manifestazione regolarizzazione migranti spagna

La generazione perduta! Tra repressione e disoccupazione i sogni degli adolescenti marocchini si infrangono a Barcellona

Marocco – Un barcone di nove metri per tre dove possono essere stipate anche fino a 100 persone. “Quella volta eravamo una novantina. Tolte due donne, tre neonati e quattro o cinque adulti, tutti gli altri erano adolescenti. Tra i sedici e i diciotto anni. La stragrande maggioranza minorenni. Siamo partiti da Rabat e quasi tre giorni dopo saremmo arrivati a Cadiz”. Moncef è originario di Salè, la Città gemella, a pochi minuti dalla capitale. È arrivato a Barcellona due anni fa. A gennaio 2021 solo nella provincia di Barcellona, compresa tutta l’area metropolitana, erano 1.299 gli adolescenti non accompagnati, tra i 16 e 18 anni affidati alla Direzione Generale per l’Infanzia e l’Adolescenza (DGAIA) o ai vari Centri per giovani tutelati. Degli altri, invece, una volta sbarcati molto spesso si perdono le tracce.

L’esodo di una generazione perduta, cresciuta all’ombra della Primavera araba. Tra promesse tradite e il sogno di una vita migliore, apparentemente così vicino che quasi lo si può toccare con un dito. Scrollato dal basso verso l’alto come un post su Instagram o un video su TikTok. “I ragazzi – confessa Moncef – vedono le immagini che i loro amici condividono sui social. Pensano che, un volta arrivati, ad attenderli ci saranno soldi e vestiti alla moda. Pochi, però, conoscono la realtà. Le notti passate nei parchi pubblici, nelle stazioni ferroviarie o sotto alle macchine alla ricerca del calore di un motore quando il freddo si fa insopportabile. “Se lo avessi saputo prima – ammette  – non sarei partito. Adesso, dopo tutto quello che ho passato, non posso tornare indietro. Non ha senso”. 

Fonte: DGAIA

Prima di arrivare in Spagna Moncef aveva iniziato al fare il parrucchiere. Ora gira sempre con un beauty case nello zaino e dorme in edifici abbandonati. A suo dire, la società marocchina è divisa in quattro livelli. Quattro piani, come un palazzina. “Al primo piano ci sono coloro che hanno poco o niente. Che vivono di espedienti. Salendo, gradualmente, fino al quarto piano c’è chi può vantare conoscenze nell’entourage della famiglia reale. Ai quali è permesso lavorare, portare avanti attività economiche. A patto che paghino mazzette”. 

Corruzione e clientelismo sono mali endemici nella regione del Maghreb, nemmeno le proteste del 2011 hanno potuto curarli. Il Regno di Mohammed VI, in tal senso, si posiziona all’86esimo posto nel barometro 2020 della corruzione a livello globale. Appena sopra al Burkina Faso e sette posizioni più giù rispetto all’anno precedente. Mentre il 74% dei marocchini ritiene insufficienti le misure adottate dal Governo fino ad ora, migliaia di giovani scoraggiati e frustrati lasciano ogni anno il paese.

Mohamed, Hicham e Kalid sono tra questi. Di loro i genitori, una volta saliti sui barconi, sanno poco o nulla. Di sicuro, non sanno che se non riesci ad entrare nel circuito dell’accoglienza formale può succedere che per farti una doccia devi usare i bagni pubblici. La madre di Ahmed non era per niente contenta di vederlo partire da solo, con quella barca mezza sgangherata. Prima si è lasciata convincere e poi si è indebitata, rassegnata all’idea di un Paese che sembra avere davvero poco da offrire a suo figlio. Colpa di una disoccupazione giovanile crescente, che nelle città, secondo alcuni studi, interessa il 43% dei ragazzi tra i 15 e 26 anni. Quattro giovani su dieci.

Il “passaggio” costa all’incirca 1.500 euro, mentre uno stipendio minimo mensile nel settore agricolo o del commercio in Marocco è di circa centottanta. I soldi, prima di partire, vengono consegnati a degli intermediari non meglio identificati. Due o tre adulti, a turno, si danno il cambio al timone. Secondo i ragazzi non sono scafisti. Non cercano di rientrare in Marocco, ma provano a rimanere in Spagna. Nella barca insieme a lui, racconta Ahmed, erano in settantasette. Una cinquantina di minori soli non accompagnati. Il resto dei migranti, la Guardia Civil spagnola una volta arrivati ad Algeciras li ha rimpatriati immediatamente. Senza preoccuparsi di sapere il motivo per cui erano partiti. 

