Un tiro lungo vent’anni: lo psicodramma di Basket City

Il 1998, a Bologna, sarà per sempre incastonato in quell’istante arrivato un pomeriggio di fine primavera, a sedici secondi dalla fine di gara 5 della finale del campionato di pallacanestro. Quando Sasha Danilovic, contrastato inutilmente da Dominique Wilkins, si è alzato in cielo e ha fatto partire quello che poi è passato alla storia come “Il-tiro-da-4”. Fuori città, quello è il gesto più famoso nella storia del basket italiano. Ma sotto le Due Torri rappresenta molto di più. È il culmine di uno psicodramma sportivo durato anni. E oggi l’immagine in bianco e nero dello Zar che sovrasta uno dei giocatori americani più famosi della Nba, è iconografica come poche altre a Bologna. Tutti sanno a cosa ricondurla, molti ricordano perfettamente dov’erano quando è stata scattata. Con immensa gioia o immenso dolore, a scelta. Quella foto riassume dieci derby, tre trofei, una rissa in eurovisione, una comunità spaccata a metà intorno a un parquet in un’epoca irripetibile per la pallacanestro e per la città che quell’anno monopolizzò la palla a spicchi. Sembra ieri, invece sono passati vent’anni. E, guardando il contesto intorno, si vede.

A Bologna, nell’anno di grazia 1998, Walter Vitali è sindaco di una città che, da oltre mezzo secolo, è sempre stata guidata dai comunisti. Certo, nel 1999 ci saranno le elezioni ma non si vede che cosa possa cambiare. Anche perché bolognese d’adozione è pure il presidente del Consiglio, Romano Prodi. Molto più vivace è la situazione sportiva della città. Alberto Tomba è all’ultima stagione della sua carriera, che concluderà conquistando la vittoria numero 50 in Coppa del Mondo a Crans-Montana. In Romagna, Marco Pantani si allena per conquistare la doppietta Giro-Tour. Al Dall’Ara gioca Roberto Baggio, capace di realizzare 22 gol in campionato. Il Divin Codino e l’allenatore Renzo Ulivieri hanno un rapporto tormentato e conflittuale, ma portano i rossoblù all’ottavo posto.

Non è nulla, rispetto a quello che sta succedendo nel triangolo composto da Casalecchio (sede provvisoria del Palazzo dello Sport), via San Felice (casa della Fortitudo) e via dell’Arcoveggio (quartier generale Virtus). In una manciata di chilometri quadrati, a suon di partite, botte e insulti, si sta scolpendo nella pietra il mito di Basket City. Quel termine esiste già da tempo, per definire una città in grado di esprimere due squadre professionistiche (a tratti tre, negli anni del Gira) in grado di primeggiare in serie A1. Ma la stagione 1997/98 è diversa: Virtus e Fortitudo si affrontano dieci volte. Sette per decidere chi deve vincere lo scudetto. Una per decidere a chi va la Coppa Italia. Due per decidere chi porta a casa l’Eurolega, la Champions League del basket. Fuori Bologna, la pallacanestro europea è solo periferia.

E d’altra parte non poteva essere altrimenti. Un’annata del genere, a Bologna, si preparava da anni. Da quando, cioè, la Fortitudo aveva iniziato la sua scalata per entrare tra le grandi. Le prime avvisaglie c’erano state a fine anni Ottanta: nei playoff scudetto del 1988 la Effe aveva sconfitto la Virtus nonostante provenisse dalla A2 e, l’anno successivo, le aveva rifilato 32 punti di scarto, in quello passato alla storia come il Derby del Grande Freddo. Ma il vero salto di qualità l’Aquila l’ha fatto nel 1993, quando l’ha comprata Giorgio Seragnoli. Fuori dai confini della città il cognome non dice molto, ma sotto le Due Torri tutti lo sanno associare a una delle famiglie più facoltose del territorio. Seragnoli è un tifoso sfegatato della Effe da quando ha visto giocare, dal 1968 al 1973, Gary Baron Schull, forse l’uomo più amato dal popolo biancoblù.

