august macke traduzione

«Siamo autori!»: il lavoro fondamentale ma precario dei traduttori e delle traduttrici editoriali

Dietro le quinte di un palco, le pagine di un libro, un sito web dall’irresistibile scrolling: opere e contenuti che apprezziamo ogni giorno celano mestieri di cui non ci accorgiamo. Mestieri che, se svolti con capacità, perizia e attenzione, non si notano. Ma ci sono, eccome. Il lavoro culturale è uno dei campi dove sono occupate molteplici figure che, collettivamente, riescono a dare vita ad un’opera, fruibile per un pubblico: sono scrittori, autori, giornalisti, critici, adattatori e correttori di bozze, copy e ghostwriter. Freelance a vario titolo, tuttofare, a volte precari. Lo sono anche i traduttori editoriali, che da tempo reclamano visibilità del proprio ruolo, dei propri diritti e delle proprie retribuzioni, oggi tra le più basse della categoria e d’Europa.

LE TRADUTTRICI, I TRADUTTORI: SIAMO AUTORI

Se abbiamo letto i classici della letteratura e del pensiero, da Lev Tolstoj a Virginia Wolf, da Karl Marx ad Hannah Arendt, lo dobbiamo a professionisti e studiosi, capaci di riportare narrazioni, riflessioni ed emozioni dalla lingua originale alla nostra, senza alterarne l’effetto e la potenza. Non basta tradurre parole su parole, applicare la grammatica, non è un lavoro meccanico: bisogna essere autori di quelle parole, che seguono sì la linea tracciata dallo scrittore originale -con cui può essere stabilita una connessione- ma che ne danno un significato coerente in un sistema culturale sensibilmente diverso, in un altro immaginario.

Ciò non basta, a quanto pare: il mestiere del traduttore editoriale è proverbialmente precario, mal pagato quando retribuito (perché non sempre il pagamento è garantito), di non facile accesso e preparazione, su cui grava spesso lo stigma e il pregiudizio del “lavoro culturale” – “fortunato” per chi compie lavori fisicamente logoranti, “inutile” per chi mira innanzitutto a riempire il portafoglio. «È un mestiere perverso, ne sono certa: sei tenuto a una disponibilità estrema che sconfina nel masochismo» – dice Renata Colorni, traduttrice delle opere in tedesco di Sigmund Freud, come di Thomas Mann ed Elias Canetti – «Nella prima fase sei tenuto a non perdere nulla; nella seconda a ricreare tutto, magari inventandolo. Ecco il fascino di questo lavoro». E ancora: «È una prova d’artista. Sono convinta che si tratti di un lavoro letterario a pieno titolo»: eppure non capita spesso che, a livello ufficiale e contrattuale in Italia, il traduttore sia inteso come autore. Si legge spesso, anzi, di “autori invisibili”, per denunciare la condizione vocativa che tracima nella vita professionale. Come afferma anche un’altra traduttrice, tra le più importanti oggi dalla lingua spagnola (dei romanzi di Roberto Bolaño, Luis Sepúlveda, Jorge Luis Borges), ovvero Ilide Carmignani: «Il buon traduttore vuole rimanere esteticamente invisibile, il problema è quando l’invisibilità trabocca dalla pagina alla vita professionale […]. O nella tendenza a fare della traduzione un mestiere femminile perché è più facile pagare male le donne, e l’assenza di alternative ci costringe ad accettare condizioni umilianti. […] L’autorialità è in scelte pari a quelle dello scrittore». Che nel mestiere siano coinvolte in larga parte donne è opinione affermata nel settore. Sempre Colorni la spiega così: «Perché è un lavoro che richiede devozione, dimestichezza con l’ombra, istinto accudente. Ahimè».

