Willie Peyote (mi dispiace)

“Sabato vado a sentire Willie Peyote”, faccio giovedì sera a un ex blogger bolognese noto per avere in soffitta una polaroid che invecchia al posto suo.
“Oh, poverino, mi dispiace!”, risponde lui. Io faccio finta di niente.

Così, sabato vado a sentire Willie Peyote. Voglio sconfessare il tipo in questione anche se non sono il più grande fan al mondo della creatura di Guglielmo Bruno, torinese di 32 anni. Non lo sono perché… non lo so spiegare. Proviamo così: a proposito del suo alter ego dice “Io ho semplicemente preso il famoso personaggio della Warner e gli ho aggiunto della droga” – il che, come dire, da un lato non fa una piega. Dall’altro, esemplifica il problema che ho con lui. Ma forse non si capisce. Riproviamo.

Il Locomotiv è pieno anche se è la seconda data, aggiunta dopo che la prima è andata sold out. La maggior parte dei presenti sono giovani, diciamo tra la fine del liceo e l’inizio dell’università.
Mentre entro passo accanto a due ragazzi che dall’aspetto sembrano campioni, rispettivamente, di entrambe le categorie. Inizio dell’università sta dicendo a Fine del liceo “e che te ne frega se oggi non può, le devi fare capire che ci sei fino a lunedì per sbatterla, dille allora stasera dopo il concerto sono in centro, magari ci vediamo”. Fine del liceo, catechizzato su come si usa correttamente Tinder, prende appunti mentali con gli occhi grandi. Una tipa esce mentre sto entrando, dicendo il più classico dei “sono troppo sbronza, non capisco niente” da fine serata. Sono le dieci e mezzo.

Il tempo di bermi una birra e il concerto comincia. Peyote gira con una band – basso, che fa la maggior parte del lavoro costruendo dei gran groove, batteria, synth e chitarra – e con tre fiati che assistono sulla maggior parte delle canzoni. Sui pezzi senza fiati è evidente lo sforzo di svuotare i medi riempendo tutte le frequenze basse e alte per lasciare spazio alla voce, non particolarmente impressionante e non sempre chiarissima (non l’ideale per un rapper). Suonati dal vivo i pezzi mostrano tutti i loro colori e rendono ragione agli arrangiamenti black dell’ultimo Sindrome di Tôret (dovuti, oltre a Peyote, a Frank Sativa e Kavah). Fosse americano, si intende, staremmo già parlando di disco dell’anno, senza preoccuparci dell’originalità della musica, della profondità del concept o dell’effettivo valore dei musicisti coinvolti (Kendrick, mi senti? Ti fischiano almeno un po’ le orecchie, Kamasi?).

Sulla maggior parte delle canzoni il pubblico salta come un sol uomo. Accanto a me uno ce l’ha con gli sbirri e la Madonna, mentre un amico tenta continuamente di farlo cadere – così, come gag. La gente balla, salta, fa gesti hiphop con le braccia come venisse da Bedford-Stuyvesant.
Io cerco di capire cos’è che non mi convince. Metti che domani scoppia la guerra mondiale, dice Peyote, ma noi siamo italiani e puntiamo a pareggiare. Fa ridere – ma anche riflettere, no? Cioè, è un po’ quel qualunquismo antipatriottico e fatalista che curiosamente è molto più forte in chi non ha mai vissuto all’estero – ma non ha torto, no? Le preghiere non funzionano, ma le bestemmie sì, continua Peyote. In un’intervista dice che l’idea gli è venuta quando ha letto che le bestemmie aiutano a sopportare il dolore. Me lo ricordo quello studio, non diceva proprio così – però magari la versione uscita sulla colonnina di Repubblica lo riassumeva così, il punto era quello, grossomodo, no? C’era una vodka o forse erano due, c’era una mucca, un asinello e un bue; la mucca è sempre causa di problemi, e tu fin da bambino te le bevi, incalza Peyote mentre mi manca leggermente il fiato. Ho avuto dei problemi con l’alcool in passato/ma ora va tutto bene, siamo tornati insieme, fa Peyote, e io sento che devo uscire un momento. Da domani chi vorrà potrà fumare/ma solo dentro casa e con la finestra chiusa. Chi dice io non sono un razzista ma/è un razzista ma non lo sa. Ma i cani son meglio delle persone/ che dicono che i cani son meglio delle persone.
Basta, devo uscire, devo riprendere un attimo la calma. Esco, respiro piano. L’ultima frase, per esempio, me la ricordo, ce l’aveva una tipa su Tinder nel suo profilo. Su Genius la spiegano così: ‘Verso che ricorda la citazione di Socrate “Più conosco le persone, più apprezzo il mio cane” che tra l’altro si sposa benissimo con la filosofia nichilista del Peyote’. Ma se tutti sono così entusiasti cos’è, cos’è, cos’è che non mi convince?

