SXSW, quando il Texas non è solo manzi e pistole

Eccoci qua. Un atterraggio a Houston con conseguente perdita parziale dei bagagli, due giorni a fare avanti e indietro dal G. W. Bush Airport per recuperarli, qualche centinaio di chilometri su una macchina che urla U.S.A.! da ogni bullone e finalmente, superando il ponte sul fiume Colorado, parcheggiamo all’ultimo piano di un enorme parcheggio da cui si gode una vista onnicomprensiva del centro città della capitale del Texas.

Austin è immersa nel gioioso delirio dato dalla combinazione dello spring break e del South By Southwest Festival, più conosciuto con la sigla SXSW, vale a dire una settimana di conferenze, eventi e spettacoli su musica, cinema, teatro e quelle che riusciamo solo a definire come “arti digitali”. Per sette giorni il centro di Austin viene invaso da decine di migliaia di persone, mentre più di cento palchi vengono allestiti in ogni locale, bar, ristorante, parco e pubblico edificio della città.

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I China Gate (Memphis, Tennessee) su palco del Karma Lounge.

È difficile raccontare cosa sia l’SXSW, a metà tra un festival, una convention per professionisti, una fiera sterminata e il carnevale di Rio. A partire dalla mattina presto una serie di eventi di warm up e di punti di accoglienza ricevono i partecipanti, che già verso le 11 si disperdono tra i panel durante i quali possono incontrare specialisti del settore e vip di ogni sorta, per parlare con loro e ascoltare i loro consigli. Il pranzo offre l’imbarazzo della scelta, tra bancarelle e take-away di ogni tipo, e alle 17 iniziano i primi concerti, che si protraggono fino alle 2 di notte.

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Underground generico sulla 6th Street.

La via della movida, la 6th Street, è un unico serpentone di locali uno attaccato all’altro, che si contendono il pubblico ospitando concerti di tutti i generi immaginabili e lasciando le porte e le finestre aperte al clima mite del marzo texano. Passiamo da un tizio vestito da benzinaio, che fa rap al secondo piano di una birreria, a un gruppo folk su un bellissimo terrazzo che dà sulla strada, poi entriamo in quella che sembra una versione (più) lisergica di Alice nel Paese delle Meraviglie per vedere un gruppo di compatrioti che fa un bel concerto in un teatrino con una parete dipinta alla maniera di un fondale marino. E poi ancora, ci facciamo incantare dalla melodica bruttezza dei Weaves sul palco canadese, proviamo ad entrare nel locale dove suonano i New Pornographers, consideriamo l’ipotesi Lil Wayne e finiamo per essere approcciati da un enorme nero con un drone che, sul tetto del nostro parcheggio, cerca di venderci un video promozionale girato a 360 gradi.

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Krist Novoselic in piena campagna elettorale.

Con tutto l’affetto per l’ex bassista dei Nirvana Krist Novoselic, la sua proposta di riforma elettorale non è abbastanza interessante da tenerci in sala fino alla fine della sua conferenza, quindi usciamo a scroccare una birra all’Artists Lounge e andiamo a vedere una rivoluzionaria lezione su come preparare un bel live, tenuta dal carismatico cowboy ciccione Tom Jackson.

Ogni minuto è un bombardamento di stimoli, un fuoco di fila che ci fa sfrigolare il cervello e solletica la nostra voglia di imparare, creare cose nuove e poi distruggerle. Veniamo illuminati un paio di volte, decidiamo di rivoluzionare il nostro sound e poi cambiamo di nuovo idea, capendo improvvisamente perché il biglietto che dà accesso a tutti gli eventi del festival costi più di mille dollari. Per fortuna il nostro pass da artisti ci permette di entrare solo agli eventi musicali. Il Platinum Badge, ovvero il pass più costoso, è uno spreco e un potenziale pericolo per la stabilità mentale di chi lo porta al collo, perché ti costringe a scegliere fra tre concerti, due conferenze e quattro proiezioni simultanee, una decina di volte al giorno.

È tutto bellissimo, così bello che ci chiediamo perché – cazzo – non sia possibile replicare una cosa del genere in Italia. Sulle ali dell’entusiasmo dato dalla quarta birra pensiamo che, fuori da ogni campanilismo, Bologna sarebbe la città ideale per ospitare un festival di questo tipo e, con ogni probabilità, di queste proporzioni. La posizione è perfetta, baricentrica in Italia e facilmente raggiungibile dall’estero, e anche le dimensioni del centro storico si adattano bene per essere percorse a piedi, saltando da un locale all’altro. Ci spingiamo fino ad immaginare navette gratuite dalle Due Torri alla Fiera, dove potrebbero tenersi i principali convegni e le esposizioni, mentre altre potrebbero collegare la città con i grandi parcheggi del primo hinterland. In più Bologna, tradizionalmente uno dei centri più attivi d’Italia sul piano culturale e musicale, con la sua grande popolazione di studenti fornirebbe il contesto e il pubblico necessari. A maggio, possibilmente la settimana intermedia.

Tuttavia a riportarci coi piedi per terra è una disamina di ampio respiro, che non riguarda Bologna in sé, ma un Paese intero. A ridurci a più miti consigli è infatti la percezione che questo Paese ha dell’arte e del complesso macchinario che la amministra, la promuove e la incoraggia. Senza voler predicare in pillole, in ambito artistico la crepa culturale e formativa fra Italia e Stati Uniti d’America è naturalmente rappresentata dall’Oceano Atlantico che separa il Vecchio e il Nuovo Mondo. Alle nostre latitudini la percezione più generalizzata è che, ad esempio, la musica non possa essere una professione riconosciuta, quanto piuttosto un passatempo, o uno sfogo, o una cosa di poco valore. In America no, anche se suona molto come uno slogan americano. Ma così vanno le cose, perché è l’America ad essere uno slogan di se stessa, una sconfinata terra idealizzata oltre ogni cinematografica immaginazione. Che lo vogliate o no la musica è una cosa seria (cit.), a tutti i livelli, perché ogni livello ha un pubblico che va da zero a qualche miliardo. “That rock’n’roll, it seems like it’s faded away sometimes, but it will never die. And there’s nothing you can do about it”, disse Alex Turner ai Brit Awards 2014.

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“Con la cultura non si mangia” (cit.).

Sarebbe bello avere un festival del genere in Italia, a Bologna o dove lo si voglia, sarebbe bello perché culturalmente ed economicamente impattante. SXSW produce oltre 300 milioni di dollari in 7 giorni, muove alberghi, taxi, autonoleggi, aeroporti, ristoranti, parcheggi ed esseri umani.

Famelici di musica, di cinema, di arte, di tecnologia.

O magari di conoscere proprio te.

Che hai sempre pensato di non valere un cazzo.

Ma sei in America, bello.

Dove credevi di essere?

Giovanni Ruggeri
Giacomo Gelati

Le foto sono tutte di Giacomo Gelati.

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