Tradurre non è, dunque, solo scegliere le parole giuste, ma soprattutto interpretazione, studio e realizzazione. I traduttori sono autori della traduzione, dopo esser stati fruitori attenti e curiosi dell’opera, a metà strada così tra chi scrive e chi legge, nell’imprescindibile ruolo dei mediatori.  Se può apparire a volte una professione romanticizzata o mistificata, non è da ignorare allo stesso tempo la responsabilità del lavoro di traduzione nella scelta delle singole parole, che definiscono concetti dal significato potenzialmente dirompente, conflittuale o pregiudizievole, in un contesto di vita globalizzato sensibile come quello che stiamo vivendo. Le sfide del tempo meritano riflessioni e studi profondi e delicati, il cui approdo è una parola migliore rispetto a un’altra: si pensi ai diritti (e ai termini) relativi all’identità di genere o all’integrazione di gruppi sociali che vengono da un passato coloniale, come all’educazione dei più giovani. Per lo stesso principio, libri non ancora letti di importanti autori possono ancora vedere la luce e l’attenzione di nuovi lettori, grazie a imponenti, creativi e lunghi lavori di traduzione.

TRADUTTORI E TRADUTTRICI ALL’OPERA

Com’è allora il lavoro del traduttore per chi sogna di svolgerlo o inizia in questi anni ad approcciarsi al mercato del lavoro di riferimento? «Non è facilissimo trovare lavoro. Dato che la nostra professione non è riconosciuta da alcun albo o ordine, la competizione con persone che magari non hanno una formazione specifica è enorme, soprattutto per lingue “inflazionate” come inglese e spagnolo», ci racconta Alice, nata in Sicilia, che vive e lavora a Torino. «È difficile anche perché molte delle persone che si propongono come traduttori a volte lo fanno come secondo lavoro, quando non lo definiscono proprio un “lavoretto”, quindi non danno il giusto valore al prodotto che offrono, con un dumping spietato che rovina il mercato a traduttori professionisti con anni di esperienza e formazione alle spalle». Come molti Alice ha studiato e conseguito laurea triennale e magistrale alla ex-SSLMIT, oggi Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, dell’Università di Bologna. «Per fortuna ho lavorato con la traduzione da subito dopo la laurea e sto continuando a farlo, ma faccio anche l’agente letteraria. Come traduttrice ho iniziato con dei tirocini curriculari: prima presso l’ufficio informazioni turistiche di Velikij Novgorod, in Russia, dove ho tradotto contenuti dal loro sito, poi con la rivista “Una città”, con cui ho tradotto e pubblicato un articolo sulla rivista stessa, e poi sottotitolato in italiano un documentario sui processi di Norimberga». Per chi lavora con lo studio della lingua è spesso consigliato fare esperienze all’estero: di frequente, opportunità e condizioni economiche favoriscono la permanenza a viverci e lavorare, o la prospettiva spinge a partire per cercare orizzonti migliori. «Dopo la laurea mi sono trasferita in Nuova Zelanda e ho lavorato sia come insegnante di italiano all’università che come traduttrice e project manager per un’agenzia di traduzione. Non è stato facilissimo trovare lavoro, anche lì la competizione è tanta. Per due anni ho lavorato traducendo soprattutto dall’italiano all’inglese», racconta ancora Alice. «Le paghe sono sicuramente migliori rispetto all’Italia, sia lavorando da freelance che presso un’agenzia. Solitamente la tariffa che un freelance propone a un’agenzia è più bassa rispetto a quella che richiederebbe a un cliente diretto ma, anche con questa “decurtazione”, le tariffe rimangono decisamente più alte rispetto a quelle italiane». Per poi riuscire a tornare, magari: «Qui non è un mercato inaccessibile, ma bisogna davvero impuntarsi. Lo spazio è poco ma, se si hanno talento e molta perseveranza, si trova. Purtroppo, lo dico con un po’ di rammarico, all’inizio non si può sperare di vivere solo di traduzioni editoriali. Anche con tutto l’ottimismo e la buona volontà del mondo, i risultati arriveranno probabilmente dopo mesi, se non anni». Al momento Alice ha tre libri in lavorazione: un’autobiografia e due graphic novel.

