia fattibile, ma potrebbe in parte essere una soluzione. 
La paura può essere facilmente strumentalizzata. Marine Le Pen, ma anche Salvini, ha parlato di sospendere gli accordi di Schengen poiché agevolano il traffico di armi e terroristi. Ma se è vero che l’Europa è una, l’obiettivo non dovrebbe essere rinforzare i controlli alla frontiera esterna e non reinserire i controlli tra le frontiere interne?  
Mi pare ovvio che andrebbero rafforzati i controlli esterni. Non solo, se si ripercorre la storia del terrorismo europeo durante la guerra fredda, ci si accorge che, in quel periodo, nonostante ci fossero delle frontiere controllatissime, c’erano comunque il terrorismo di estrema sinistra, di estrema destra e mediorientale. L’idea di tornare a una sorta di “età dell’oro” in cui tutti i paesi membri hanno il controllo delle frontiere è pura propaganda politica perché basta guardare alla storia europea del recente passato per capire che i gruppi terroristici nazionali avevano tranquillamente legami con gruppi terroristici simili in altri paesi. 
Porre l’accento su questo punto mi sembra anche un po’ forzato dato che si tratta principalmente di immigrati di seconda o terza generazione.
Assolutamente sì. Ci sarebbe un maggior controllo su queste persone nel momento in cui attraversano la frontiera ma, senza un maggiore scambio di informazioni fra le polizie nazionali, sarebbe vano. E se ci fosse una maggiore cooperazione tra le agenzie d’intelligence e le polizie europee, non servirebbero i controlli alla frontiera. 
Pensa che creare un sistema d’intelligence europeo sul modello di CIA ed FBI aiuterebbe l’efficienza dell’EU nella lotta al terrorismo o sarebbe uno spreco di tempo e denaro? 
Se avesse una funzione diversa dai servizi nazionali sarebbe una grande idea. Purtroppo non succederà mai perché un servizio d’intelligence deve rispondere a un esecutivo, che a sua volta deve rispondere a un parlamento. Il parlamento c’è, ma non c’è un esecutivo europeo. Oltre al fatto che un servizio del genere avrebbe il problema di entrare in competizione con i servizi nazionali e, se avesse successo, sarebbe molto più potente di essi. 
“La guerra al terrorismo” combattuta dagli USA e dai loro alleati, la cui caratteristica principale è essere svolta al di fuori del suolo americano, non ha forse contribuito ad aumentare l’odio verso l’Occidente? 
Per come è stata condotta, almeno nella prima fase, sicuramente si. C’è stato l’errore dell’Iraq, che si sapeva che poco aveva a che fare con il terrorismo. Gli USA hanno perso una grande occasione in quel momento, perché quando avevano eliminato il governo talebano in Afghanistan non c’erano state grandi opposizioni. In un certo senso, agli americani veniva riconosciuto il possesso di un qualche elemento sostanziale. Poi l’Iraq ha rovesciato completamente tutto. È vero che l’amministrazione Bush si è lasciata trasportare da quest’idea di “rifare il medio oriente”, molto kantiana nell’impostazione, però questo ha screditato le ragioni di partenza. Il tutto è stato percepito dall’opinione pubblica occidentale, ma anche dei paesi arabi. Questi ultimi sono sicuramente stati investiti da un’ondata di maggiore risentimento nei confronti dell’occidente. Le azioni degli USA sono di nuovo state inquadrate all’interno della retorica tradizionale per cui in realtà tutto quello che dice e fa l’occidente è fatto per, in qualche modo, interferire nella politica interna dei paesi del medio oriente con lo scopo del petrolio, ecc.
Una famosa citazione di Robert Kagan, storico e politologo statunitense, dice “gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere!”. E’ possibile che gli europei decidano di venire da Marte ed avere un atteggiamento più aggressivo nei confronti del terrorismo? 
Veramente gli europei hanno dimostrato per secoli che quando si tratta di fare le guerre non hanno molto da imparare dai marziani americani. C’è da dire però che quelle europee sono definite società postmoderne, in cui le  forze armate sono usate prevalentemente per operazioni di peace-keeping, e via discorrendo. Questo mi fa pensare alla teoria della pace democratica, per cui le democrazie tendono a non farsi guerra tra di loro. L’evidenza empirica dimostra che questo è vero, anzi, è una delle poche leggi che esistono nelle relazioni internazionali. Allo stesso tempo però è dimostrato che quando le democrazie vanno in guerra non sono meno sanguinarie degli stati autoritari. Quindi è chiaro che, se costretti, gli europei tornerebbero a essere sanguinari come lo sono stati in passato. Su questo non c’è assolutamente alcun dubbio.
Meglio non svegliare il can che dorme insomma… 

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