Certo, c’è un lato ironico nel matrimonio tra una squadra i cui supporter si considerano orgogliosamente poveri e brutti, tanto da urlare ogni domenica il coro “Non abbiamo mai vinto un cazzo”, e un uomo che viene soprannominato l’Emiro, per i soldi e la carnagione scura. Ma le nozze, tutto sommato, non dispiacciono. Seragnoli fa sul serio: nel giro di poche stagioni, ha reso la Effe una macchina da guerra. Nel 1996 è arrivata la prima finale scudetto, persa contro Milano. Nel 1997 la seconda, dopo una semifinale dominata 3-0. A fare da sparring partner, in una serie senza storia, era stata la Virtus, in crisi d’identità e umiliata senza appello. La Fortitudo poi è arrivata a un soffio dal primo titolo: la serie finale è andata sul 2 a 1, poi Treviso ha ribaltato il risultato. L’ultimo ad arrendersi, per i bolognesi, è stato Carlton Myers, che ha segnato 25 punti in otto minuti riaprendo una partita già persa. Inutile dire quanto l’azzurro abbia il dente avvelenato, quanto ce l’abbia Seragnoli che sta investendo fior di soldi e quanto ce l’abbiano i tifosi. Questo è lo spirito con cui via San Felice vive l’estate 1997.

Dall’altra parte le cose non vanno troppo diversamente. Da due anni la Virtus prende solo sberle, in Italia e nei derby. E questo nonostante i bianconeri vengano da tre scudetti consecutivi, 1993-1994-1995. Il presidente della Virtus, Alfredo Cazzola, vuole tornare a vincere. Sul soggetto conviene spendere due parole: è esattamente l’opposto di Seragnoli. L’Emiro è ricco di nascita, lui è nato in Bolognina, un tempo quartiere popolare della città. Poi ha fatto un viaggio all’estero ed è diventato Mister Motor Show: l’uomo che per oltre trent’anni ha organizzato l’expò delle macchine in Fiera.

Cazzola e Seragnoli dominano il mercato. E lì partono i primi, pesanti screzi. I due si stanno antipatici e non fanno nulla per nasconderlo, lo dicono apertamente. Si scatenano entrambi. Mister Motor Show compra il playmaker francese Antoine Rigaudeau, la guardia argentina Hugo Sconochini e il centro sloveno Radoslav Nesterovic. L’Emiro risponde con il play americano David Rivers e due azzurri come Jack Galanda e Roberto Chiacig. Non è finita. Un altro lungo, Alessandro Frosini, passa dalla Fortitudo alla Virtus, scatenando le polemiche. Un’asta feroce per il fortissimo Gregor Fucka si risolve a favore di Seragnoli. In casa Virtus, invece, c’è ancora spazio per due grandi ritorni. Il primo è quello dell’allenatore Ettore Messina, reduce dall’argento agli Europei 1997. Il secondo è quello di Predrag Danilovic, dopo due anni non facili di Nba. Si chiama Predrag, ma è soprannominato Sasha perché il padre voleva chiamarlo in un modo e la madre nell’altro e quello fu il compromesso. Serbo di Sarajevo, a tratti è il miglior giocatore europeo degli anni Novanta. A Bologna lo chiamano Zar. Seragnoli risponde comprando uno di cui Danilovic, da adolescente, teneva il poster in camera: Dominique Wilkins, americano, tra i più grandi giocatori di sempre nella storia della Nba, due volte vincitore della gara di schiacciate e nove volte in squadra all’All Star Game. Ha 37 anni, ma l’anno prima ha vinto l’Eurolega con il Panathinaikos.

Sasha Danilovic.
Sasha Danilovic.
Da Basketretro.fr

Cazzola e Seragnoli coprono d’oro i giocatori che comprano: si parla di dodici miliardi a testa di monte ingaggi. Nel frattempo si scambiano battute al vetriolo a mezzo stampa. “Le sembra che possa preoccuparmi del presidente di una squadra che negli ultimi anni ha perso sette derby di fila? – chiede un giorno l’Emiro a Marco Imarisio del Corriere della Sera, riferendosi al suo grande rivale – Lui ha comprato Rigaudeau e Danilovic? E io prendo Fucka e Wilkins, così quel signore capisce che a Bologna nel basket non comanda lui!”.