Foto dal profilo Instagram del sindacato Strade

Non per tutti gli aspiranti traduttori il lavoro è continuativo, anzi: torna utile spesso trovare intanto un lavoro stabile, nello stesso settore o in ambiti limitrofi. «Ora insegno tedesco nelle scuole medie, mentre sto traducendo un romanzo da uno scrittore capoverdiano»: a parlare è Francesca Leotta, di Latina, che vive a Bologna, dove si è laureata una prima volta, prima di conseguire la magistrale all’università di Pisa, ha studiato lingue e letterature straniere. «Per me è stato importante partecipare al progetto europeo CELA Europe, alla sua prima edizione. Mette insieme traduttori e scrittori alle prime armi, provenienti di diversi paesi: sono stati due anni esperienza, con seminari e workshop, che hanno poi portato a pubblicazioni». Oggi il progetto CELA permette l’incontro tra 30 scrittori emergenti e 79 giovani traduttori insieme a professionisti del settore per un periodo di quattro anni. Rappresenta una delle possibilità fornite dai bandi europei, che spingono e investono sulle opere di traduzione al fine di costruire e stimolare una vicinanza europea (per esempio verso le lingue meno conosciute, come quelle baltiche o orientali, balcaniche). «In Italia mancano le opportunità offerte dai bandi per incentivare la propria letteratura, c’è poco investimento per centri culturali nazionali all’estero», riflette Francesca. L’alternativa? «Andare fiera per fiera, con il curriculum a portata di mano, cercare contatti e buone relazioni con chi già lavora con le case editrici», e spulciare un bando tra quelli delle amministrazioni nazionali o locali per poter trovare dei finanziamenti, da proporre poi per una traduzione alla casa editrice. «È decisamente auspicabile un fondo per traduttori», conclude.

Progetti europei, bandi, corsi di formazione, dentro e fuori le università. «Durante gli studi non avevo ancora lontanamente considerato la carriera come traduttore», ci racconta Antonio De Sortis, lucano, oggi a Milano: «Subito dopo la laurea in filosofia all’Università di Firenze ho seguito il corso a Roma organizzato dalla minimum fax, oggi Scuola del Libro, sul lavoro editoriale a tutto tondo, una formazione su tutte le attività della filiera del libro. Ho lavorato come ufficio stampa per una casa editrice romana per un annetto, dopo la conclusione ho iniziato per la prima volta in maniera avventurosa, ho pensato di mettere a frutto una lingua che avevo imparato negli anni, il nederlandese per la precisione», cioè l’olandese parlato in Olanda, nelle Fiandre e in diverse ex colonie. «Ho vissuto in Olanda a più riprese, ho pensato di mettere a frutto questa conoscenza linguistica, molto gradualmente mi sono ritagliato uno spazio come consulente – come lettore – per case editrici, con segnalazioni sul mercato olandese». In cinque anni, ammette Antonio, si è ostinato nel tentativo di lavorare solo in questo mondo del libro, lavorando per tutte le occasioni disponibili: «Ho fatto anche il fattorino per le consegne dei libri!». Dal 2015 ha iniziato a collaborare con Iperborea, che si occupa di letteratura del nord Europa, in varie formule: «È un’esperienza che mi ha aiutato a crescere e i due anni dopo ho iniziato a tradurre il primo libro, è stato un saggio dall’inglese. Da tre anni circa mi dedico quasi esclusivamente alla traduzione dall’olandese, a cui affianco attività legate all’editoria (come appunto letture, consulenze e revisioni) o articoli con riviste, ma rimango nel mio unico percorso personale sulla letteratura nordica. Certo, l’autosufficienza economica è una conquista recente, una stabilità comunque precaria».