La dissidenza in Marocco si paga con il carcere. Ad essere arrestati, oggi, non sono più giornalisti o attivisti per i diritti civili o politici ma gente comune: studenti, rapper, commercianti e tanti, tantissimi, giovani. Colpevoli di aver criticato il Governo sui social network o nei canali youtube. Come è accaduto a L’Zaar, Weld Legriya e L’Gnawi (nomi d’arte). Il loro è uno dei casi più emblematici. Risale al 2019: quando i tre giovani cantanti rap, senza peli sulla lingua, hanno denunciato con una loro canzone la corruzione diffusa e la disuguaglianza sociale. Un divario tra ricchi e poveri sempre più marcato:

Chi ha stritolato il paese e continua a cercare la ricchezza? (…) Chi ci ha messo in questo pasticcio? Voi avete violato la nostra dignità. (…) In questo paese siamo in quaranta milioni, ma trenta milioni restano qui perché sono costretti. (…) La mia vita non ha alcuno scopo (…) Sono colui che ha riposto la sua fiducia in te e che è stato tradito (…). Sono il berbero che sogna un Rif migliore…

La lista, però, è molto più lunga. Si potrebbero fare moltissimi altri esempi di cittadini comuni schiacciati da un sistema giudiziario che punisce con la detenzione l’oltraggio alla monarchia. I discorsi di Re Mohammed VI sembrano aver perso, definitivamente, il loro appeal. Così, le proteste sono sempre più frequenti. Partono dal Rif, infiammano gli stadi di calcio e arrivano fino alle strade delle principali città del paese. Il video condiviso dagli Ultras del Raja Casablanca, il Gruppo Aquile, e che in appena un mese a superato il milione di visualizzazioni su Youtube ne è un esempio:

Il Governo ci droga con l’hachis del Ktama (…) I talenti che avete distrutto per colpa della droga come volete che brillino (…) Avete rubato tutti i soldi del paese e lo avete dato agli stranieri. Avete distrutto una generazione intera (…)

La morte di un pescatore, Monhcine Fikri, durante un seuqestro di pesce da parte della polizia può diventare allora il pretesto per ritornare in piazza. Dare vita alla più grande manifestazione di protesta dalla fine delle Primavere arabe del 2011. Quando l’attivista tunisino Mohamed Bouazizi decise di darsi fuoco per denunciare la corruzione del Governo Bouteflika. A capeggiare la mobilitazione, che nel 2016 ha riacceso gli animi dei marocchini, questa volta c’era Nawal Ben Aissa. Una casalinga con quattro figlie e un marito tassista. La pesca e il settore ittico sono le principali attività economiche del paese. Il problema –  assicura Kadija – è che viene (s)venduto sotto costo a compagnie straniere. Ai pescatori marocchini non rimangono che gli scarti.

Khadija ha un Dottorato in filosofía e insegna arabo. Viene da Tetuan e da cinque anni è praticamente diventata la mamma di una trentina di questi ragazzi. L’Associazione Dones Al Noor è una sua iniziativa. “Non riuscivo a sopportare l’idea che ragazzi così giovani fossero costretti a vivere per strada. Letteralmente schifati dalla società”. Per cercare di aiutarli ha smosso e continua a smuovere mari e monti, imbastendo battaglie politiche con le istituzioni locali. Alla fine, si è ammalata di una forte depressione che sta curando con i farmaci. Lo stanzone che serve da sede alcune notti si trasforma in un dormitorio per molti minori soli marocchini che vivono a Manresa, una cittadina a un’ora da Barcellona. 

Non è difficile capire quanto l’impegno di questa donna significhi per loro. Lo si intuisce dal riverenziale bacio sulla fronte che ognuno di loro le da appena arrivano all’appuntamento. A metà tra l’ossequioso rispetto, che si deve ad una persona più adulta, e l’affetto incondizionato per la propria mamma. Khadija è arrivata in Spagna nel 2001 per ricongiungersi a sua madre e offrire a sua figlia un’istruzione migliore. Qualche anno fa, quando il Governo di Rabat ha promesso una legge per assumere senza concorso tutti i titolari di un Dottorato, è andata in Marocco. Dopo mesi di mobilitazioni, ha capito che quell’impegno non sarebbe mai stato mantenuto ed è ritornata a Manresa. 

Fonte: DGAIA

Da quel giorno dedica tutto il suo tempo a difendere i diritti, continuamente violati, come dice lei, degli adolescenti marocchini che arrivano soli. “Combatto anche contro il pregiudizio e il disinteresse di una parte della comunità mussulmana. È successo che un ragazzo è andato a cercare da mangiare in una moschea e invece di aiutarlo hanno chiamato la polizia”. Non è facile per una donna araba e musulmana fare quello che fa lei, ammette. Ci tiene a precisare, però, che le donne marocchine sono da sempre molto attive politicamente. “Ci battiamo energicamente per conservare lo spazio che meritiamo nella società. Una passione, quella della politica, che ha trasmesso anche a sua figlia Lina, che a sedici anni la accompagna nelle sue battaglie sociali ogni volta che può. 

