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Editors live a Bologna

Io, qui, sono un editor. Per ridere, ma anche per amor di completezza, ho scoperto che il mio ruolo su TBU si tradurrebbe cone managing editor o editor-in-chief. Prima di stasera, non avevo quindi mai pensato che il nome Editors per una band è né più né meno che la risposta ai Thegiornalisti, risultando forse soltanto un filo meno scema.

Gli Editors di Tom Smith, invece, devo amaramente confessarlo, non sapevo neppure fossero più in attività, in circolazione internazionale e che tantomeno facessero i palazzetti. E invece, alla faccia mia, hanno (quasi) riempito il Madison di Piazza Azzarita per l’evento prodotto da DNA Concerti ed Estragon, unica data italiana del tour di Violence.

(Un sottotitolo per questo pezzo, autobocciato per pavidità del sottoscritto e carità nei confronti della Direttrice, avrebbe potuto essere: “Un posto che le mie chiappe conoscevano bene”: con riferimento ai seggiolini arancioni del Paladozza che per anni e anni mi hanno visto assistere alle partite della parte giusta delle due sponde del basket bolognese. Ma questa è un’altra storia.)

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Fonte: Secolo XIX

Eppure il passato, come persino i più ripugnanti di noi non mancano di ricordarsi, lascia il suo segno e chi segue queste pagine sa bene che qui si è sempre dilaniati come Sant’Ippolito da due cavalli che tirano in direzioni opposte: da un lato il rifiuto di pressoché qualsiasi cosa sia ipercontemporaneo in quanto avvolto per definizione dalla patina mortale dello hype; dall’altro la paura di cadere nella più autoreferenziale retromania che come un virus affligge gli anni Dieci e fa sì che ormani non ci scandlizzeremmo più neanche per il Tour 2020 di Leonard Cohen in ologramma versione baffetto sbarazzino isole greche anno 1976.

Questa lunga premessa per dire che è stato quasi un no brainer fiondarmi, grazie alla gentile collaborazione di Estragon, al concerto di una band che non avevo mai visto, avendoli sanguinosamente mancati nel tour 2008 dei R.E.M. che invece portarono sul palco per la data bolognese un maledetto gruppo di hipster che manco Burioni.

Inizierò subito con le due cose nettamente migliori di tutta la serata: Tom Smith è uno dei cantanti di questo genere più intonati che abbia mai sentito. Seppur con coefficiente di esposizione nettamente minore causa diversa grossezza degli arrangiamenti, è stato al livello di Mimi e Alan dei Low, il che è un enorme complimento. Seconda cosa, grandi lodi al luciaio: con un’attrezzatura non certo spartana ma neanche mostruosa, hanno confezionato un lavoro ben studiato, essenziale, senza colpi di testa, ma con due-tre chicche che me l’hanno fatto apprezzare.

Per il resto, invece, niente di veramente negativo da segnalare, se non la presa di coscienza che gli Editors dell’onestissimo Tom Smith sono la versione un poco post-punk dei Coldplay. Con pregi e difetti di questa definizione. L’idea di base è fare i Coldplay mettendo un emulo vocale di Ian Curtis invece che l’efebico Chris Martin. Anche i chitarrismi – al di là della straziante ripetitività delle idee per i riff, che lungo un concerto intero si percepisce un bel po’ – sono una versione giusto un poco più sporca di parti tutto sommato piuttosto educate. Idem i ricordi della “svolta elettronica del 2009” ci ricordano che non bastano due synthini a fare di te i New Order.

(E poi, dai, per essere uno che sostanzialmente si chiama Mario Rossi, Tom Smith ha anche più carisma di quello che sarebbe lecito attendersi)

Anche il pubblico davvero difficilmente definibile e sorprendente tanto quanto il fatto stesso di essere tutti lì: coppie di late trentenni, gente incanutita e non da ieri, addirittura un genitore con figlia adolescente, un mio amico appassionato di Indovina Chi (no shit).

Ma l’importante è che ci siamo salutati tutti con le note di Smokers outside the hospital doors, tanto per non sentirci mai, mai, mai sereni fino in fondo.

Filippo Batisti

Copertina: tomtomrock

 

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