I CONTRATTI, I DIRITTI

La fattispecie lavorativa del traduttore sfugge da un’analisi che sia solo quantitativa: tempistiche di lettura, scrittura e revisione possono essere variabili e soggettive, libro per libro, così come oscilla la remunerazione effettiva dichiarata e la valenza del materiale tradotto, la sua relativa produzione e distribuzione sul mercato editoriale. Un quadro del contesto professionale prova, comunque, a darlo l’indagine del 2019 di Biblit, portale di riferimento per traduttori editoriali: ad esempio, il 52% del campione intervistato dichiara di aver ricevuto una paga minima compresa dagli 11 ai 15 euro a cartella (2000 battute, spazi inclusi), il 25% inferiore ai 10 euro; la metà di loro traduce una cartella di media difficoltà in un intervallo di tempo che va dalla mezzora a un’ora, e la maggior parte degli intervistati traduce dall’inglese. Considerando che non sempre l’impegno di tradurre un libro è continuato nel tempo, ma in queste condizioni necessariamente occasionale, la stessa indagine attesta che il 28% ha percepito meno di 5 mila lordi l’anno, il 27% fino ai 10 mila euro lordi, solo poco più del 2% riesce a superare 30 mila euro lordi annui, anche se le cifre saranno sicuramente da rivedere dopo la pandemia da Covid-19. Nel 2019 i dati Istat sul mercato del libro hanno mostrato che il 13,5% delle opere pubblicate sono state titoli tradotti: 11 mila titoli che hanno fruttato 43 milioni di copie, quasi un quarto della produzione complessiva. Nel 2020, invece, tra le tante limitazioni che hanno coinvolto la circolazione, le fiere e i festival culturali (con pubblicazioni bloccate o posticipate), anche l’editoria ha dovuto reagire e lo ha fatto soprattutto nel settore dell’e-commerce o per quello degli audiolibri ed ebook, meno con le piccole e media librerie o con le catene di librerie nei centri delle città, più in difficoltà se chiuse al pubblico. Questo ha anche significato, come ha sottolineato l’AIE, l’Associazione Italiana Editori, oltre 2500 titoli tradotti in meno. Ciò nonostante, i dati Nielsen di inizio anno mostrano come nel 2020 il mercato dell’editoria ha retto, crescendo del 2,4% rispetto al 2019.

Essere riconosciuti come “autori” per i traduttori significa anche poter esser tutelati dal diritto d’autore, disciplina che raccoglie appunto coloro che elaborano opere d’ingegno di carattere creativo. La legge sul diritto d’autore in Italia è datata (la n.633 del 1941, più volte emendata), ma offre comunque gli strumenti per difendere il lavoro autoriale dei professionisti della scrittura, così come contribuiscono nel diritto internazionale la Dichiarazione universale dei diritti umani (1978), la Convenzione di Berna (1979) e le Raccomandazione di Nairobi dell’UNESCO (1976). Quello che manca, però, è una contrattazione collettiva del lavoro, una regolamentazione degli accordi tra datori ed esecutori di lavoro in questo settore a livello nazionale. A vigilare sulla condizione dei traduttori editoriali ci sono network di professionisti, organizzazioni come AITI (Associazione Italiana Traduttori e Interpreti) e ANITI (Associazione Nazionale Italiana Traduttori ed Interpreti), e sindacati come Strade, la sezione dei traduttori editoriali in Slc-Cgil, che da quattro anni offre assistenza, formazione e informazione agli iscritti, connessioni internazionali, come la guida nella firma degli accordi di lavoro.

ROYALTIES: UNA RIVENDICAZIONE CENTRALE DEL SINDACATO

Una rivendicazione centrale del sindacato è l’inserimento nelle clausole contrattuali del percepimento delle royalties, ovvero la percentuale di guadagno sulle vendite del libro e la decisione della durata nel tempo di queste (nei contratti con l’editore, ad esempio, se non pattuito diversamente l’autore concede i propri diritti per venti anni). «In Italia semplicemente non è contemplata, non è la prassi nella politica delle case editrici», ci dice Simone Aglan-Buttazzi del coordinamento di Strade, che vive e lavora in Germania: «La presenza delle royalties nei contratti secondo le norme tedesche è intorno all’1-2%, quando all’autore del libro spetta l’8-10%, si agisce così nel pieno riconoscimento del regime di diritto d’autore». In prospettiva, questa battaglia potrà tornare d’attualità: «Entro giugno l’Italia dovrà adeguarsi sulla nuova legge sul copyright europea (la Direttiva CEE 2019/790/UE), che dovrebbe intervenire anche sui contratti: siamo preoccupati che l’inserimento delle royalties possa abbassare ulteriormente i compensi, invece che aumentarli. Pensiamo sia quasi impossibile fare analisi fattuali per stabilire realmente quale sia il pagamento medio: c’è un sommerso con compensi a una cifra (sotto i 10 euro), che spesso i traduttori accettano, pur di non negoziare. 13-15 euro a cartella può essere un equo compenso di base, per libri facili, ma si dovrebbe arrivare sui 20 euro», che non sempre significherebbe una stabilità economica, ma una parziale fuoriuscita dalla precarietà endemica. «Entrare sul mercato adesso è molto complicato, spuntare da subito un compenso decoroso ancora di più, è quindi importante fare rete, informarsi molto sui propri diritti e possibilità.» E se, con l’inserimento delle royalties, la richiesta di traduzione si trasferisse solo sui best-seller, si rischierebbe una perdita in qualità e differenziazione dell’offerta? «L’importante ora è avere più bottoni da usare, una cassetta degli attrezzi fornita su cui puntare, come appunto le royalties che possono essere inserite nei contratti: è un diritto in più, utile alla negoziazione. La difficoltà è contrattare, i traduttori non sono pricetaker, riescono a farlo solo i più sindacalizzati», ci dice Simone.