È solo l’antipasto di un anno folle. I dieci anni di derby scorrono in una climax ascendente quasi ininterrotta in cui nessuno dei protagonisti fa nulla per rasserenare gli animi. D’altra parte i dualismi sono troppi. Non c’è solo lo scontro frontale fra i patron, in campo le cose non vanno meglio. La Fortitudo ruota attorno a due colonne azzurre come Carlton Myers e Gregor Fucka, che giocano negli stessi ruoli dei due protagonisti della Virtus, Sasha Danilovic e Zoran Savic. Entrambi serbi, erano in campo quando la Jugoslavia ha vinto gli Europei nel 1997 sconfiggendo l’Italia. C’è Frosini, attaccato duramente dall’allenatore biancoblù Valerio Bianchini alla vigilia del primo derby dell’anno: l’accusa è quella di non aver voluto giocare le semifinali dell’anno precedente contro la Virtus perché si era già accordato con i bianconeri. Messina replica seccamente al collega: “Reazione isterica”. C’è Myers che, sotto sotto, mal sopporta il ruolo da star di Wilkins.

Myers attacca Danilovic
Da Archivio Benvenuti

Il primo derby lo vince la Virtus, trascinata da 26 punti di Danilovic. Tra le due squadre c’è un punto di differenza: merito dei due tiri liberi segnati dallo Zar a quattro secondi dalla fine, in una bolgia infernale che non lo sfiora. “Grazie al cielo li ho messi”, si lascia sfuggire dopo. È tornato dagli Usa con una vedova nera tatuata sul braccio e, d’altra parte, è difficile immaginare un animale diverso sul corpo di un giocatore che, qualche anno prima, veniva chiamato Nikita come la killer del film.

Il secondo derby assegna, di fatto, il primo trofeo: il 30 gennaio 1998 si gioca la semifinale di Coppa Italia. In pratica è una finale anticipata, perché nessun’altra squadra è in grado di reggere la scia di Virtus e Fortitudo. Stravincono i biancoblù 73-64 e il risultato ha due effetti importanti. Primo, la Fortitudo si avvia a vincere il primo trofeo della sua storia, sporcando così lo storico coro “Non abbiamo mai vinto un cazzo” (e non tutta la tifoseria gradisce). Secondo, Danilovic va in sala stampa a commentare la partita: “La Coppa Italia? Non me ne può fregar di meno. Il derby comunque avrei voluto vincerlo, su questo non ci piove. E non ci sono dubbi che due finali consecutive questa squadra, un gruppo vero, non le perde”. Replica direttamente Seragnoli, definendolo “Bad loser”. E lo Zar risponde a muso duro anche all’Emiro: “A 18 anni avevo già vinto cinque titoli. All’epoca ero un ragazzo e potevo dire delle stupidaggini. Ma adesso io e quel signore abbiamo superato la fase della pubertà – scandisce -. Chiunque dica che io non so perdere è un idiota completo”.

I due tornano a beccarsi più avanti, dopo il terzo derby: quello del girone di ritorno di campionato. Vince la Fortitudo, Danilovic viene messo troppo in difficoltà da Galanda e non riesce a incidere. E Seragnoli entra a gamba tesa: «Gli sta bene. I fighetti non mi sono mai piaciuti: fare i giochini in mezzo al campo, come fa lui per sfottere, non è un bel vedere. Ma ormai lo conosco, dirà che di questo derby non gli importava nulla». A parte questo, il derby del 15 marzo è il più inutile. Si attendono il derby dei quarti di finale di Eurolega: chi vince va in Final Four e la sensazione è che a quel punto avrà la strada spianata per la vittoria.

Ma ormai la tensione è troppa e i nervi saltano. A due minuti dalla fine, l’ennesimo contrasto sotto canestro tra Fucka e Savic dà fuoco alle polveri. Il naturalizzato italiano, che è più alto dello slavo ma anche molto più magro, dopo aver sofferto per 38 minuti la marcatura asfissiante e ai limiti del regolamento dell’avversario, si divincola e gli tira una pallonata. Alessandro Abbio spintona Fucka. Myers si butta verso Abbio. La panchina della Fortitudo si alza in massa per intervenire. Danilovic cerca di lanciarsi su Myers. I due non entrano in contatto solo perché vengono divisi da una decina di compagni e avversari. Finisce con tutta la panchina Fortitudo espulsa, così come Fucka, Myers, Abbio e Riccardo Morandotti della panchina Virtus. Myers, uscendo, minaccia qualcuno a gesti. Chiarisce dopo a chi erano rivolti: “Cercavo Abbio, che ha colpito Fucka alle spalle, comportandosi da vigliacco. Lo cercavo e lo cercherò anche in futuro, in campo e fuori, perché è questo quello che si merita”. Nei giorni successivi il suo compagno di squadra Stefano Vidili si fa immortalare con la maglia “Anch’io Picchio Abbio”, ideata dai tifosi Fossa dei Leoni e basata su un gioco di parole che ruota attorno al soprannome del virtussino. Hugo Sconochini se la ride: “Ho preso un pugno, ma non so da chi”.

