Il calcio, i giovani e le profezie disattese

Przypadek. Magari questo nome non vi dice niente, magari scava qualcosa nella vostra memoria che non riuscite a focalizzare. Vi aiuto io. Sliding Doors. Sono due film, il primo polacco, il secondo americano, che parlano del determinismo, del destino, di quanto una piccola variazione sul percorso quotidiano, per quanto piccola come prendere o perdere un treno, possa spostare di chilometri i tracciati delle nostre vite. Nei film, il punto fisso della storia in cui tutto si sdoppia o si triplica è la stazione, dove il treno o la metropolitana viene preso o meno. In questa nostra storia, è il 2001, quando la rivista spagnola Don Balon pubblica una lunga lista di calciatori. Sono i cento giovani giocatori più promettenti del momento, cento stelle sicure del firmamento calcistico. Ci sono Kakà, Berbatov, Ibrahimovic, Cissè, Mexes, Van Der Vaart, Torres, Iniesta, Baros, Donovan e Kranjcar, giusto per citarne alcuni. Ma non ci sono solo loro.

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Possibilità Infinite

Ci sono tantissimi altri nomi che in quel momento lasciavano presagire un futuro splendente di fronte a loro, e invece si sono trovati a galleggiare in un’onesta carriera (ci sono ad esempio anche Francesco Lodi e Matteo Brighi), oppure hanno, per motivi vari, disatteso completamente le attese. Ma in quel momento ancora nulla era successo, tutto era ancora possibile, tutte le strade aperte di fronte a loro. E alla fine si trovano distanti chilometri dagli Ibra e dai Kakà.

Ramon Calliste, Manchester United
Quando Calliste, attaccante, viene inserito nella lista, ha sedici anni e gioca nelle giovanili dello United. Sembra lanciato verso una importante carriera in Premier, e da gallese la Nazionale non è certo un miraggio. Nel 2003 vince, trascinando i compagni, la FA Youth League. Ma lo United non lo conferma. Il Liverpool non ci pensa troppo su e lo mette sotto contratto, pentendosene poco dopo e svincolandolo presto. Arriva così allo Scunthorpe, dove finalmente può giocare senza grosse pressioni. Ma ancor prima dell’inizio della stagione, durante un’amichevole, si rompe una caviglia, con gravi interessamenti dei tendini. Non si riprenderà mai del tutto, tanto che riesce a giocare solamente con i dilettanti. Tenterà vari provini con squadre semi professioniste. Nello stesso giorno in cui il Lincoln City lo scarta, a Kaka si presenta il Manchester City, offrendogli 15 milioni a stagione e 110 al Milan.

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Ramon Calliste e famiglia insieme ad Alex Ferguson

Johnnier Montano, Parma
Il più giovane giocatore a giocare nella Serie A del Millennio resta a Parma due anni, tra i 16 ed i 18. Le qualità sono notevoli, come già si era visto nei primi passi mossi sul prato verde dell’America de Cali e nel Quilmes. Segna pure una rete in Nazionale, nel tre a zero contro l’Argentina marchiato a fuoco dai tre rigori sbagliati da Martin Palermo. Ma qualcosa non funziona, casa è lontana, e spesso Johnnier si assenta ingiustificatamente dagli allenamenti, per ricomparire giorni dopo. Un aereo per la Colombia preso in tutta fretta, la famiglia da riabbracciare, le lacrime versate alla partenza per l’Italia. Non va. Parte da Parma per una serie di prestiti senza fortuna, finchè non arriva a Piacenza, dove ritrova Malesani. Lì inizia la stagione titolare con Hubner, ma ancora qualcosa si spezza, ed in piena pausa invernale sparisce, senza più dare notizie di se. Ricompare un mese dopo, notevolmente ingrassato e senza dare alcuna spiegazione. Ma ai tifosi la cosa non va giù, ed al termine di un allenamento viene aggredito, con le cose che precipitano fin quasi ad arrivare alle mani. La sua esperienza italiana è finita, torna in Sud America dove non riuscirà più a riemergere.

Pedro Mantorras, Benfica
Se sei nato in Angola e giochi a calcio, il tuo passaggio obbligato per distinguersi dalla massa è il Portogallo. E Mantorras lo compie precocemente, arrivando all’Alverca. Lì, a 19 anni, viene notato dal Benfica, che lo porta a Lisbona. L’avvio è folgorante, tanto da portarlo nella lista di Don Balon. Diventa praticamente subito la speranza dell’intero movimento calcistico angolano, la Perla Nera. I paragoni con Eusebio si sprecano. Trenta presenze e tredici reti il primo anno, e la speranza è che con l’età miglior ancora. Ma di traverso si mette ancora un infortunio, al ginocchio, gravissimo, tanto che prima si teme che non torni neanche a camminare, figurarsi a giocare. Due anni e quattro operazioni dopo, Mantorras riesce a tornare su un campo di calcio. Il Benfica non ha mai pensato di rescindere il contratto, e gioca ancora con la maglia rossa. Ma le prestazioni sono minate da altri piccoli infortuni che continuano ad infastidirlo. Ad esempio, nonostante sia il giocatore con più presenze nella storia della Nazionale angolana, al Mondiale del 2006 gioca solo 53 minuti. Poco a poco il Benfica lo mette ai margini, e Mantorras torna in Angola, ma riesce a giocare solo un anno. Nel 2011 si ritira, chiedendo l’invalidità proprio per l’infortunio al ginocchio.

