Ma il cambiamento dov’è, Mr. Obama?

Appena un anno fa in campagna elettorale la sua parola d’ordine era stata “Change”, ma ora Barack Obama, di fronte alla concretissima possibilità di segnare una svolta nella storia della politica estera americana e, più in generale, delle relazioni internazionali, sembra intimorito. Tenta di rifugiarsi nelle orme solcate dai suoi predecessori, nel caso specifico Dwight Eisenhower che, nel 1956, con l’Europa divisa dalla cortina di ferro, in seguito alla questione dello stretto di Suez, coniò uno dottrina secondo la quale ogni minaccia alla stabilità nel golfo persico, sarebbe stata interpretata dagli USA come una minaccia alla sicurezza nazionale. Da allora gli Stati Uniti, grazie al loro status di superpotenza si sono arrogati unilateralmente il diritto di essere una sorta di garante su quel territorio, il poliziotto del Medio Oriente.
Di acqua però ne è passata sotto i ponti. La supremazia americana è in questi anni messa in discussione dall’emergere di nuovi competitors su scala planetaria come la Cina. L’Unione Sovietica si è dissolta con la caduta del muro di Berlino ma, ora, sotto l’autoritaria e carismatica leadership di Putin, la Russia torna ruggire nello scacchiere internazionale e lo ha dimostrato al G-20 di San Pietroburgo.
La missione pensata da Eisenhower, e perseguita pedissequamente come un assioma matematico da tutte le amministrazioni della Casa Bianca, ha fruttato molti vantaggi agli USA ma ha implicato anche costi rilevanti. Costi che l’America non si può più permettere. Lo dovrà ammettere prima o poi. Dovrà farlo davanti ai propri cittadini, agli stessi paesi Arabi e ad Israele, ai suoi rivali che attendono con trepidazione questa resa e al mondo delle Relazioni Internazionali.
Dunque Mr.Obama non è vero che sulla questione siriana la tua credibilità non è in gioco (“on the line” mutuando l’espressione anglosassone). Dov’è il cambiamento Mr. Obama? Il cambiamento non può limitarsi alla politica domestica. Non si può concludere ad un tentativo lodevole di istituire un sistema di sanità pubblica negli USA. Questa è una vera occasione per tramutare in realtà le belle parole presenti nei suoi discorsi. Parole come “cambiamento” , appunto, e “speranza”. La speranza di un America più debole ma più sincera. Questa è una vera occasione per lasciare un segno indelebile. Non sto lanciando tuttavia un retorico appello pacifista, non ho in mente digiuni nei prossimi giorni. Non ho intenzione di rammentare il Premio Nobel per la pace ricevuto dallo stesso Barack Obama qualche anno orsono. In questo caso si tratta di un modesto suggerimento a piegarsi all’evidenza del deterioramento del primato americano.
Ma oltreoceano l’autostima e il patriottismo non sono valori sindacabili. Nemmeno se sei il primo presidente di colore nella storia. Quindi Barack scarica la patata bollente ad un futuro inquilino dello studio ovale. Intanto si appresta a rispettare fedelmente le aspettative politiche di ruolo che il mondo nutre verso gli Stati Uniti e che gli Stati Uniti medesimi nutrono verso loro stessi. Rischiando però inopinatamente di usurare il già complicato dibattito con Mosca, di peggiorare le relazioni con Pechino e di mettere in discussione i contatti segreti con Teheran. Rischiando di creare una nuova frattura con il vecchio continente.  Rischiando di sostenere, contro l’oppressivo regime di Assad, un’opposizione indecifrabile e frastagliata in cui si nascondono covi di estremisti islamici (ci sarebbe anche da spiegare ai Marines che mentre in Afghanistan li si deve combattere qua bisogna schierarsi al loro fianco). Rischiando di gettare ulteriore benzina sul fuoco in quest’incendio che divampa ormai da tanti mesi. È una via più semplice e sicura, vero Mr.Obama? Una via che non prevede “cambiamento”.
Valerio Vignoli

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