Ma c’è anche chi comincia a pensare che forse si è passato il limite. Il sindaco Walter Vitali interviene per rimproverare i giocatori ed elogiare i tifosi. L’eredità del Neuroderby, come verrà definito negli anni successivi, è nei 100 poliziotti che il questore Domenico Bagnato piazzerà a palazzo per la partita di ritorno, dopo aver convocato in Questura dirigenti e rappresentanti delle tifoserie. Serve a poco, perché a match vinto i giocatori della Virtus devono rifugiarsi negli spogliatoi sepolti da un diluvio di monetine, trombette e bombolette. Fuori dal palazzo si scatenano i disordini, con una decina di feriti. Servirebbe proprio un intervento distensivo, invece parla Danilovic per rispondere a Seragnoli: “C’è chi può e chi non può. Noi, anzi io può”. La Virtus vola a Barcellona, per vincere l’Eurolega.

Ma manca ancora metà dei derby e saranno quelli più sanguinosi. Resta da assegnare lo scudetto, chi lo vince porta due a uno il conto dei trofei. Che in palio ci sia il titolo italiano, ormai, lo dicono solo gli almanacchi: è uno scontro senza quartiere fra le due anime della città, i titoli sono solo un pretesto. Ovviamente nessuna delle due fatica ad arrivare in fondo, dove si gioca al meglio delle cinque e il vantaggio del campo ce l’ha la Virtus.

La finale inizia il 17 maggio e non ha alcun senso, come d’altra parte tutto il resto della serie. La Fortitudo vince di un punto, 81-80 con due tiri liberi assegnati a Rivers a 81 centesimi dalla fine, grazie a un fallo fischiato quattro centesimi dopo la fine dei trenta secondi entro cui va conclusa l’azione (la regola dei 24 secondi arriverà qualche anno dopo). Infuriato, su tutti, Savic: “Un furto così non l’avevo mai subito. Se questo è l’andazzo, a cosa serve andare avanti?”. Ma anche dall’altra parte i nervi sono a fior di pelle. Myers ha segnato 34 punti, il doppio di Danilovic, ma nell’intervallo della partita il premio di miglior giocatore del campionato è andato al serbo. E quando qualche cronista gli va a chiedere chi è stato il migliore in campo replica caustico: “L’hanno premiato, non avete visto?”. Parole che non piacciono allo Zar, che nel frattempo sta urlando davanti allo spogliatoio degli arbitri ed è rientrato dopo due settimane di stop per infortunio.

In effetti, per Danilovic i playoff sono una via crucis. Ha le caviglie a pezzi, ha saltato diverse partite per infortunio e ne ha giocate male altre. Fa eccezione gara 4 dei quarti di finale, a Roma, dove ha deciso la serie segnando 47 punti (massimo in carriera) dentro un palazzo che nel frattempo gli stava urlando di tutto. A fine partita ha risposto, a gesti, alla tifoseria romana e sfiorato la rissa con l’allenatore romano Attilio Caja.

Anche la Virtus ribalta il fattore campo in gara 2. E a trascinarla, nella vittoria per 78-76, è proprio Danilovic, che segna 30 punti. A partita chiusa si sveglia Rivers, che segna otto triple consecutive. Ma a consegnare la vittoria alla V è un fallo antisportivo fischiato a Fucka, a cinque secondi dalla fine. Scoppiano i tafferugli, Messina viene colpito da una moneta, partono le manganellate della polizia. Seragnoli prima se la prende con i suoi tifosi: “Siete dei fessi”. Poi si scatena contro l’arbitraggio, denunciando “incapacità o malafede” e minacciando di andarsene.