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Baldo di Gregorio, Eintracht Francoforte
Il 17 tedesco, ma di chiare origini italiane, gioca difensore centrale nelle giovanili di Francoforte, dopo aver fatto sfracelli ai Kickers Offenbach. Gioca pure nella squadra riserve, totalizzando 26 presenze in una sola stagione, ma la Bundesliga si allontana sempre di più. Dopo una breve parentesi in Bulgaria, arriva al Rot Weiss Ahlen, neoretrocessa in Regionalliga, dove in quattro anni scende in campo più di centodieci volte, diventando uno dei simboli della squadra. Riesce così a tornare in Zweite Bundesliga, ma solo per una stagione, con l’Arminia Bielefeld. Si trova svincolato, e all’improvviso gli arriva una chiamata. Dall’altro capo del filo c’è il Gotaresh Foolad, squadra iraniana, dove va a giocare per una sola stagione. Arriva pure in Italia, all’Orlandina, in Serie D, dove gli offrono la fascia di capitano, ma resta solo pochi mesi. Ad ottobre rescinde il contratto, perchè all’Orlandina gli stipendi non vengono pagati. Finisce in Verbandsliga, una nostra Promozione, al Germania Schwanheim, dove chiude la carriera e diventa allenatore.

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Inizio e fine

Ednilson, Benfica
Bissau – Lisbona – Roma e ritorno. E’ questa la storia dei primissimi anni di vita di Ednilson Pedro Rocha Andrade Mendes. Nasce in Africa ma ben presto parte alla volta del Portogallo, per giocare nelle giovanili del Boavista. Lì viene notato dagli osservatori della Roma, che lo portano in Italia, dove farà pure una presenza in Serie A, nell’anno dello Scudetto. Da lì a Lisbona, sponda Benfica, dove diventa uno dei giovani più interessanti del panorama nazionale. Gioca spesso, le prestazioni sono abbastanza buone, deve solo crescere. Nonostante due stagioni di buon livello però, si decide che per farlo migliorare bisogna mandarlo in prestito a giocare. Solamente che in prestito non gioca. Ventotto presenze, in totale, in due anni di prestito al Vitoria Guimaraes e al Gil Vicente. Il Benfica si dimentica di lui, e si presenta alla sua porta l’OFI Creta. Due anni da riserva, poi è la volta del Partizan Belgrado, dove vince il suo unico trofeo, lo Scudetto di Serbia, da comprimario. La Nazionale si dimentica di lui, nonostante fosse un titolarissimo dell’Under 21. Non avendo mai giocato con la Nazionale maggiore portoghese, sceglie di rappresentare il suo stato di nascita, la Guinea Bissau, dove sicuramente avrà più spazio. Tre presenze. Da lì è un vortice, che lo porta all’AEK Larnaca e alla Dinamo Tblisi, fino arrivare al Vasas, in Ungheria. Lì, a trent’anni, si ritira.

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Una foto sgranata con una maglia sconosciuta

Mourad Meghni, Bologna
Ebbene sì, c’è anche “Le Petit Zizou” in questa lista di sedici anni fa. Lista che, se fosse una classifica, lo vedrebbe al decimo posto. Meghni nasce e cresce nel centro di formazione di Clairefontaine, per poi approdare nelle giovanili della squadra emiliana. Lì vince lo scudetto Allievi, oltre a esordire in Serie A. Gioca abbastanza spesso e segna cinque reti. Va in prestito a Sochaux, dove fa meno bene, ma torna a Bologna ed è pronto per la sua prima stagione da titolare. Da lì va alla Lazio, in una comproprietà pagata 2 milioni e mezzo di euro. Certo, non sarà i nomoni citati prima, però un onesto lavoratore del calcio, come tanti altri sia nel mondo che di quella lista. Alla Lazio però le cose vanno bene solo a sprazzi, perchè Delio Rossi non è un suo grande estimatore. Una cinquantina di presenze spalmate su cinque anni lo rendono una riserva costosa, che, quando finisce il contratto con i biancocelesti, approda in Qatar. Dove le cose vanno ancora peggio. Nel 2012 lascia il calcio, almeno quello a 11, perchè diventa un giocatore di calcio a 5. Tre anni dopo ci ripensa, ed indossa il numero 10 nel CS Costantine, squadra algerina, terra dei suoi padri.

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Insomma, sedici anni fa le strade di fronte a questi sei erano le stesse degli altri novantaquattro. Ma un infortunio, una scelta rivelatasi sbagliata, un gol non segnato, un treno preso o non preso li ha portati a strade diverse, lasciandogli in comune solo il calcio ed una impolverata lista di speranze.

Marco Pasquariello

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