Poi a un certo punto parte Interludio e io, che sono ancora fuori al freddo, ho un’esperienza extracorporea. Sono in una puntata del Dr House, faccio parte del suo staff, Willie Peyote è il nostro paziente. House mi fissa, siamo a fine puntata, è il momento della diagnosi. Ma quale Tourette, dice. Ci siamo concentrati sul fatto che non stava mai zitto, sul turpiloquio, ma questi sono dettagli. Il paziente soffre invece del Complesso di G.-G., o sindrome Guccini-Gaber. Ne presenta tutti e tre i segni principali, chiosa House, e continua.
Il primo sintomo è l’intellettualismo al ribasso – presente, no? Quando fai lo splendido citando Foster Wallace a quelli che non hanno finito il liceo. Non è proibito da nessuna legge, ma serve a qualcosa? Cioè, magari se lo leggono, eh, ma non è che sia chissà quale verità rivelata. Oppure se te la prendi, che ne so, con Barbara D’Urso, ma così a caso. Voglio dire, siamo tutti d’accordo, no, non la sopportiamo Barbara D’Urso, come non sopportiamo neanche, che so, la fame in Africa, Donald Trump, ma siccome non serve a niente non stiamo lì a dirlo ogni due frasi tanto per, no?
Il secondo sintomo, riprende House, è l’istrionismo lessicale. Il sintomo è peggiorato dall’hip-hop, che è un genere che tradizionalmente premia il virtuosismo formale anche fine a se stesso (tanto alla bisogna basta ammantarlo di una patina colta e va tutto bene) – anche se, diamine, siamo nel 2017 e non solo Carl Brave x Franco 126, ma anche Frah Quintale o il Coez cremoninizzato degli ultimi lavori, insomma l’universo dell’indierap tutto offre numerosi esempi di epos minimali raccontati senza ricorrere eccessivamente ai giochi di parole, o ricorrendoci in un modo così tangente (alla Dargen D’Amico, ammesso che esista una scuola e non un unico, geniale esponente del genere, o alla Coma_cose) da rendere il gioco di parole parte integrante della sostanza e non solo della forma.
Soprattutto però, conclude House, la sindrome si nota dal terzo sintomo, l’antivaghismo: è chiaro che Peyote ce l’ha con qualcuno, ma dire con chi, esattamente, risulta molto più difficile. Con la polizia, sì. Con il populismo. Con il qualunquismo. Con i rapper milionari. Con – uhm, quelli contrari al fumo passivo? Con – mmh – i vegani che mangiano troppa quinoa?

Il punto – forse, ecco, il punto è che una delle ragioni della svolta intimista di molto pop contemporaneo – e conseguentemente di molto rock e di molto hiphop – è l’estrema complessità di lettura del mondo contemporaneo.

Piuttosto che tentare di compendiare l’esistente con il rischio di semplificare eccessivamente, molti scelgono di parlare di qualcosa di piccolo e personale e lasciare i temi più grandi come rifrazioni, come argomento tra le righe. Se sei davvero bravo questa cosa diventa una chiave di volta del tuo lavoro (vedi: i Cani), se non lo sei diventa semplicemente il tuo limite (vedi: i molti che vorrebbero essere i Cani, senza riuscirci). Willie Peyote tenta il percorso opposto e si scontra, inevitabilmente, con i suoi limiti: come Icaro quando si avvicina troppo al sole, o Ulisse che valica le colonne d’Ercole, o Napoleone che tenta di spingere le truppe fino all’impossibile nella Campagna di Russia, o Mauro Repetto che vuole far produrre un film scritto da lui a Hollywood.

È ipnotico restare a guardare aspettando il momento del crollo, ma quel crollo inevitabilmente arriva, perché muove da un’ambizione eccessiva. E dire che basterebbe abbassare un po’ i toni e ridurre l’immaginario a un insieme più piccolo e sensato per avere tra le mani una delle cose più interessanti del rap contemporaneo (lo dimostrano le canzoni minime dell’ultimo disco, come Ottima scusa). E invece così se uno mi dice “mi dispiace” io non riesco a dargli del tutto torto.

Secondo voi a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare?
Godo molto più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi, o al limite a scopare
Se son d’umore nero allora scrivo, ma parlo un po’ di tutto e un po’ di niente
In fondo copio frasi d’altra gente, canto male e si sente
E sono troppo negativo.

Giorgio Busi-Rizzi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...