Gara 3, secondo molti osservatori, è quella decisiva. Stravince la Fortitudo, 76-69, con Wilkins che domina con 20 punti e 12 rimbalzi. “Il bis sa di scudetto”, titola Il Resto del Carlino. Il giorno di gara 4 è netta anche Repubblica Bologna: “Mai così vicini al primo scudetto”. Cazzola, alla vigilia, si compra invece una pagina su tutti i quotidiani per fare un annuncio: “Io resto!”. E invita Seragnoli a fare lo stesso.

È nel finale di gara 4 che si consuma il primo, vero, psicodramma biancoblù. La Fortitudo gioca in casa, davanti al suo pubblico, contro una Virtus forse inferiore e sicuramente più stanca e malconcia. A 10 minuti dalla fine sta conducendo di 13 punti. A ogni minuto che passa, le cinque campane che la Fossa dei Leoni ha portato da Monghidoro rintoccano per sottolineare l’avvicinamento allo scudetto, il primo, da alzare in faccia all’altra metà di Bologna. Un tifoso vestito da angelo è pronto a essere calato dal soffitto per consegnare uno scudetto di polistirolo a Myers e compagni. Ma negli ultimi dieci minuti, in campo, gli uomini di Petar Skansi (che nel corso della stagione ha preso il posto di Bianchini) segnano solo tre punti. La Virtus risale e mette la testa avanti. All’ultima azione, guida di due punti ma la palla è in mano della Fortitudo. Carlton Myers viene stoppato da Rigadeau a meno di due secondi dalla fine. Ci prova Wilkins da tre, ma prende il ferro. Avesse segnato, il vincitore definitivo di questa epopea sarebbe lui. E invece, per pochi centimetri, la stella americana passerà in pochi giorni da un destino di eroe a quello di reietto della storia Fortitudo. Seragnoli è disperato: “Basta, me ne vado. Non si può buttare via uno scudetto così”.

L’ultimo atto va in scena il 31 maggio 1998. Il decimo derby si gioca in casa Virtus, ma ormai è chiaro che il fattore campo non conta più nulla: è stato ribaltato quattro volte su quattro. E le due squadre, a tratti, sembrano pugili suonati all’ultima ripresa. Si riprende da un punteggio che, dopo nove match, è di assoluta parità: 619 a 619. La Fortitudo riparte a mille e si porta rapidamente sul più 11. La Virtus prova a ricucire, ma a metà partita è ancora sotto di otto punti. Il protagonista assoluto è Carlton Myers: il trascinatore biancoblù è indemoniato, presente in ogni azione. Dopo venti giri di lancetta ha già messo a segno 21 punti. A un certo punto segna una tripla subendo fallo. Realizza il tiro libero, in un gioco da quattro punti, gli stessi che dall’altra parte ha fatto il fantasma di Danilovic in tutto il primo tempo.

Alla ripresa le cose non cambiano. Myers cala, inevitabilmente, ma a sei minuti e mezzo dalla fine segna una tripla. La Fortitudo è di nuovo sopra di undici, 66-55. Per il Molleggiato – soprannome guadagnato grazie a una vaga somiglianza con Celentano – è l’ultimo canestro. Abbio e Sconochini si buttano in avanti disperatamente, riportano la Virtus a -1 quando mancano 110 secondi alla fine della partita. Myers sbaglia la tripla del +4, mentre il cronometro scorre. A 70 secondi dalla fine, Savic commette fallo su Fucka. È il quinto, per il serbo la partita è finita. Fucka segna un solo libero, la Fortitudo va avanti di due. Ormai è una gara ad eliminazione: quando mancano 48 secondi, tocca a Myers spendere l’ultimo fallo su Nesterovic e uscire. Lo sloveno segna il primo tiro ma sbaglia il secondo, sul rimbalzo Wilkins subisce fallo da Sconochini, anche lui arrivato a fine corsa. Stavolta tocca all’americano andare in lunetta, dall’altra parte del campo. Non sbaglia e mette a referto gli unici due punti del suo match, portando la Fortitudo sul +3. Mancano 36 secondi quando Abbio prova la tripla del pareggio. Sbaglia, ma il capitano virtussino Augusto Binelli prende il rimbalzo e apre per Rigadeau. Il francese ci riprova, ma anche il suo tiro prende solo il ferro. Ma la sfera gli torna in mano e lui ritente. Nulla da fare. Il tiro viene respinto nuovamente, Fucka abbranca il rimbalzo e subisce fallo da Binelli. La Virtus ha avuto tre volte la possibilità di pareggiare, ha fallito e ora i biancoblù possono chiuderla.

