Tubenomics – 47.07

Esaudendo un desiderio del direttore, che ringrazio, si apre oggi Tubenomics, una rubrica in cui ogni giovedì (più o meno) dispenserò pillole di economia, evitando di essere troppo lungo, che poi non mi leggete. Il format, lo vedete da soli, richiama lo spazio settimanale di Tito Boeri su Internazionale e questa rubrica ne vuole essere un omaggio. Bene vi lascio con il primo pezzo di Tubenomics su prezzo del petrolio, Europa, cose così.
Buone letture

Ogni settimana Tubenomics sarà accompagnata da una foto (poco) seria. Tipo questa, insomma.
47.07$ al barile, questo il prezzo di chiusura di martedì 13 gennaio del petrolio di tipo Brent. Raggiunti i nuovi minimi dal 2009. Si dirà, c’è solo da guadagnarci. Infatti, così si era espressa anche la direttrice dell’FMI, Christine Lagarde ad inizio dicembre. La realtà, si sa, non assume mai sfumature nette e se questa affermazione è per certi versi valida, va comunque presa con le pinze. La discesa libera del prezzo del petrolio sta mietendo le sue vittime: non solo i paesi le cui economie si fondano sull’oro nero (si badi, questo discorso non vale per tutti, Norvegia e paesi del Golfo sembrano poter dormire sonni tranquilli), ma anche tutto il settore energetico, con piccoli e medi produttori di petrolio e gas in testa, non essendo in grado di sostenere un prezzo al barile al di sotto dei 50$. E l’Europa? Ad occhio, un calo dei prezzi non può che essere visto come una manna per un’economia in stagnazione in cui la domanda stenta a ripartire. Tuttavia, da un lato, in paesi come l’Italia, la pressione fiscale legata al petrolio (leggi accise sulla benzina) impedisce che il consumatore percepisca a pieno il calo dei prezzi, a scapito di un effettivo impatto sulla domanda; mentre dall’altro, la picchiata del greggio non fa che rendere ancora più pericoloso quello spettro che si aggira sul vecchio continente, la deflazione. Urgono risposte. Il “whatever it takes” di Mario Draghi, che porta in grembo quel quantitative easing di cui da tempo si parla, da solo rischia di non bastare, come mostra l’insuccesso dell’Abenomics giapponese (al massimo, si finisce per ingrassare solo le borse). Sembra averlo capito anche la Commissione Juncker che inizia a mostrare la volontà di allentare le rigidità dei vincoli di bilancio in cambio di riforme. Ma quello che davvero manca a questa Europa è un piano di investimenti pubblici (i 315 milioni del Piano Juncker non bastano), magari sostenuto dalla BCE con moneta, come suggerito su lavoce.info da Guido Ascari e come ripete da tempo Romano Prodi.
Roberto Tubaldi
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