Questa visione viene confermata dai racconti dei traduttori sentiti a riguardo, che a fatica celano, magari ironicamente, un sussulto di recriminazione o delusione, quando non disillusione o comprensibile stizza. «Sono riuscita a negoziare una tariffa più alta rispetto a quella che mi era stata proposta inizialmente, ma nessuna royalty: in realtà non ci ho neanche provato perché in tutti i casi si tratta di titoli molto di nicchia, uno dei quali pubblicato da una piccola casa editrice indipendente. Pensando a quanto rimane effettivamente all’editore togliendo costi di distribuzione, sconti ai librai e royalty all’autore non avrebbe avuto senso negoziare una royalty anche per la traduzione», ci dice sempre Alice: «Ciò non toglie che in futuro, se i libri che ho tradotto dovessero dimostrarsi particolarmente redditizi, il contratto si possa rinegoziare». È d’accordo anche Antonio: «No, assolutamente nessuna royalties, in Italia, è un dato di fatto, il potere contrattuale con l’editore è appannaggio di pochissimi professionisti. Un migliaio di persone lo fanno in maniera continuativa, tra questi le royalties le percepiscono in pochi. Anch’io ho accettato condizioni non eccelse, ma il lavoro era necessario, ho rinunciato a questa possibilità. Serve solidarietà tra il traduttore professionale e quello occasionale».

VERSO UN POSSIBILE PROGRESSO

Qualche novità e progresso per i traduttori, in verità, si è realizzato nel 2020, nonostante le sfortune e difficoltà generali, grazie ai decreti emergenziali stabiliti dal Governo. «L’anno scorso si è ottenuta l’emersione tra le figure professionali dei traduttori editoriali, citati in maniera esplicita nei decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri sotto la voce “autori”: è per noi fondamentale, è il riconoscimento di essere autori, non artisti, come a volte siamo definiti». Aglan-Buttazzi fa riferimento al dpcm di marzo, CuraItalia, e al fondo per traduttori di 5 milioni di euro, stanziato dal Decreto Rilancio a novembre 2020. «Nel CuraItalia a marzo inizialmente non c’erano riferimenti chiari per coloro che lavorano nel regime di diritto d’autore. Pensiamo che un ruolo l’abbia avuto la petizione di Strade “Il Cura Italia non dimentichi la cultura”, che ha influenzato le istituzioni ad inserire il riferimento all’art.90 nel decreto attuativo a inizio giugno». Oltre alle royalties, l’ultima azione di Strade si è svolta nel dicembre 2020, quando i Presidenti della Repubblica e del Consiglio e le altre più alte cariche dello Stato, hanno ricevuto una lettera (e dei libri significativi) dal sindacato dei traduttori editoriali – con firmatari illustri, come ad esempio Noam Chomsky, J. M. Coetzee, Jonathan Franzen, Daniel Pennac e Olga Tokarczuk – che ha richiesto l’istituzione di un fondo, sul modello tedesco, per sostenere gli editori che decidono di pubblicare libri scritti in altre lingue, per la traduzione in italiano, come avviene già all’estero.

C’è dunque ottimismo sulla strada tracciata? «La retorica dell’invisibilità ha fatto il suo tempo», conclude Simone, «Dobbiamo insistere con il dialogo con le istituzioni, in particolare con l’attuale base parlamentare che si è mostrata ricettiva», anche se con la formazione di un nuovo assetto governativo aumentano le perplessità. «Questo è un passaggio non facile, è urgente passare da una fase di emergenza, come quella degli ultimi interventi, ad una strutturale, affinché il mestiere possa essere davvero tale e dignitoso. Vogliamo essere pagati e non in visibilità».

Davide Ficarola

Immagine di copertina: quadro di August Macke accostato al negativo via Literary Hub

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