Fucka segna il primo libero, portando i suoi sul +4. Si allaccia una scarpa, riceve nuovamente la palla. Ma stavolta sbaglia. La Fortitudo non prova nemmeno a prendere il rimbalzo, che viene raccolto da Abbio. Il miglior marcatore della Virtus porta il pallone avanti, marcato da Wilkins. Intanto, a sinistra, Danilovic si libera di Stefano Attruia, entrato per sostituire Myers e schiantatosi contro il blocco di Binelli. Lo Zar si avvicina ad Abbio, che gli cede il pallone.

E così, i due protagonisti del gesto tecnico più famoso nella storia del basket italiano si trovano uno di fronte all’altro. Entrambi hanno fatto delle partite inguardabili. Danilovic ha sette punti all’attivo: tre su cinque da due, uno su due ai liberi, zero su cinque dall’arco. Wilkins non ha fatto meglio. Entrambi sono stremati e infortunati. L’americano è in campo solo per l’ostinazione di Skansi, che lo fa giocare in un ruolo che non è il suo e lo tiene in campo ogni volta quasi per l’intera partita, dimenticando che Wilkins ha 38 anni e pure diversi acciacchi. Il serbo ha le caviglie distrutte, ma è rimasto in campo 38 minuti su 40. E a nessuno, in casa Virtus, è venuto in mente nemmeno per un secondo di privarsi del proprio killer nel minuto più importante della stagione. Rivedendo le immagini a distanza di vent’anni, resta comunque impressionante la totale glacialità di Danilovic per tutta la partita. Difficile che non si renda conto della prestazione, ma la sua faccia non tradisce mai la minima emozione. Trova il tempo per urlare addosso ai compagni, che stanno giocando molto meglio di lui, se sbagliano. E le cinque triple sbagliate di fila non hanno minimamente scalfito la fiducia nei suoi mezzi.

Oppure non prenderebbe palla a 18 secondi dalla sirena, come invece fa, per tentare il tiro della disperazione. Riceve da Abbio, si accentra con due palleggi, si arresta e tira da distanza siderale. Con una meccanica perfetta, un tiro stilisticamente perfetto. Molto meno perfetta è la difesa di Wilkins, diversi metri più in basso. L’americano tenta di sporcargli il tiro. Non tocca la palla, probabilmente non danneggia l’azione del serbo. Ma l’arbitro Tiziano Zancanella punisce il movimento e fischia, nel momento esatto in cui la palla lascia le mani di Danilovic.

Il silenzio che piomba sul palazzo, nei due decenni successivi, lo ricorderanno tutti con parole diverse. Per chi quella partita l’ha vista in diretta, quella palla almeno in parte è ancora in volo. Accompagnata da una sensazione indimenticabile, una specie di gatto di Schroedinger applicato al basket: finché la sfera non scende, la partita è sia vinta sia persa, a prescindere dalla squadra per cui si tifa. Passeranno anni, ma l’ansia di quella traiettoria, a prescindere che la partita sia vinta o persa, non se ne andrà mai più via. La lunghissima parabola del tiro di Danilovic si conclude in fondo alla retina. Il palasport emette un boato. Meno 1. Danilovic raccoglie gli abbracci dei compagni, ma probabilmente non li vede nemmeno. Va in lunetta per il tiro libero. Che cos’è più difficile a 18 secondi dalla fine? Un tiro da tre da quasi otto metri per portarsi sul -1 o il tiro libero del pareggio? Il serbo segna anche quello. Il tiro da quattro è compiuto.

Wilkins su Danilovic
La difesa di Wilkins su Danilovic poco prima che si alzi per tirare.
Da my-basket.it

In realtà, perché l’azione di Danilovic passi alla storia, devono ancora succedere un po’ di cose. La Virtus deve vincere, per esempio, perché se non ce la facesse il miracolo del suo leader sarebbe solo un’azione estemporanea. E vincere, se mancano 18 secondi e la palla ce l’hanno gli altri, non è così scontato. Soprattutto se il playmaker avversario è David Rivers, uno dei migliori in Europa. Ma l’americano perde la testa. E dopo l’harakiri di Wilkins, aggiunge una pietra alla tragedia in corso. Si lancia in una corsa uno contro tutti priva di senso e di logica, alla ricerca non si sa bene di cosa. Ma sotto canestro, mentre Abbio evita di fargli fallo, si palleggia sul piede e perde palla.