Accusa il Governo locale di abbandonare questi ragazzi a loro stessi una volta compiuti i diciotto anni e quello marocchino di non raccontare la verità. Di nascondere all’opinione pubblica le difficoltà che dovranno superare i ragazzi che salgono sui barconi. “Basterebbe che il Governo di Rabat chiedesse conto alle istituzioni nazionali spagnole sui percorsi d’integrazione dei minori soli non accompagnati”. Il 90% di loro non ha futuro in Spagna. “Pensano di ottenere facilmente i documenti, ma non è così. Nei Centri d’accoglienza si avvicinano alle droghe e iniziano a fare i primi furti”. 

La maggior parte sceglie Barcellona perchè la Generalitat catalana garantisce un sistema d’accoglienza di gran lunga migliore rispetto ad altre Comunità autonome. Recentemente è stato approvato un assegno di 600 euro. Dei trenta ragazzi che segue Khadija, però, solo due ne hanno diritto. “La questione, tra le altre cose, è che non vengono informati bene. Non sanno per esempio che proseguire gli studi, al compimento della maggiore età, gli garantirebbe questo tipo di sostegno economico”. L’alto tasso di disoccupazione giovanile disincentiva molti adolescenti marocchini nel proseguire gli studi. Così – dice – quando arrivano in Europa molti di loro non sono in possesso di un titolo di studio.

Non tutti però la pensano come lei. Mohammed Alami Susi, Presidente dell’Associazione ITRAN – Amigos del Pueblo Marroquí – ritiene che i minori soli non accompagnati andrebbero riconsegnati alle rispettive famiglie. La vera questione, a parer suo, è chiedersi se si sta facendo davvero l’interessi dei ragazzi o se, diversamente, si stanno “producendo” solo potenziali deliquenti. “Non può essere che compiuti i diciotto anni vengano messi alla porta, con una valigia e senza documenti. A questi adolescenti non è permesso il lusso di essere una “brava persona”. Li stiamo obbligando a prostituirsi, a infoltire le fila delle organizzazioni criminali o la rete del trafficanti di esseri umani”. I riformatori, aggiunge, sono pieni di minori soli non accompagnati. 

La gestione del Governo spagnolo e dei vari Paesi di origine, secondo Mohammed, è stata pessima fino ad oggi. “Si è creato un vuoto legislativo e umanitario, così qualcuno sta approfittando di questa situazione”. Ogni minore, dati della DGAIA alla mano, costa alle casse dello Stato dai 41 ai 139 euro al giorno. L’Associazione di cui è Presidente, dal 1999 si ocuppa della scolarizzazione delle bambine nelle aree rurali del Marocco. Accusa la società marocchina di investire ancora tutto sull’istruzione dei soli figli maschi. Quando arrivano, spiega ancora Mohammed, molti sanno già che dovranno rivolgersi ai Centri di accoglienza d’emergenza o ai Commissariati di polizia. “Rimarranno lì un paio di notti, poi verranno reindirizzarti nei vari Centri per minori tutelati”. 

Ksar El Kebir, una cittadina molto povera nel nord del Paese. È da qui che vengono la maggior parte dei minori soli non accompagnati che vivono a Barcellona. L’assenza di industrie negli anni ha favorito il contrabbando. Kalid aveva sedici anni quando ha deciso di nascondersi sotto ad un camion diretto ad Algeciras. Incastrato tra gli ingranaggi del motore ci è rimasto per due giorni. In Marocco faceva il cameriere. Prima che la Polizia lo accomapagnasse al Centro d’accoglienza di Granada ha dormito per tre notti in strada. Oggi, grazie a Khadija vive in uno degli appartementi messi a disposizione dal Comune di Manresa. 

La disperazione la si può leggere nei volti stremati. Senza nemmeno la barba a nascondere la fatica di un’adolescenza finita troppo in fretta. Forse, mai del tutto iniziata. Hanno tutti lo stesso volto stanco quando arrivano da me, confessa Khadija. Cambia solo quando riescono a trovare un posto dove dormire. Prova tu a passare una notte in strada, dice uno di loro. “Quando sarò vecchio, per la vita che ho fatto, il mio fisico mi chiederà il conto. Per adesso siamo giovani e possiamo sopportare ed è quello che facciamo tutti i giorni”. 

Mattia Bagnato

Tutte le fotografie © Mattia Bagnato

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