La Fortitudo finisce lì. Anche la Virtus abbozza un timido tentativo di suicidio: ha 13 secondi per concludere l’azione, ma Abbio va al tiro troppo rapidamente, viene stoppato da Fucka e regala quattro secondi all’ultimo tentativo di contropiede biancoblù. Dall’altra parte del campo arrivano in tre contro uno solo, Danilovic, ma non fanno in tempo a tirare. La sirena suona, il serbo spintona Abbio e si va ai supplementari. Ma la partita è finita lì, perché all’overtime non c’è storia. Da una parte c’è una squadra che l’ha dominata per 39’42’’ e se l’è vista scappare via nella maniera più assurda e imprevedibile, mentre il suo giocatore più forte era in panchina. Dall’altra c’è una compagine che vola sulle ali dell’entusiasmo. Finisce 86-77, parziale negli ultimi cinque minuti di 14-5. Ma è un assolo di Danilovic, che dà l’assist a Nesterovic per il +2, dà un’altra palla a Binelli su cui il capitano bianconero subisce un fallo (trasformerà un libero su due), segna due liberi, mette un canestro da acrobata, piazza una tripla, segna la schiacciata che decreta la fine, esulta, si inchina davanti al suo pubblico a partita ancora in corso.

Dopo c’è di tutto. Myers prima si chiude un’ora con Wilkins nello spogliatoio e poi va a dare la mano a Danilovic. Il pubblico ministero Giovanni Spinosa si scaglia contro l’americano: “Wilkins è fuori dalla storia della Fortitudo”. Piazza Maggiore si tinge di bianconero, per la disperazione – si racconta – di un ragazzo di fede biancoblù che era partito in scooter da Castel San Pietro Terme sul +10 per non perdere la festa. Rivers e Wilkins partono per gli States, non torneranno mai più. Wilkins prova a ribattere, a difendersi dalle accuse, ma non trova nessuno disposto ad ascoltarlo. Il suo allenatore riesce ad addossargli tutte le colpe e a strappare la propria permanenza in panchina. Solo una persona difende l’americano ed è lo stesso che l’ha fatto sprofondare all’inferno: “Sento brutte cose intorno a lui, portategli rispetto, lui è un mito, certe cose andrebbero proibite”, tuona Danilovic parlando del suo idolo di gioventù.

La stagione è finita, la guerra no. Da quella partita lì è impossibile riprendersi, in un senso o nell’altro. Ma si possono aprire tanti altri fronti. Virtus e Fortitudo continuano a essere il massimo della pallacanestro europea per altre tre stagioni, anche se la lotta all’ultimo sangue per primeggiare a Bologna toglie a entrambe energie e trofei. La Fortitudo vince la Supercoppa italiana, proprio in un derby, pochi mesi dopo. Anche se la vera rivincita arriva con il primo derby di campionato: il ds della Fortitudo, Santi Puglisi, abbassa la paletta con cui il refertista voleva segnalare il settimo fallo dei biancoblù. La mossa regala alla Fortitudo una vittoria rocambolesca, in quello che verrà ricordato come Giorno dei Santi, davanti all’inviato di Sports Illustrated Alex Wolff. Il giornalista americano si trova a Bologna per fare un reportage sul derby, la cui fama ormai è uscita anche dai confini italiani. “In questa città, che si dice sia la più calda d’estate e la più fredda d’inverno, se ti dai al basket devi arrenderti totalmente alle sue regole, proprio come fanno i bolognesi per qualsiasi attività della loro esistenza”, è la conclusione dell’inviato. Che il suo derby lo ricorda così: “Come le due torri nel cuore della città, Virtus e Fortitudo erano uscite assieme, per poco, in modo teatrale e si sono aiutate a vicenda per rientrare barcollanti dentro le mura cittadine, dove si sono assestate fianco a fianco, fino al prossimo derby, quando probabilmente usciranno per un’altra sbornia”.

Riccardo Rimondi

Copertina: grab dal filmato RAI

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